Per 19 anni è stata la prova che ha inchiodato Alberto Stasi: “copiosa quantità di DNA di Chiara Poggi sui pedali della bici”. Ora quella prova non esiste più. Anzi, non è mai esistita. Dai raw data del Ris di Parma, consegnati alla Procura di Pavia solo il 6 novembre 2025, spuntano due contro-analisi elettroforetiche eseguite il 20 settembre 2007 sul campione “bu_p” prelevato dalla Umberto Dei di Stasi. Entrambe “totalmente negative”. Il giorno prima, il 19 settembre, lo stesso campione aveva dato un profilo da 2,78 nanogrammi, pulitissimo, identico al cucchiaino di Chiara. Un valore così alto da essere sospetto. Quei due test negativi non sono mai finiti nel fascicolo. La Procura di Pavia lo scrive chiaro nel comunicato che chiude per la seconda volta l’indagine su Andrea Sempio: “non si è rinvenuta traccia in alcun atto”. E i consulenti della difesa di Stasi, Ugo Ricci e Pasquale Linarello, dicono che avrebbero potuto scagionarlo già allora. Il 19 settembre quel DNA “positivo” portò al fermo di Stasi il 24 settembre, poi non convalidato dal gip. Ma il pilastro rimase per tutti i gradi di giudizio fino ai 16 anni definitivi.Se i Ris sapevano del negativo e lo occultarono, non è più errore ma depistaggio. E si spiega perché oggi i pm accusano Sempio come unico assassino. Garlasco non è più un caso di doppia verità, è il caso di un processo costruito su un dato di laboratorio sepolto per 19 anni. Se la revisione per Stasi partirà, non crollerà solo una condanna, crollerà la credibilità della scientifica di allora.



