Netanyahu e la mattina del 7 ottobre: cosa sarebbe successo, secondo la ricostruzione israeliana

giovedì, 10 Settembre 2026
4 minuti di lettura

A Tel Aviv si continua a discutere di cosa avrebbe fatto — e soprattutto di cosa non avrebbe fatto — Benjamin Netanyahu nelle ore immediatamente successive all’attacco di Hamas del 7 ottobre. Una ricostruzione basata su testimonianze, verbali dei servizi di sicurezza e sulla cronologia che lo stesso premier sarebbe stato costretto a rendere pubblica, prova a rispondere a una domanda che pende da oltre tre anni: che cosa avrebbe saputo, quella mattina, e quanto ci avrebbe messo a reagire?

La notte prima e un avvertimento conteso

Secondo la ricostruzione, nella notte tra il 6 e il 7 ottobre Netanyahu si sarebbe coricato più tardi del solito nella sua villa di Cesarea, senza impartire disposizioni particolari per il giorno seguente. Su un eventuale avvertimento ricevuto nei giorni precedenti, però, le versioni sono in aperto contrasto. Il quotidiano israeliano Haaretz, citando il libro Kidnapped: 843 Days of Abandonment dei giornalisti Shlomi Eldar e Ruth Yuval, sostiene che a fine settembre 2023 il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed avrebbe telefonato personalmente a Netanyahu, per circa 45 minuti, mettendolo in guardia su un’operazione di vasta portata che Yahya Sinwar, leader di Hamas, starebbe pianificando — un’azione capace, secondo l’emiro, di provocare un grave spargimento di sangue e di mettere a rischio la tenuta degli Accordi di Abramo. Netanyahu avrebbe risposto rassicurando l’interlocutore: la situazione a Gaza sarebbe stata sotto controllo, ed eventuali iniziative di Hamas si sarebbero limitate al massimo alla Cisgiordania. Secondo questa ricostruzione, il premier non avrebbe poi girato l’allarme ai vertici della sicurezza nazionale.

Ad alimentare l’allarme sarebbe stato lo stesso Sinwar che, frustrato dalla mancanza di progressi nello scambio di prigionieri, avrebbe fatto arrivare a Israele — tramite un referente di Fatah — messaggi via via più minacciosi, parlando di una “grande sorpresa” e di un imminente “terremoto”. L’ex premier Naftali Bennett ha pubblicamente definito veritiera questa ricostruzione, attribuendo a Netanyahu una responsabilità diretta per il fallimento che avrebbe portato alla strage.

L’ufficio del primo ministro ha però smentito integralmente la vicenda, negando che vi sia mai stata una telefonata con bin Zayed in quel periodo e negando di aver ricevuto alcun avvertimento in tal senso. L’episodio si aggiunge a un altro dossier già noto, quello soprannominato “Muro di Gerico”: un documento di 40 pagine intercettato dall’intelligence israeliana oltre un anno prima dell’attacco, che ne avrebbe già descritto in dettaglio la possibile dinamica.

Le prime chiamate

lle 6:29 sarebbe stato il generale Avi Gil, l’addetto militare del premier, a chiamarlo per informarlo dell’attacco in corso. La telefonata non risulterebbe registrata. Netanyahu stesso, a distanza di anni, avrebbe ammesso che se lo avessero svegliato prima, gli eventi avrebbero potuto prendere una piega diversa — un riferimento al fatto che lo Shin Bet avrebbe già rilevato i primi movimenti sospetti nella Striscia da oltre un’ora.

Una seconda chiamata, alle 6:40, sarebbe durata quattro minuti: il premier avrebbe chiesto conto, con tono adirato, del perché nulla fosse emerso prima dall’intelligence. In quei minuti avrebbe posto tre domande — sulla mobilitazione dei riservisti, sulla possibilità di colpire i vertici di Hamas e sulla chiusura del confine con Gaza — ma non avrebbe ancora contattato né il capo di stato maggiore Herzi Halevi né il capo dello Shin Bet Ronen Bar. Un’assenza che diversi osservatori giudicano quantomeno singolare, vista la gravità della situazione.

Il tragitto verso il quartier generale

Qui la ricostruzione si complica per le versioni discordanti. Netanyahu sosterrebbe di essersi mosso verso la Kirya, il quartier generale militare di Tel Aviv, verso le 7:30, con arrivo nella War Room sotterranea alle 8. I verbali dello Shin Bet indicherebbero però orari diversi, tra le 8:22 e le 9:03, mentre altre fonti televisive collocherebbero il suo arrivo addirittura dopo le 9. Anche alcuni vicini di casa a Cesarea riferirebbero di averlo visto muoversi più tardi di quanto dichiarato. L’ex premier Yair Lapid, oggi all’opposizione, ha fatto notare pubblicamente che non ci sarebbe alcuna ragione tecnica per impiegare quarantacinque minuti nell’organizzare un convoglio di sicurezza.

Nel tragitto in auto, Netanyahu avrebbe parlato con il ministro della Difesa Yoav Gallant — arrivato alla Kirya già alle 7:30, pur abitando molto più lontano di lui — che gli avrebbe riferito di non avere ancora un quadro chiaro della situazione. Anche in quel momento, il premier non avrebbe chiamato Ronen Bar, e il suo primo contatto diretto con il capo di stato maggiore Halevi arriverebbe solo tre ore e mezza dopo l’inizio dell’attacco.

Le riunioni mancate e quelle in ritardo

Alle 8:40 Gallant convocherebbe una prima riunione d’emergenza con Bar e Halevi, alla quale Netanyahu non risulterebbe presente. Solo alle 9:30 — tre ore dopo l’attacco — il premier convocherebbe una propria riunione. Alle 9:47 il suo addetto militare leggerebbe per la prima volta la valutazione della situazione che lo Shin Bet aveva già preparato in un briefing delle 5:15, quasi un’ora prima dell’attacco: un documento che, secondo Netanyahu, dimostrerebbe come informazioni cruciali fossero rimaste bloccate ai vertici dell’intelligence invece di raggiungerlo. Il primo colloquio diretto con Halevi arriverebbe solo alle 9:55, alla presenza anche di Bar, Gallant, del capo del Mossad David Barnea e di altri consiglieri per la sicurezza.

Non tutte le testimonianze concorderebbero su un giudizio negativo di quelle prime ore: un consigliere del premier ha difeso pubblicamente il suo operato, sostenendo che Netanyahu sarebbe stato l’unico, tra i presenti alla Kirya, a mantenere lucidità mentre il resto dei vertici della sicurezza si sarebbe trovato in stato di shock.

Il resto della giornata

Alle 10:30 arriverebbe la prima chiamata da un leader straniero: quello olandese, Mark Rutte, all’epoca ancora primo ministro dei Paesi Bassi e non ancora segretario generale della Nato e solo alle 11:35 Netanyahu si rivolgerebbe alla nazione in un videomessaggio per annunciare lo stato di guerra. A mezzogiorno e mezzo si riunirebbe con alcuni ministri, e soltanto alle 13:45 — quasi sette ore dopo l’inizio dell’attacco — darebbe l’ordine di distruggere le forze di Hamas penetrate in territorio israeliano, mantenendo però l’attenzione anche su Cisgiordania e Hezbollah. Nel pomeriggio arriverebbero le telefonate con il presidente francese Macron e quello statunitense Biden.

Lo scontro con Lapid

Alle 16:30 Netanyahu riceverebbe Lapid, che in seguito racconterà pubblicamente un incontro durissimo. Secondo la ricostruzione del leader dell’opposizione, fino a quel momento il premier non avrebbe intrapreso alcuna azione concreta: nessuna direttiva alle comunità del sud, nessuno spostamento di truppe, nessun ordine di evacuazione. L’unica attività extra, secondo Lapid, sarebbe stata la telefonata con il leader straniero della mattina — oltre al rifiuto di rimuovere dal governo i ministri più oltranzisti, Ben-Gvir e Smotrich, per evitare di dover formare un governo di unità nazionale.

La difesa di Netanyahu

Il premier ha respinto pubblicamente queste ricostruzioni, parlando di propaganda elettorale e di accuse costruite ad arte per distogliere l’attenzione da quella che considera la vera responsabilità: a suo dire, sarebbero stati proprio Ronen Bar e Herzi Halevi ad aver individuato segnali d’allarme ore prima dell’attacco senza agire, e se lo avessero informato per tempo il massacro si sarebbe potuto evitare. Ora in campo, l’ipotesi di una commissione d’inchiesta, destinata a nascere soltanto dopo le urne. Sarà quel tavolo a dover rispondere ai dubbi che si trascinano da 152 settimane.

La ricostruzione oraria riprende l’inchiesta del Corriere della Sera (Francesco Battistini)

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.