L’inviato speciale statunitense Jared Kushner, genero di Donald Trump, cerca di sbloccare la roadmap coordinata con il “Board of Peace”, mentre il premier israeliano continua a pretendere il disarmo effettivo del gruppo militante e respinge le pressioni dei paesi arabi
Oggi Jared Kushner incontra il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu dopo un cruciale vertice tenutosi in Egitto con i vertici di Hamas. L’obiettivo della missione diplomatica è rilanciare il piano di pace per la Striscia di Gaza promosso da Washington, attualmente in fase di stallo dopo il netto rifiuto del governo israeliano di accettare i termini finora concordati.
I colloqui di El-Alamein e il ruolo del Board of Peace
Nella giornata di domenica, come riportato da testate quali Times of Israel e CBS News, Kushner ha incontrato a El-Alamein il nuovo leader di Hamas, Khalil al-Hayya. Durante il colloquio, l’inviato della Casa Bianca ha fatto pressione affinché il movimento intraprenda “passi concreti e verificabili” verso la smilitarizzazione, ribadendo che la Striscia non potrà mai più rappresentare una minaccia per la sicurezza di Israele.
Al tavolo delle trattative erano presenti anche i rappresentanti del cosiddetto Board of Peace istituito dall’amministrazione Trump, tra cui l’ex primo ministro britannico Tony Blair, insieme ai delegati dei Paesi mediatori: Egitto, Qatar e Turchia. Nonostante la storica posizione degli Stati Uniti che considerano Hamas un’organizzazione terroristica, Washington ha intensificato i contatti diretti per giungere alla chiusura definitiva del conflitto avviato dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023.
Lo scontro sulle garanzie di disarmo e la reazione di Tel Aviv
Hamas ha ribadito la propria disponibilità ad aderire all’ultima fase della roadmap, chiedendo contestualmente ai mediatori internazionali di “costringere” Israele ad approvare l’accordo e a stabilire un calendario certo per la sua attuazione. Tuttavia, Netanyahu continua a condizionare qualsiasi ritiro delle forze armate a un “disarmo reale” e completo del gruppo, respingendo l’ipotesi di ritiri graduali paralleli.
La posizione del premier israeliano ha scatenato la reazione dei Paesi arabi e musulmani della regione. In una nota congiunta diffusa anche da The New Arab, otto nazioni — tra cui Giordania, Arabia Saudita, Pakistan, Indonesia ed Emirati Arabi Uniti — hanno condannato il rifiuto di Israele, attribuendo a Tel Aviv la responsabilità diretta del possibile fallimento dei negoziati. La presenza degli Emirati è particolarmente rilevante, trattandosi di uno Stato che ha normalizzato i rapporti con Israele cinque anni fa.
In risposta al blocco diplomatico, il partito di maggioranza Likud ha accusato i Paesi arabi di voler condizionare la politica interna israeliana e “far cadere il primo ministro” in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Nel tentativo di mediare, Nickolay Mladenov, alto rappresentante del Board of Peace, ha assicurato che le truppe israeliane non abbandoneranno le posizioni strategiche prima che la smilitarizzazione di Hamas sia stata pienamente verificata.



