Mi ricordo esattamente cosa stessi facendo quel terribile 11 settembre 2001. Ero al telefono con un collega universitario, quattro chiacchiere in vista di un imminente esame. Poi la sua voce si è fatta seria: «Accendi la televisione…».
Lo feci nel momento esatto in cui il secondo aereo andava a schiantarsi contro la seconda torre. Un senso d’impotenza e di incredulità mi pervase: le torri in fiamme, il fumo che avvolgeva Manhattan, la polvere che correva tra le strade, il terrore negli occhi dei sopravvissuti. Dall’alto, corpi si lanciavano nel vuoto, diventando piccoli punti nell’immensità del cielo. Sembrava un’allucinazione, un film apocalittico. Ma non lo era.
Ancora oggi, quelle immagini rimangono impresse nella memoria collettiva. È impossibile dimenticarle.
Twitter e Facebook non esistevano ancora, ma l’11 settembre fu uno dei primi drammi globali a svolgersi quasi interamente sotto gli occhi delle telecamere. Milioni di persone, in ogni angolo del pianeta, assistettero in diretta alla tragedia: gli aerei di linea dirottati che si schiantavano contro le Torri Gemelle di New York, il crollo dei grattacieli simbolo della città, l’attacco al Pentagono e la caduta del volo United Airlines 93 in Pennsylvania. Alla fine, le vittime furono 2.977, esclusi i 19 dirottatori.
Fu uno degli attentati terroristici più gravi della storia, capace di sconvolgere gli Stati Uniti e di cambiare profondamente il corso della politica internazionale. Non fu soltanto un attacco agli Stati Uniti. Le sue conseguenze investirono gli equilibri internazionali, le politiche di sicurezza e il modo stesso in cui le società occidentali avrebbero percepito la minaccia terroristica. Da quel giorno il mondo apparve improvvisamente più fragile e vulnerabile.
L’organizzazione che cambiò forma per sopravvivere
A venticinque anni di distanza, le Torri Gemelle appartengono alla memoria collettiva. Al-Qaeda, l’organizzazione responsabile della pianificazione degli attentati, non è invece un ricordo: esiste ancora, anche se non è più quella del 2001.
All’epoca degli attentati, Al-Qaeda disponeva di un rifugio sicuro in Afghanistan, dove il regime dei talebani aveva garantito a Osama bin Laden e alla sua organizzazione un ambiente relativamente protetto nel quale addestrare militanti, sviluppare strutture operative e pianificare attentati. Quell’organizzazione, fortemente legata alla figura di bin Laden e dotata di una leadership centrale riconoscibile, sarebbe stata profondamente colpita dalla risposta americana.
L’intervento militare statunitense in Afghanistan iniziò nell’ottobre 2001. Negli anni successivi, la pressione militare e di intelligence portò alla perdita di importanti dirigenti, alla dispersione delle strutture e alla progressiva distruzione del sistema che aveva consentito ad Al-Qaeda di operare con maggiore libertà. Ma l’organizzazione non scomparve. Al contrario, si adattò.
La perdita del rifugio afghano e l’indebolimento della leadership centrale contribuirono a trasformare Al-Qaeda da un’organizzazione relativamente centralizzata in una rete più diffusa, nella quale le diverse affiliate regionali acquisirono un peso sempre maggiore. Non fu semplicemente una scelta strategica pianificata fin dall’inizio. Fu anche una conseguenza della necessità di sopravvivere alla pressione esercitata dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
Da organizzazione a rete
È probabilmente questa la trasformazione più importante avvenuta negli ultimi 25 anni. Al-Qaeda oggi non può essere descritta soltanto come una struttura comandata da un unico centro capace di impartire ordini alle proprie cellule in tutto il mondo. È diventata una rete composta da organizzazioni radicate in contesti geografici e politici differenti.
Tra le principali affiliate vengono generalmente citate Al-Qaeda nel Maghreb islamico e le organizzazioni che ne hanno raccolto l’eredità, Al-Qaeda nella Penisola Arabica, Al-Shabaab in Somalia e il JNIM, particolarmente attivo nel Sahel.
Questi gruppi condividono l’ideologia jihadista e un legame con Al-Qaeda, ma non sono semplicemente delle filiali che ricevono quotidianamente ordini da un quartier generale. Dispongono di una significativa autonomia e sono profondamente condizionati dai conflitti, dalle dinamiche politiche e dalle realtà sociali dei territori nei quali operano.
È proprio questa dimensione locale ad aver permesso alla rete di sopravvivere. In alcune aree, le affiliate hanno cercato di inserirsi nelle tensioni tra comunità, sfruttare il vuoto lasciato dalle istituzioni statali e costruire rapporti con le popolazioni locali. In altri casi hanno imposto forme di controllo sul territorio, attraverso tassazione, posti di blocco e pressione sulle attività economiche.
La minaccia, quindi, non passa necessariamente dalla preparazione di un nuovo attentato spettacolare paragonabile a quello dell’11 settembre. Può assumere la forma più lenta e meno visibile della costruzione di strutture di potere all’interno di territori fragili.
La frattura con lo Stato Islamico
La storia di Al-Qaeda si intreccia anche con quella dello Stato Islamico, ma le due organizzazioni non devono essere confuse.
Lo Stato Islamico affonda le proprie radici nella formazione guidata da Abu Musab al-Zarqawi durante la guerra in Iraq. Il gruppo entrò nell’orbita di Al-Qaeda e divenne noto come Al-Qaeda in Iraq, ma i rapporti con la leadership centrale furono caratterizzati da forti tensioni.
Negli anni successivi, la componente irachena attraversò ulteriori trasformazioni fino a diventare lo Stato Islamico dell’Iraq. Nel 2013 Abu Bakr al-Baghdadi annunciò l’espansione dell’organizzazione in Siria e la nascita dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, l’ISIS.
La leadership di Al-Qaeda respinse quella decisione. Da quel momento la rottura divenne definitiva. Nel 2014, dopo la conquista di vaste porzioni di territorio in Iraq e Siria, Baghdadi proclamò il cosiddetto califfato. Le due organizzazioni finirono così per diventare rivali. Se Al-Qaeda ha mantenuto una struttura più orientata alla costruzione paziente di una rete jihadista internazionale, lo Stato Islamico ha puntato sulla conquista territoriale, sulla propaganda estremamente aggressiva e sulla proclamazione immediata di un proprio Stato. La rivalità tra le due realtà ha contribuito a ridisegnare il panorama del jihadismo internazionale.
Una minaccia diversa
Al-Qaeda è sopravvissuta alla morte dei suoi due leader storici. Osama bin Laden fu ucciso dagli Stati Uniti nel 2011, mentre Ayman al-Zawahiri venne ucciso a Kabul nel 2022. Oggi Saif al-Adel è considerato il leader de facto dell’organizzazione. Ma Al-Qaeda non è più quella dell’11 settembre. La struttura è cambiata, il suo centro si è indebolito e le sue diverse ramificazioni hanno acquistato maggiore autonomia. Sono passati 25 anni da quel giorno, ma Al-Qaeda è ancora lì. Non ha più lo stesso volto.
Vittorio Zenardi



