Si è chiusa la prima giornata di votazioni a Montecitorio, dove l’Aula si è espressa sui voti di fiducia riguardanti i primi tre articoli della nuova legge elettorale, già modificati in precedenza dal Senato. Il percorso parlamentare odierno ha registrato i decisivi via libera attesi dalla maggioranza: il governo ha infatti incassato l’approvazione della fiducia posta sull’articolo 1 con 226 voti a favore, seguita a stretto giro dall’ok sull’articolo 2 (227 voti).
Archiviata la seduta odierna, i fari sono ora puntati su giovedì 8 ottobre alle ore 12.30, quando l’Aula sarà chiamata al voto finale a scrutinio segreto. Un iter accelerato che cristallizza la spaccatura: per le opposizioni si tratta di uno “schiaffo al Parlamento” e di una totale “mancanza di confronto” sulle regole del gioco democratico. Le interviste a Montecitorio raccolte da Lo Speciale.
La Maggioranza blinda il testo: “Nessun calcolo, priorità alla stabilità”
Dal fronte del centrodestra si fa quadrato attorno all’impianto della riforma, respingendo al mittente le accuse di aver confezionato una legge ad personam. L’obiettivo, assicurano i partiti di governo, è la governabilità. Per Giovanni Donzelli (Fratelli d’Italia), la coalizione ha “sempre scelto cosa conviene agli italiani”, allontanando l’ombra di calcoli di palazzo. “Anche questa legge elettorale non conviene al centrodestra – precisa l’esponente meloniano – perché ha riaperto la possibilità per il centrosinistra di andare a governare, che altrimenti non avrebbe avuto”. Sulla stessa lunghezza d’onda il leghista Andrea Barabotti, secondo cui “sbaglia la sinistra a pensare che questa sia una legge elettorale che guarda alle prossime elezioni”, trattandosi piuttosto di una norma pensata per “garantire stabilità politica” alle future generazioni.
A difendere le tempistiche e la procedura interviene anche Stefano Candiani (Lega), che bolla l’atteggiamento dell’opposizione come un tentativo di “sgambetto” contro una legge che darà “certezza che chi vince potrà governare”. Sullo sfondo resta il nodo delle date del voto, con l’ipotesi di un Election Day a maggio su cui Candiani prende tempo (“è un periodo caldo, ne parleremo più avanti”). A blindare la legislatura ci pensa però il capogruppo di FdI al Senato, Lucio Malan, che frena le speculazioni: “La legislatura finisce al suo termine naturale nell’autunno 2027. Maggio va bene per altre cose, ma il nostro obiettivo rimane la scadenza naturale”
Le Opposizioni all’attacco: “Legge su misura e scippo di sovranità”
Di tutt’altro avviso le minoranze, che denunciano una compressione del dibattito e sollevano gravi dubbi di costituzionalità. Per il Partito Democratico, voce di Piero De Luca, l’esecutivo avrebbe “bloccato il Parlamento per mesi” nel tentativo di “cucire un vestito su misura per mantenere il potere”. Una riforma definita “non prioritaria” a fronte delle urgenze economiche del Paese (salari giù e bollette ai massimi), e attaccata per i “premi di maggioranza sproporzionati a rischio incostituzionalità”. Toni durissimi arrivano anche dal Movimento 5 Stelle. Il senatore Luca Pirondini lega il dossier elettorale ad altre polemiche interne: “Sulla legge elettorale calpestano la Costituzione. Mentre abbiamo la pressione fiscale più alta degli ultimi 10 anni, vogliono spendere altri 14 miliardi a debito per comprare armi”, attacca l’esponente pentastellato, accusando il governo di “spudoratezza” per i recenti attacchi all’ex magistrato Scarpinato.
Dal Terzo Polo, Ettore Rosato (Azione) evidenzia l'”errore di fondo” di aver scritto le regole “solo con la maggioranza”, pur non risparmiando critiche al centrosinistra per la mancata disponibilità al dialogo. Per Rosato, tuttavia, il testo renderà impossibile raggiungere la soglia del 42%, restituendo “funzione al Capo dello Stato” per la futura formazione di un governo europeista.
Tensioni, infine, si registrano anche a destra: l’esponente di Futuro Nazionale, Sasso, lamenta un totale “ostruzionismo” e l’esclusione “dalla tv di Stato e dalla legge elettorale”, rivolgendo un appello per includere il generale Vannacci ed “evitare che vadano al governo Fratoianni, Schlein e Conte”. Accuse rincarate da Edoardo Ziello di Futuro Nazionale che parla apertamente di “scippo di sovranità popolare” garantito dal mantenimento dei “capilista bloccati” e da un sistema di “preferenze meticce”.
La protesta di Magi al bar: “Digiuno contro questo colpo di Stato”
A margine dei lavori d’Aula, continua intanto la mobilitazione non violenta di Riccardo Magi (+Europa). Intercettato in un bar del centro storico al termine della giornata parlamentare, intento a consumare un caffè per via dello sciopero della fame in corso, il deputato tira dritto. “Lo prendo alla salute della presidente del Consiglio Meloni che mi ha scritto per chiedermi come sto”, ironizza Magi ai microfoni de Lo Speciale. “Le mie condizioni sono buone, ma vado avanti perché non ho avuto nessun impegno sugli obiettivi di questo digiuno: evitare un colpo di stato con questa legge”.
Nel mirino del leader radicale ci sono le altissime barriere d’ingresso previste dal testo, con la richiesta “irragionevole” di 450.000 firme e il divieto di raccolta digitale: “È un divieto di partecipare alle elezioni a chi non sta già in Parlamento”, avverte, ringraziando per la solidarietà incassata nelle ultime ore da tutto il fronte dell’opposizione. Un’iniziativa che, sottolinea, troverebbe d’accordo Marco Pannella ed Emma Bonino: “In un Paese dove vota solo metà degli aventi diritto, si chiude l’offerta democratica anziché ampliarla. Anche domani – chiosa Magi rilanciando lo sciopero – cappuccino e caffè”.



