Un invito all’originalità e alla speranza: questo il messaggio che emerge da “Il mio nome è Carlo”, il film diretto da Giacomo Campiotti e trasmesso ieri, domenica 27 settembre, in prima visione su Canale 5, che ha conquistato oltre quattro milioni di spettatori, raggiungendo il picco di share della serata.
Il protagonista è Carlo Acutis, classe 1991, nato a Londra e cresciuto a Milano, dove ha frequentato il liceo classico dell’Istituto Leone XIII: un adolescente come tanti altri, aperto alla vita, circondato dagli amici e appassionato di videogiochi.
Al centro della pellicola c’è la vicenda del ragazzo scomparso nel 2006, a soli 15 anni, a causa di una leucemia fulminante. Ciò che rende la sua storia degna di essere raccontata, tuttavia, non è la sua morte precoce, ma il modo in cui Carlo seppe vivere la quotidianità con uno sguardo tutt’altro che ordinario.
Questa qualità si rifletteva in particolar modo nel suo relazionarsi con gli altri: nel bisognoso vedeva infatti una Persona da accogliere e servire; negli ultimi, una ragione concreta per impegnarsi; nei compagni di scuola in difficoltà, una mano da tendere perché nessuno rimanesse indietro. La sua attenzione agli altri non aveva nulla di astratto: si traduceva in gesti quotidiani, spesso semplici e lontani dai riflettori.
Carlo era, prima di tutto, un adolescente. Nella passione per i videogiochi e per la tecnologia tentava di trovare un equilibrio, autodisciplinandosi nel loro utilizzo. Le sue spiccate capacità informatiche furono spesso messe al servizio degli altri: si occupò, tra le altre cose, di promuovere online iniziative di beneficenza, del sito della propria parrocchia e realizzò mostre digitali, tra cui quella divenuta particolarmente nota sui miracoli eucaristici nel mondo.
Come raccontato dalla madre, Antonia Salzano, Carlo riconosceva con autoironia di non avere invece particolari doti sportive, sebbene amasse giocare a calcio con gli amici. Eppure, proprio dentro questa normalità emergeva qualcosa di speciale: una profondità di interessi e una sensibilità che, già da bambino, lo portavano a interrogarsi su questioni etiche e teologiche tutt’altro che semplici.

A raccontarlo è ancora la madre, che ricorda le domande poste dal figlio fin dalla più tenera età. Erano interrogativi ai quali persino lei e il marito, all’epoca credenti, ma non particolarmente praticanti, non sempre sapevano rispondere. Fu anche per questo che Antonia Salzano decise di iscriversi a un corso di teologia, nel tentativo di comprendere e accompagnare quella sete di conoscenza che Carlo manifestava fin da piccolo.
La sua testimonianza non rimase confinata alla famiglia. A riconoscere la particolare intensità della fede di Carlo, oltre ai suoi amici, fu anche Rajesh Mohur, figura particolarmente valorizzata nella pellicola, che lavorò come collaboratore domestico per la famiglia Acutis durante l’infanzia del ragazzo. Colpito dalla fede semplice e concreta di quel giovane, Mohur si avvicinò al cristianesimo fino a chiedere il battesimo.
Nel tempo libero Carlo si dedicava spesso al volontariato. Portava cibo e coperte ai clochard di Milano, un gesto che racconta bene il suo modo di intendere la carità non come un qualcosa da esibire, ma come una dimensione ordinaria della propria vita.

Carlo morì appena cinque giorni dopo la comparsa dei primi sintomi della malattia. Al suo funerale, in una chiesa segnata dal dolore della famiglia e degli amici, accadde però qualcosa di inatteso: decine di persone, per lo più sconosciute ai familiari, presero parte alla funzione, fino a riempire la chiesa. Avevano tutti incontrato Carlo in circostanze diverse, spesso ricevendo il suo aiuto o il suo sorriso, finendo in molti casi a costruire con lui una vera amicizia.
Si trattava forse della testimonianza più concreta di ciò che aveva seminato durante i suoi appena quindici anni di vita. Ed è proprio qui che la storia di Carlo sembra offrire uno spunto che va oltre la sua vicenda personale e può interrogare il modo in cui oggi si guarda ai più giovani, troppo spesso raccontati soprattutto attraverso categorie pessimistiche.
La sua esperienza mostra, anzitutto, che gli strumenti tecnologici non sono necessariamente nemici della socialità o della partecipazione. Anche la tecnologia e il mondo digitale, spesso considerati solo come “mezzo di distrazione di massa”, possono diventare strumenti attraverso cui mettere capacità e interessi personali al servizio degli altri e, più in generale, del bene comune.
In un contesto in cui il valore delle attività viene spesso misurato attraverso la loro utilità immediata e il tempo richiesto, a cui sembra essere sempre associato un prezzo, la vicenda di Carlo richiama invece l’attenzione sul valore della gratuità: sul donare senza un ritorno, sul servizio che non produce necessariamente un vantaggio personale, sui gesti apparentemente “a perdere” che, proprio per questo, possono contribuire a costruire legami e comunità.
E ancora: in una società segnata dall’individualismo, dalla frammentazione degli interessi e da una competizione talvolta fine a se stessa, la sua esperienza suggerisce la possibilità di investire sulle relazioni e di non lasciare indietro chi fatica a tenere il passo con una società che corre sempre più veloce.
Non si tratta, evidentemente, di una sfida da poco. Carlo stesso ha più volte riconosciuto che questa spinta non nascesse esclusivamente da sé, ma trovava origine nella sua fede. Eppure il suo invito conserva una forza che va oltre la specificità della sua esperienza: vivere «come originali e non come fotocopie». Un’espressione che, nella sua semplicità, può essere letta anche come un invito a non lasciarsi definire dalle aspettative degli altri, a mettere a frutto i propri talenti e a trovare, ciascuno attraverso la propria strada, una forma autentica di Felicità.



