Allarme dell’intelligence danese: la Russia potrebbe attaccare la Nato

lunedì, 28 Settembre 2026
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Una Russia in diffcoltà in Ucraina è meno pericolosa per l’Europa? Secondo l’intelligence militare danese, no: è vero il contrario. Nel nuovo rapporto sulla minaccia russa, tre pagine datate 24 settembre 2026, gli analisti di Copenaghen sostengono che Vladimir Putin, mai così sotto pressione dall’inizio dell’invasione, potrebbe essere tentato da mosse disperate, compreso un attacco militare limitato contro uno o più Paesi Nato.

Il rapporto e l’incidente di Gedser

Il documento che usa una scala di probabilità esplicita che va da “molto improbabile” (sotto il 10 per cento) a “molto probabile” (oltre il 90), arriva dieci giorni dopo un episodio che ha allarmato la Danimarca: il 14 settembre una fregata russa al largo di Gedser, nel Baltico, ha sparato razzi di segnalazione contro un elicottero militare danese. I servizi nordici, del resto, hanno una lunga tradizione nel monitorare i movimenti russi nella regione.

La guerra ibrida è in piena escalation

Il rapporto dedica ampio spazio alla guerra ibrida. Tra gli episodi citati figura il tentato attacco con droni contro l’aeroporto di Lipsia-Halle, in Germania, operazione che, secondo le autorità tedesche, sarebbe stata preparata da Mosca nell’arco di diversi mesi. Il servizio di sicurezza interna danese, il Pet, segnala inoltre il rischio di azioni di sabotaggio contro aziende della difesa presenti in Danimarca. Nel frattempo, droni e, in alcuni casi, missili russi sono già finiti sul territorio di Paesi Nato confinanti con l’Ucraina.

Anche la finalità di queste operazioni sembra essersi evoluta. Se in una prima fase l’obiettivo era soprattutto alimentare l’incertezza e indebolire il sostegno occidentale a Kiev, ora l’attenzione sarebbe rivolta sempre più direttamente alla capacità materiale di sostenere lo sforzo bellico ucraino. Nel mirino possono quindi finire impianti dell’industria della difesa e collegamenti ferroviari utilizzati per trasferire equipaggiamenti verso l’Ucraina.

Per i servizi danesi, il livello della minaccia potrebbe inoltre aumentare sia per frequenza sia per gravità, attraverso cyberattacchi in grado di compromettere servizi essenziali e operazioni di sabotaggio potenzialmente capaci di provocare vittime.

Perché una Russia in difficoltà può diventare più pericolosa

Secondo il Ddis, Mosca non è mai stata sotto una pressione così forte dall’inizio della guerra. I raid ucraini a lungo raggio colpiscono in profondità il territorio russo, le perdite sono pesanti a fronte di guadagni territoriali minimi e l’economia è vicina a una grave crisi, stretta tra spese militari, sanzioni e attacchi alle infrastrutture energetiche. Nei prossimi sei mesi non si vedono svolte significative sul campo e Putin difficilmente accetterà compromessi sugli obiettivi di fondo.

Il punto è che Mosca guarda avanti: è convinta che l’Europa costruirà gradualmente una capacità militare autonoma, destinata a diventare una minaccia crescente entro il 2030. I prossimi anni sono quindi una finestra da sfruttare, in cui Putin potrebbe decidere di rischiare per cambiare l’ordine di sicurezza europeo.

Per questa ragione, il rapporto considera probabile, con una probabilità compresa tra il 60 e il 90 per cento, che Putin tenti di modificare l’attuale traiettoria strategica.

L’ipotesi di un attacco limitato

Uno degli scenari considerati dall’intelligence danese riguarda un’azione militare circoscritta contro uno o più Paesi Nato confinanti con la Russia o con l’area del conflitto. Il livello di rischio viene descritto come basso, ma in crescita. E, secondo la valutazione, uno scenario del genere non richiederebbe necessariamente la conclusione della guerra in Ucraina.

Un’operazione limitata potrebbe avere l’obiettivo di costringere gli Stati europei a spostare risorse militari dal sostegno a Kiev oppure mettere alla prova la coesione dell’Alleanza. La capacità dei Paesi Nato di reagire in modo coordinato diventerebbe quindi un elemento centrale.

Tra le modalità ipotizzate figurano:

  • attacchi isolati con armi a lunga gittata contro infrastrutture strategiche, eventualmente attribuiti a incidenti o a missili finiti fuori traiettoria a causa delle interferenze elettroniche legate alla guerra in Ucraina;
  • un’operazione sotto falsa bandiera, utilizzando droni di fabbricazione ucraina per colpire un Paese Nato e creare le condizioni per una diversa attribuzione dell’attacco;
  • l’impiego di piccoli gruppi di militari privi di insegne, sul modello delle forze russe impiegate in Crimea nel 2014.

Lo scenario di un’invasione convenzionale su larga scala viene invece considerato molto improbabile. Un’operazione di questo tipo richiederebbe una mobilitazione militare significativa e preparativi che difficilmente potrebbero passare inosservati: secondo la valutazione danese, servirebbero almeno sei mesi per predisporre le condizioni necessarie. Rimane quindi uno scenario remoto, ma non completamente escluso.

Il rischio di una valutazione sbagliata

Uno degli elementi centrali dell’analisi riguarda la percezione che il Cremlino avrebbe della risposta occidentale. Perché Mosca decida di correre un rischio militare diretto contro un Paese Nato, dovrebbe ritenere possibile contenere le conseguenze e, soprattutto, evitare una risposta compatta dell’Alleanza.

Il problema, secondo gli analisti danesi, è che questa valutazione potrebbe essere errata. Il Cremlino potrebbe infatti sopravvalutare le divisioni tra gli alleati o arrivare alla conclusione che gli Stati Uniti non siano disposti, o non siano nelle condizioni, di intervenire pienamente a difesa dei Paesi europei della Nato.

È proprio questa incertezza a rendere particolarmente delicato il quadro: non sarebbe necessario che Mosca conoscesse con precisione la reazione dell’Alleanza, ma che ritenesse di poterla prevedere abbastanza da decidere di correre il rischio.

Cosa è cambiato rispetto al rapporto del 2025

Il nuovo documento aggiorna la valutazione pubblicata nel febbraio 2025. All’epoca l’intelligence danese stimava che la Russia avrebbe potuto essere pronta, entro sei mesi, a combattere una guerra locale contro un Paese confinante; entro due anni avrebbe potuto rappresentare una minaccia militare credibile per la Nato nell’area del Baltico e, nell’arco di cinque anni, arrivare nelle condizioni di sostenere un conflitto su larga scala in Europa.

Quelle tempistiche non vengono sostanzialmente modificate. A cambiare è soprattutto il presupposto sul quale erano state costruite: le precedenti valutazioni consideravano la conclusione o almeno il congelamento della guerra in Ucraina come una condizione rilevante per la successiva evoluzione della minaccia russa.

La nuova analisi prende invece in considerazione la possibilità che alcune forme di escalation si sviluppino mentre il conflitto ucraino è ancora in corso. È questo uno degli elementi che modifica la lettura dello scenario: la guerra in Ucraina non rappresenterebbe più necessariamente una fase da superare prima che Mosca possa aprire altri fronti di pressione.

Il messaggio per l’Europa

La difficoltà della Russia sul campo di battaglia, quindi, non coincide automaticamente con una riduzione della minaccia. Nella valutazione danese, la pressione militare ed economica può convivere con la volontà di perseguire gli obiettivi strategici del Cremlino e con la ricerca di nuove forme di pressione sull’Europa.

In questo scenario, la deterrenza non dipende soltanto dalle capacità militari dei singoli Paesi Nato, ma anche dalla percezione che Mosca ha della loro capacità e volontà di reagire insieme. È proprio sul terreno della coesione dell’Alleanza che, secondo l’intelligence danese, potrebbe concentrarsi una parte importante del rischio nei prossimi anni.

Vittorio Zenardi

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