Due vicende profondamente diverse, ma con un elemento che torna: la rete. A Lamezia Terme un 14enne avrebbe pianificato su Telegram un’aggressione con un coltello contro la sua professoressa. A San Cataldo due sorelle di 8 e 12 anni sono scomparse per ore nel tentativo di imitare una vecchia challenge vista online. Episodi che riaccendono il dibattito sul rapporto tra giovanissimi, social network ed emulazione.
Il male dei giovani corre anche sul web. Non necessariamente nasce lì, e sarebbe semplicistico attribuire ai social la responsabilità di comportamenti tanto diversi e complessi. Ma due episodi avvenuti a centinaia di chilometri di distanza mostrano quanto ciò che accade dietro uno schermo possa uscire rapidamente dalla dimensione virtuale e produrre conseguenze molto concrete.
Da una parte c’è Lamezia Terme, dove uno studente di 14 anni dell’Istituto comprensivo Nicotera-Costabile avrebbe pianificato un’aggressione con un coltello contro la propria insegnante di italiano. Dall’altra San Cataldo, in provincia di Caltanissetta, dove due bambine di 8 e 12 anni si sono nascoste per una notte in un negozio di abbigliamento per riprodurre una challenge vista su YouTube e sui social.
Lamezia Terme, il piano del 14enne passa da Telegram
Il caso più inquietante arriva dalla Calabria. Secondo quanto ricostruito finora, il 14enne avrebbe organizzato su un gruppo Telegram il progetto di aggredire con un coltello la sua docente di italiano. L’arma sarebbe stata nascosta nei bagni dell’istituto, mentre sul gruppo sarebbero circolati messaggi relativi alle sue intenzioni. Nel corso degli accertamenti i carabinieri hanno sequestrato anche il cellulare del ragazzo.
A impedire che il piano arrivasse alle conseguenze più gravi è stata però proprio un’altra parte del mondo dei ragazzi. Alcuni compagni si sono accorti della situazione e hanno riferito quanto stava accadendo a un adulto, facendo scattare l’allarme e l’intervento dei carabinieri. La dirigente scolastica Maria Angela Bilotti ha sottolineato il ruolo decisivo della rete costruita tra studenti e adulti e il fatto che i ragazzi non abbiano scelto il silenzio.
Secondo quanto riferito dalla stessa dirigente, tra le ipotesi al vaglio c’è il risentimento del 14enne nei confronti della docente per una bocciatura dell’anno precedente. Le indagini dovranno comunque ricostruire nel dettaglio la vicenda e il contesto nel quale è maturato il progetto.
Il dato che colpisce è che una vicenda nata da un disagio personale avrebbe trovato anche uno spazio digitale nel quale essere comunicata e condivisa.
San Cataldo e la “24 Hour Overnight Challenge”
Diversissima per gravità e dinamica è la storia delle due sorelle di San Cataldo, Benedetta e Domitilla, di 12 e 8 anni. Le bambine erano scomparse il 18 settembre ed erano state ritrovate circa 21 ore dopo all’interno di un negozio di abbigliamento vicino casa. Inizialmente era stata aperta un’inchiesta per sequestro di persona, ma gli accertamenti hanno escluso il coinvolgimento di terzi e la Procura di Caltanissetta ne ha chiesto l’archiviazione.
Dietro quella scomparsa, secondo la ricostruzione degli investigatori, c’era infatti una challenge vista online.
Le due sorelle avrebbero approfittato delle operazioni di chiusura del negozio per rimanere nascoste all’interno e trascorrervi la notte senza farsi scoprire. Sui dispositivi utilizzati dalle minori gli investigatori hanno riscontrato la visione di contenuti dedicati proprio a questo genere di sfida, alcuni dei quali con milioni di visualizzazioni. Secondo la Procura, la visione ripetuta di quei video avrebbe spinto una delle bambine a voler riprodurre l’esperienza coinvolgendo la sorella.
Cos’è la “24 Hour Overnight Challenge”
La “24 Hour Overnight Challenge” non è una nuova moda. Il format circola sul web almeno dal 2016 e ha conosciuto una forte popolarità su YouTube prima di diffondersi, in forme diverse, su altre piattaforme.
Il meccanismo è apparentemente semplice: entrare in un negozio, supermercato, centro commerciale o altra struttura prima della chiusura, nascondersi e tentare di trascorrervi la notte – in alcune versioni fino a 24 ore – senza essere scoperti. L’esperienza viene generalmente filmata e trasformata in un contenuto destinato ai social.
Un format vecchio di quasi dieci anni può così tornare improvvisamente davanti agli occhi di un bambino che non lo percepisce affatto come qualcosa appartenente al passato. Video caricati anni prima restano disponibili, vengono consigliati, condivisi e riscoperti da generazioni di utenti sempre nuove.
Ed è proprio l’emulazione uno degli aspetti sui quali si è concentrata la Procura di Caltanissetta. Il procuratore Salvatore De Luca ha richiamato l’attenzione sull’accesso dei minori alle piattaforme e sul rischio che le sfide virali possano spingere i più giovani a compiere azioni pericolose alla ricerca di approvazione, visualizzazioni o appartenenza a una comunità online.
Due storie diverse, una domanda comune
Sarebbe sbagliato mettere sullo stesso piano una challenge imitata da due bambine e la pianificazione di un’aggressione con un coltello. E sarebbe altrettanto sbagliato concludere che Internet sia automaticamente la causa di ciò che è accaduto.
Eppure entrambe le vicende pongono una domanda difficile: quanto sappiamo davvero di ciò che i più giovani vedono, condividono e costruiscono online?
La rete può essere uno spazio di conoscenza, socialità e creatività. Ma può diventare anche una gigantesca cassa di risonanza: una bravata può trasformarsi in un modello da imitare, mentre rabbia e disagio possono trovare spazi nei quali essere condivisi anziché intercettati immediatamente dagli adulti.
Proprio il caso di Lamezia mostra però anche l’altra faccia della medaglia. Sono stati dei ragazzi a vedere un segnale di pericolo e a parlarne. Non hanno ignorato ciò che stava accadendo online: lo hanno portato fuori dalla rete e affidato agli adulti. Ed è stato questo passaggio a permettere l’intervento prima che fosse troppo tardi.
Forse è da qui che passa una parte della risposta: non soltanto controllare, vietare o limitare, ma costruire un rapporto nel quale un ragazzo sappia riconoscere un contenuto pericoloso e, soprattutto, sappia a chi rivolgersi quando ciò che vede sullo schermo rischia di diventare realtà.



