
Mi chiedo, riguardando il quadro di Jacques-Louis David che rappresenta la morte di Marat, perché il pittore abbia rappresentato solo il finale di quella che è stata una vera e propria esecuzione, cioè il corpo di Marat e il coltello insanguinato. E l’autrice di quel gesto, la famosa Charlotte Corday, colei che è voluta entrare così violentemente nella storia di Francia… pagando con la vita la sua fama postuma.
Gli artisti non esprimono giudizi, o almeno non in questo quadro. David ci racconta quello che è successo, punto. Chi può sapere con certezza le sue convinzioni profonde in un momento storico tanto violento e complesso, caratterizzato da una rapidissima trasformazione? Monarchia, Ancien Régime, Rivoluzione e continui disordini e incertezza, Napoleone e l’Impero. Lui, David, rappresenterà tutto questo, che si susseguì in pochissimo tempo.

Ma chi è Charlotte? Una giovanissima donna che vuole vendicare i morti della Vandea e di una rivoluzione che ormai era fuori controllo. Bella, giovane, di ventiquattro anni e vergine. Michelet stesso la descrive così mentre sale sulla ghigliottina il 17 luglio 1793, dolcemente rassegnata in mezzo agli ululati della folla inferocita. Michelet, nella sua Histoire de la Révolution française del 1847, crea un cliché che continuerà per tutto l’Ottocento: per lui Charlotte non è una mostruosa femme-homme come la descrivevano i giacobini subito dopo l’omicidio, ma “l’ange de l’assassinat”.
Il problema, visto con gli occhi di oggi, è proprio questo: Michelet non la dipinge come un mostro e lo fa “rifemminizzandola”. Non la definisce una pensatrice politica, ma quasi un’eroina tragica che dichiara al suo processo: «Ho concepito ed eseguito da sola un grande disegno». Ma non era un angelo, era Bruto ciò che voleva essere. Nata aristocratica e finita girondina, leggeva Plutarco in convento e quindi pensava che si potesse uccidere un tiranno per fermare una guerra civile!
Il suo bersaglio non fu Robespierre, che poco dopo avrebbe instaurato “il Terrore”, ma Marat, che ogni mattina sul suo giornale titolava quante teste andavano tagliate… ucciderlo avrebbe salvato migliaia di vite e vendicato quelle già perdute. Pensava che così la rivoluzione sarebbe tornata moderata. E quanto si sbagliava! Fu ghigliottinata con la camicia rossa da parricida: aveva ucciso un padre della Patria! Il boia schiaffeggiò la testa mozzata e la folla disse di aver visto un’espressione di sdegno.
Aveva studiato filosofia, era colta ed aristocratica, un archetipo affascinante, temeraria fino alla follia, aveva agito da sola come un uomo in quei tempi spaventosi. Una femminista? Un’eroina tragica, direi, come Ifigenia o Giovanna d’Arco: segue la sua morale e paga il prezzo più alto. E oggi il femminismo non sa dove metterla. Non lotta per le donne ed è forte come un uomo. È colei che prende il coltello e non chiede misericordia al tribunale, sfidando con lo sguardo e l’atteggiamento tutti: il popolo, la Francia, la Rivoluzione. E anche la Storia.



