C’è un passaggio dell’ultimo post di Sigfrido Ranucci che merita di essere letto con attenzione. Non tanto per quello che dice esplicitamente, quanto per quello che lascia intendere. Il post si intitola “La voce che spaventa”. Ranucci racconta di aver seguito per anni “il filo” che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone, fino a Paolo Borsellino. È, nelle sue parole, il filo di uomini che avrebbero pagato con la vita una caratteristica precisa: aver visto troppo, e soprattutto aver avuto il coraggio di raccontarlo.
La conclusione è solenne: “L’Italia uccide i suoi uomini migliori per eccesso di chiarezza”. Ranucci insomma costruisce una narrazione nella quale Moro, Mattarella, Falcone e Borsellino sono gli esempi di una particolare categoria di uomini — quelli che vedono il disegno prima degli altri, quelli che parlano, quelli la cui voce finisce per fare paura — e racconta la propria vicenda immediatamente dentro quella stessa cornice. Figure diversissime, protagoniste di vicende storiche, politiche enormemente complesse, accomunate soprattutto dal fatto di essere state assassinate.
Ranucci propone una lettura molto precisa: dietro quelle morti ci sarebbe la stessa dinamica di fondo. La capacità di vedere il sistema prima degli altri. La voce che, proprio perché racconta ciò che non dovrebbe essere raccontato, diventa una minaccia. E oggi, in questa narrazione, c’è naturalmente anche la sua voce.
È una costruzione retorica piuttosto ambiziosa, non esattamente votata alla modestia o lontana dall’autocompiacimento. Il tutto mentre la vicenda dell’attentato appare in via di chiarimento. Valter Lavitola, – chiamato a rispondere dell’ipotesi di essere il mandante dell’attentato contro Ranucci, attentato secondo l’accusa pensato per creare le condizioni per la discesa in campo in politica del conduttore di Report, ha ammesso le proprie responsabilità. Davanti al Gip, Lavitola “ha confermato l’ipotesi accusatoria della procura della Repubblica ammettendo di essere stato il mandante dell’attentato”, ha spiegato ai cronisti l’avvocato Sergio Cola, difensore dell’imprenditore, lasciando Rebibbia. L’obiettivo di Lavitola sarebbe stato quello di “far aumentare il livello di scorta” a Ranucci. “L’ho fatto per il suo bene – avrebbe detto perché era minacciato”.



