Dieci anni dopo il referendum sulla Brexit, il rapporto tra Londra e Bruxelles torna al centro della politica britannica. A riaprire il dossier è il primo ministro laburista Andy Burnham, che nel suo primo discorso da leader al congresso annuale del Labour ha tracciato il bilancio dell’addio all’Unione Europea: “Ha fatto più male che bene”. L’obiettivo, ha spiegato, è tornare a un livello più alto di crescita e prosperità e costruire un rapporto di lungo periodo con l’Unione europea, che resta il principale mercato del Regno Unito.
Burnham presenterà al Paese una serie di possibilità in vista del vertice Regno Unito-Ue previsto a novembre. Le ipotesi vanno dal mantenimento dell’attuale rapporto alla partecipazione a un’unione doganale, al ritorno nel mercato unico, fino alla possibilità più radicale: “andare fino in fondo” e chiedere nuovamente l’adesione all’Unione europea. Il premier ha però chiarito che non si tratta di una decisione immediata: il governo intende esaminare ciò che è concretamente realizzabile, insieme a vantaggi e svantaggi delle diverse opzioni.
La riapertura del dossier segna comunque una svolta nel dibattito britannico. Burnham ha detto alla Bbc di voler vedere, “nel corso della mia vita”, il Regno Unito nuovamente nell’Ue, pur precisando che il ritorno non rappresenta necessariamente l’obiettivo immediato del suo governo. Anche a Bruxelles il tono è cambiato: l’eurodeputata di Renew Veronika Cifrová Ostrihonová ha letto l’apertura come una risposta alle tesi euroscettiche, mentre l’eurodeputato del Ppe Mika Aaltola l’ha definita un segnale particolarmente costruttivo, sottolineando però che la prova arriverà dalle proposte concrete che Londra porterà al tavolo negoziale.
A dare ulteriore peso politico alla svolta è intervenuto Emmanuel Macron. Il presidente francese ha accolto positivamente l’ipotesi di un ritorno britannico nell’Ue e ha detto che Londra sarebbe “benvenuta”. Macron ha inoltre rilanciato la sua critica alla Brexit, sostenendo che le promesse di maggiore ricchezza, controllo dell’immigrazione e successo commerciale non si sarebbero realizzate (secondo alcune stime il costo della Brexit ammonterebbe sui 10 anni al 6-8% del Pil).
Ma mentre Londra guarda nuovamente verso il continente, all’interno del Regno Unito cresce un’altra questione: quanto è ancora solida l’Unione? Scozia, Galles e Irlanda del Nord stanno infatti vivendo una nuova stagione di rivendicazioni costituzionali.
Il passaggio più significativo è avvenuto il 14 settembre a Cardiff, dove John Swinney, leader dello Scottish National Party, Rhun ap Iorwerth, leader di Plaid Cymru, e Michelle O’Neill, esponente di Sinn Féin, hanno sottoscritto un memorandum nel quale rivendicano il diritto dei rispettivi popoli all’autodeterminazione e chiedono a Westminster di non ostacolare il processo democratico. I tre movimenti perseguono però obiettivi differenti: l’SNP punta all’indipendenza della Scozia, Plaid Cymru a quella del Galles, mentre Sinn Féin sostiene la riunificazione dell’isola d’Irlanda.
Lo stesso giorno, Scozia e Galles hanno inoltre siglato il Cardiff Agreement, un accordo ufficiale tra i due governi devoluti per rafforzare la cooperazione su economia, costo della vita, clima, cultura e rapporti internazionali, compresa la relazione con l’Ue. Il documento sottolinea che Scozia e Galles si trovano su “percorsi costituzionali diversi”, ma condividono l’idea che i rispettivi cittadini debbano poter decidere democraticamente il proprio futuro.
Il quadro, dunque, presenta due movimenti paralleli. Da una parte Burnham prova a ricucire il rapporto con l’Europa, mettendo in discussione alcuni dei presupposti politici della Brexit senza proporre per ora un immediato ritorno nell’Ue. Dall’altra, le nazioni costitutive del Regno Unito chiedono maggiore autonomia e, in alcuni casi, la possibilità di arrivare alla separazione.
È una coincidenza politicamente significativa. La Brexit era stata presentata anche come un recupero di sovranità da parte del Regno Unito; oggi proprio la questione della sovranità torna a interrogare la tenuta dello Stato britannico. Il vertice di novembre con l’Ue sarà quindi importante non soltanto per capire quale rapporto Londra intenda costruire con Bruxelles. Potrà diventare anche uno dei primi banchi di prova di una domanda più ampia: se la Brexit aveva promesso di restituire potere al Regno Unito, quale forma dovrà avere quel potere in un Paese nel quale le sue quattro nazioni sembrano avere idee sempre più diverse sul proprio futuro?
