È durata il tempo di un vertice la tregua ucraina. Scaduti i tre giorni concessi per la visita a Mosca e Kiev degli inviati di Donald Trump, Jared Kushner e Steve Witkoff, la Russia ha ripreso a colpire la capitale Kiev. Il bilancio, provvisorio, è di almeno due morti e dieci feriti, ma le autorità ucraine temono numeri più alti. All’aba di stamane l’allerta aerea si è estesa in dodici regioni. A Kyiv un condominio di cinque piani è stato centrato nel quartiere di Solomianskyi, auto in fiamme a Podilskyi, moltissime persone sono rimaste intrappolate sotto le macerie. A confermarlo il sindaco Vitali Klitschko. Secondo i canali Telegram di monitoraggio, Mosca starebbe già spostando missili balistici e bombardieri pesanti dagli aeroporti dell’est verso basi più vicine all’Ucraina. Segnale che l’offensiva potrebbe allargarsi. Intanto Varsavia ha fatto scattare operazioni aeree preventive, sospendendo i voli da Lublino. Il motivo è chiaramente solo uno: la Polonia, membro NATO, non vuole rischiare sconfinamenti come a Lipsia nei giorni scorsi. Kiev ha risposto colpendo con droni Saratov, danneggiando infrastrutture petrolifere. Analizzando i fatti e l’ultima escalation è tutto più chiaro: la tregua di facciata voluta dal Cremlino era un messaggio per Washington, non per Kiev. Putin mostra di poter fermare i missili per far atterrare Kushner e di riattivarli appena riparte. È il negoziato con la pistola sul tavolo. Trump spinge per un trilaterale con Xi all’APEC, ma le condizioni restano incompatibili: Mosca vuole annessione dei territori e stop alla NATO per Kiev. L’ucraina e il suo premier Zelesky non cedono. Intanto a pagare sono i civili svegliati dalle sirene mentre la diplomazia prendeva l’aereo.



