La decisione dell’Aula della Camera di schermare attraverso il voto segreto le chat di Andrea Delmastro non rappresenta un privilegio di casta o una fuga dalla giustizia, ma una fondamentale battaglia di principio e di civiltà giuridica. A tracciare una linea di demarcazione netta attorno alla vicenda che coinvolge l’ex sottosegretario alla Giustizia — dimessosi lo scorso marzo proprio in scia alle polemiche per i contatti con la famiglia Caroccia e alla vicenda della società per il ristorante “Bisteccherie d’Italia” — è lo stesso Guardasigilli Carlo Nordio. In una intervista al Corriere della Sera, il ministro prende le difese del collega di partito e spiega le ragioni costituzionali che hanno guidato la maggioranza nel blindare le sue comunicazioni.
Caso Delmastro, le parole di Nordio
All’indomani del voto a Montecitorio, il ministro non ha nascosto di aver festeggiato l’esito dell’Aula: “Mi sono congratulato con lui perché è passata una questione di principio e l’ho tirato su con un bicchiere di buon bianco”. Sebbene l’ex sottosegretario viva la vicenda con profonda emotività e sofferenza rispetto alla tempra del Guardasigilli — “Lui è più emotivo e le soffre”, spiega Nordio —, il ministro si dice “strasicuro” della sua totale estraneità a dinamiche opache o contatti con la criminalità organizzata. Conoscendo il vissuto e la storia politica di Delmastro, il Guardasigilli lo definisce a spada tratta: “Sono sicuro su di lui. Se c’è un paladino dell’antimafia che ha fatto della lotta alle cosche la sua vita è lui”. Una convinzione maturata anche attraverso i frequenti confronti dialettici tra la visione fortemente garantista del ministro e la posizione intransigente dell’ex esponente di governo: “Più volte ci siamo scontrati sul mio garantismo. Ad esempio, sul reato di concorso esterno in associazione mafiosa che io giuridicamente guardo con diffidenza ma lui invece è stato granitico nel difendere”.
Respinte al mittente con decisione le accuse arrivate dalle opposizioni e in particolare dalla segretaria del PD Elly Schlein, secondo la quale l’uso del voto segreto lascerebbe intendere la volontà di nascondere elementi sgraditi. Per Nordio si tratta di “balle”: “La segretezza è il lato simmetrico della nostra libertà. Tanto che la Costituzione dice che la segretezza della corrispondenza è inviolabile”. Il nodo centrale della questione non risiede nella volontà di sottrarsi alle indagini — dato che lo stesso Delmastro non si era opposto alla consegna —, ma nel rischio di un’invasione indiscriminata nella sfera privata. Accogliere la richiesta generica dei pm avrebbe significato consegnare l’intero contenuto dello smartphone. “Per tirarle fuori le dovrebbero individuare”, chiarisce Nordio, “e quindi avremmo dovuto consegnare non solo le chat, ma tutto il contenuto del telefonino che ormai racchiude foto, video, chat a volte anche intime, cartelle cliniche, conti correnti. La vita intera di un individuo”.
La riforma che permetterebbe di procedere secondo Nordio
Il paradosso del sistema attuale, evidenziato dal Guardasigilli, risiede proprio nella disparità di tutele: “Ci troviamo nella contraddizione per cui per avere i tabulati il pm deve avere l’autorizzazione del giudice, mentre per i device, che contengono un miliardo di informazioni in più, no”. Per Nordio il punto fermo resta uno solo: “Non è ammissibile che un magistrato entri anche nella vita più intima di un individuo per trovare le chat che gli interessano”. Per superare questa contraddizione, il ministro immagina una procedura garantista che vedrebbe il magistrato e l’interessato messi “in via riservatissima e da soli in una stanza per selezionare ciò che davvero interessa all’indagine”, prevedendo la sanzione della destituzione per il pm in caso di fughe di notizie. Una riforma ideale che tuttavia il ministro definisce per ora inapplicabile.



