Non basta arrivare davanti al sindaco, pronunciare una formula e chiudere una pratica burocratica. Se quella formula non si è in grado nemmeno di leggerla, e se non si riesce a comprendere le domande più semplici rivolte in italiano, l’iter della cittadinanza può fermarsi.
È il caso esploso a Cadoneghe, nel Padovano, dove il sindaco Marco Schiesaro aveva sospeso il giuramento di una donna marocchina residente in Italia da circa quindici anni e sposata con un cittadino italiano. Una decisione che aveva provocato polemiche e critiche politiche. Ora, però, arriva la presa di posizione del Viminale: la sospensione temporanea era corretta e la verifica sulla conoscenza effettiva della lingua italiana va fatta.
La Direzione centrale per i Diritti civili, la cittadinanza e le minoranze del ministero dell’Interno ha infatti scritto alla Prefettura di Padova concordando con la scelta del Comune e chiedendo una nuova convocazione della donna. L’obiettivo sarà verificare con attenzione la sua effettiva capacità di comunicare in italiano e di leggere la formula del giuramento, questa volta senza l’ausilio di un interprete.
Il punto centrale della vicenda è proprio questo: la conoscenza della lingua non è un requisito inventato dal sindaco di Cadoneghe né una condizione introdotta ad hoc per questo caso. La normativa prevede, per le domande di cittadinanza interessate dalla disposizione, un’adeguata conoscenza dell’italiano, almeno al livello B1 del Quadro comune europeo di riferimento, salvo le specifiche eccezioni previste dalla legge.
Ed è proprio qui che il caso di Cadoneghe assume un elemento particolare. Secondo quanto ricostruito, la donna disponeva della documentazione necessaria, compresa la certificazione linguistica B1, ma durante la cerimonia avrebbe mostrato difficoltà tali da non riuscire a rispondere a semplici domande né a leggere autonomamente il testo del giuramento.
Il Viminale, dunque, non si limita a ricordare che il requisito linguistico esiste: ritiene legittimo verificarne concretamente la sussistenza nel momento del giuramento. E indica anche cosa accadrà se la nuova convocazione dovesse avere nuovamente esito negativo: toccherà alla Prefettura chiedere all’interessata di dimostrare formalmente il possesso del livello B1 attraverso una certificazione rilasciata da un ente riconosciuto.
La partita, quindi, non è ancora chiusa. La donna dovrà tornare in Comune e affrontare una nuova verifica. Ma il caso ha già prodotto un effetto politico e amministrativo preciso: il ministero dell’Interno ha riconosciuto che, davanti a un dubbio concreto sulla capacità di comprendere e comunicare in italiano, fermarsi e verificare non è un abuso, ma una cautela compatibile con le regole che disciplinano la cittadinanza.
Perché la cittadinanza non è soltanto un timbro su un documento. È anche il momento in cui una persona assume formalmente diritti, doveri e responsabilità nei confronti della Repubblica. E comprendere la lingua nella quale quei diritti e quei doveri sono scritti non può essere considerato un particolare secondario.
