Il cda di Mps approva la doppia offerta di scambio, con distribuzione straordinaria da 4 miliardi agli azionisti. Ma per capire perché Siena si è giocata questa carta bisogna guardare a una partita più grande, che si decide a Milano il 10 settembre — e forse a Palazzo Chigi.
Il consiglio di amministrazione di Banca Monte dei Paschi di Siena ha approvato il lancio di due offerte pubbliche di scambio volontarie, interamente in azioni, sulla totalità dei titoli di Banco Bpm e Banca Generali, per un controvalore complessivo di circa 34 miliardi di euro. L’obiettivo dichiarato è la nascita di un nuovo gruppo bancario da oltre 810 miliardi di total financial assets. Prevista anche una distribuzione straordinaria da 4 miliardi agli azionisti Mps. L’assemblea che dovrà dare il via libera è convocata per il 29 ottobre.
Dietro la sobrietà del comunicato, quella di giovedì 20 agosto è stata una riunione tutt’altro che tranquilla: sette ore di consiglio, sotto la presidenza di Cesare Bisoni, chiuse con un via libera a maggioranza (9 favorevoli) e l’astensione di quattro consiglieri indipendenti su cinque, che hanno lamentato di non essere stati messi in condizione di valutare pienamente rischi ed effetti dell’operazione. Non è un dettaglio da archivio: è la fotografia di una banca che si gioca una mano pesantissima con un fronte di minoranza apertamente critico.
I numeri della doppia mossa
Il corrispettivo stimato è di circa 25,3 miliardi di euro per l’offerta su Banco Bpm e circa 8,7 miliardi per quella su Banca Generali, calcolati sui prezzi ufficiali del 19 agosto. Per Bpm il rapporto di cambio è fissato a 1,567 nuove azioni Mps per ogni titolo (16,729 euro per azione, nessun premio una volta scontata la maxi-cedola). Per Banca Generali il concambio è di 6,958 azioni Mps per ciascun titolo, con un prezzo implicito di 74,284 euro e un premio del 10%.
Contestualmente, il cda ha deliberato di proporre all’assemblea una distribuzione straordinaria da 4 miliardi di euro lordi per i soci Mps già in portafoglio: 1,208 euro per azione, in parte cash (0,302 euro) e in parte in natura, tramite l’assegnazione di titoli Assicurazioni Generali che Mps controlla indirettamente attraverso Mediobanca.
In caso di adesione totale a entrambe le offerte, e considerando il completamento dell’acquisizione di Mediobanca da parte di Mps, gli attuali soci Mps deterrebbero circa il 50,1% del gruppo combinato, quelli di Bpm il 37,2% e quelli di Banca Generali il 12,7%: Siena, cioè, resterebbe azionista di maggioranza relativa della sua stessa creatura, ma per un margine sottile.
L’amministratore delegato Luigi Lovaglio ha rivendicato la portata industriale dell’operazione: un gruppo con capitalizzazione pro forma di circa 80 miliardi, tra le prime dieci banche europee e secondo in Italia per crediti e sportelli. Ha insistito sulla natura non ostile della manovra — Mps come “partner naturale per aggregazioni non ostili” — e ha derubricato le due offerte a “solo legalmente separate”, parti di un unico disegno industriale.
Perché ora: la mossa di Intesa e la posta in gioco
Per capire la tempistica bisogna guardare a cosa è successo da giugno in avanti. Mps ha completato a settembre 2025 l’acquisizione di Mediobanca, che controlla circa il 13,2% di Assicurazioni Generali — un asset che ha reso il Monte, da banca da risanare, un boccone assai più ambito. L’8 giugno Intesa Sanpaolo ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto e scambio non concordata da 30,6 miliardi, un giorno dopo che lo stesso Banco Bpm aveva proposto a Mps una fusione alla pari — proposta poi ritirata da Piazza Meda a ridosso di Ferragosto.
Secondo i dettagli dell’accordo siglato tra Intesa e Unipol, l’esito finale dell’OPAS porterebbe alla cessione di circa 635 sportelli MPS, di gran parte delle strutture centrali e dello stesso marchio storico a favore di un nuovo soggetto nato dall’integrazione tra Unipol e BPER. Questa nuova entità, destinata a chiamarsi “Banca Monte dei Paschi”, vedrebbe lo spostamento della propria sede legale da Siena a Modena, mentre Intesa andrebbe a trattenere sotto il proprio controllo Mediobanca e la strategica partecipazione in Generali.
È a questo scenario che la doppia OPS di Lovaglio si contrappone: non solo come difesa, ma come alternativa industriale che permetterebbe a MPS di restare un soggetto autonomo, con un perimetro persino più ampio di quello attuale.
Per comprendere davvero la posta in gioco, però, bisogna guardare dove quasi nessuno osserva. Nessuno mette sul piatto oltre trenta miliardi di euro per la sola banca senese in quanto tale. Da quando il Monte ha acquisito Mediobanca, il suo reale valore strategico agli occhi di Intesa risiede soprattutto nella quota che Piazzetta Cuccia detiene in Generali: il principale gruppo assicurativo italiano, con una enorme massa di risparmio gestito e investimenti finanziari. Il vero obiettivo non è Siena, è Trieste.
Il consenso da costruire
Il piano avrebbe già raccolto, secondo quanto risulta, il favore di alcuni azionisti di peso del Monte: Delfin della famiglia Del Vecchio e PLT della famiglia Tortora. In un capitale storicamente frammentato, è un sostegno tutt’altro che irrilevante.
Restano, naturalmente, nodi da sciogliere. Il primo è Crédit Agricole, primo socio di Banco Bpm con il 29,3%, che ha davanti tre strade: accettare, negoziare uno scambio della propria quota — come già fece con Cariparma per uscire da Intesa Sanpaolo — oppure lanciare una contro-offerta su Bpm. L’operazione dovrà inoltre passare dal comitato parti correlate di Mps, dato che Bpm detiene il 3,7% del capitale senese; stesso passaggio per l’offerta su Banca Generali, poiché Mps è già azionista di Generali al 13,3% tramite Mediobanca.
Gli analisti restano divisi. Equita — che è anche advisor di Intesa Sanpaolo — ha definito il rischio di esecuzione della doppia Ops “significativamente superiore” rispetto all’opas di Messina, segnalando la necessità di gestire in parallelo l’integrazione di Mediobanca e due operazioni straordinarie di queste dimensioni. È un avvertimento legittimo, che va letto insieme, però, al sostegno già raccolto tra i soci storici e al fatto che, a differenza di una difesa puramente burocratica, il piano di Lovaglio prova a rispondere all’opas di Intesa con un progetto industriale alternativo, non solo con un rifiuto.
Il fattore tempo, e il fronte politico
Il calendario resta comunque stretto. Il 10 settembre l’assemblea straordinaria di Intesa voterà la delega per l’aumento di capitale necessario a pagare l’offerta su Mps; Siena arriva alla propria assemblea del 29 ottobre — chiamata ad autorizzare le due Ops sotto la passivity rule — sapendo che l’ultima assise ha fatto segnare un’affluenza del 64,11%, e che la soglia dei due terzi richiesta non è scontata su un capitale così frammentato.
Sul fronte politico, il 18 giugno il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha dichiarato in audizione al Senato che il golden power “vale anche tra banca italiana e banca italiana” e che il comitato competente valuterà eventuali prescrizioni sull’opas di Intesa. Ricostruzioni di stampa circolate a ridosso del cda di giovedì suggeriscono inoltre che il governo — con Meloni e Giorgetti in prima fila — starebbe guardando con favore proprio al piano di Lovaglio, ipotizzando un riassetto in cui Intesa rileverebbe solo la quota Mps in Generali, lasciando al Monte la possibilità di procedere con Bpm e Banca Generali. Sono indiscrezioni non confermate ufficialmente — il Mef mantiene la linea della “neutralità” — ma se confermate rafforzerebbero proprio lo scenario del terzo polo.
Cosa succede adesso
Le offerte restano soggette all’approvazione dell’assemblea Mps del 29 ottobre e alle autorizzazioni delle autorità di vigilanza, con perfezionamento atteso entro metà febbraio 2027. Ma la partita, esplicitamente, non si gioca più soltanto sui numeri di un concambio: si gioca su cosa resti, alla fine, di una banca che porta nel nome una città.
Vittorio Zenardi



