Alle 3.03 del 9 ottobre si è fermata la produzione di ghisa a Taranto. L’altoforno 2 è in preriscaldo, in attesa della decisione della Cassazione. Oggi sciopero nazionale negli stabilimenti e nell’indotto, mentre il governo lavora a un nuovo decreto sulla cassa integrazione. A Genova la sindaca Salis apre il corteo dei lavoratori: «Fermare lo stabilimento è un’assurdità industriale»
Alle 3.03 del 9 ottobre 2026, con l’ultima colata di ghisa, si è chiuso un capitolo della storia industriale italiana. Dopo oltre sessant’anni di attività, l’ex Italsider di Taranto ha interrotto la produzione di ghisa, segnando una svolta per il più grande polo siderurgico del Paese. Dalla mattina dello stesso giorno, con l’altoforno 2, l’ultimo ancora in funzione, passato alla modalità di preriscaldo, l’Italia è di fatto senza produzione di acciaio primario proveniente dal ciclo integrale dell’impianto tarantino.
Una cesura industriale che arriva al termine di una lunga crisi, tra riduzione dei volumi produttivi, ricorso agli ammortizzatori sociali, contenziosi giudiziari e tentativi di individuare un nuovo assetto per gli stabilimenti. E che oggi, lunedì 12 ottobre, porta i lavoratori dell’ex Ilva a incrociare le braccia in una mobilitazione nazionale. Da Taranto a Genova, passando per gli altri siti del gruppo e per l’indotto, la richiesta è una: ottenere garanzie sul futuro occupazionale e sulla continuità produttiva.
Ex Ilva, dalla stagione dei record all’ultima colata
Inaugurato il 10 aprile 1965, dopo la posa della prima pietra il 9 luglio 1960, il siderurgico di Taranto è stato per decenni uno dei simboli della grande industria italiana. Nel 2007 la produzione aveva raggiunto il record di circa 10 milioni di tonnellate annue, prima di ridursi drasticamente negli anni successivi, fino a circa 2 milioni di tonnellate annue negli ultimi anni.
Una storia attraversata da diverse stagioni proprietarie e industriali: dalla gestione pubblica a quella dei Riva, dal 1995 al 2012, fino all’ingresso di ArcelorMittal nel 2017 e alla successiva transizione verso Acciaierie d’Italia. Nel frattempo, la crisi ha progressivamente ridimensionato l’attività dello stabilimento, mentre la questione ambientale e quella occupazionale sono rimaste al centro del confronto tra istituzioni, azienda, sindacati e cittadini.
L’ultima colata non coincide ancora con lo spegnimento definitivo dell’impianto. L’altoforno 2 è infatti in preriscaldo, una condizione che consente di mantenere temporaneamente l’impianto in uno stato compatibile con le operazioni di fermata e con l’eventualità di una diversa decisione giudiziaria.
Ex Ilva, la decisione della Cassazione attesa il 20 ottobre
Il futuro dell’area a caldo di Taranto resta legato anche al contenzioso giudiziario. Il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che dispone la fermata dell’area a caldo è attualmente esecutivo, salvo una diversa pronuncia della Corte di Cassazione, attesa per il 20 ottobre.
Il periodo di 90 giorni concesso a luglio per completare le operazioni di fermata scadrà il 25 ottobre. Fino ai giorni immediatamente precedenti, l’altoforno resterà in preriscaldo; successivamente, in assenza di una decisione contraria della Suprema corte, dovrà essere avviato allo spegnimento.
È su questo passaggio che si concentra una parte delle attese per il futuro del gruppo. La gara per l’individuazione di un nuovo soggetto industriale è stata rinviata dal 15 ottobre al 9 novembre, proprio per consentire di superare la scadenza giudiziaria del 20 ottobre prima di arrivare a una nuova fase della procedura.
I lavoratori tra cassa integrazione e incertezza
Per chi lavora nello stabilimento, la fine della produzione rappresenta il punto più visibile di una crisi che dura da anni. Giuseppe De Giorgio, 52 anni, operaio del reparto manutenzioni e iscritto alla Uilm, lavora nel siderurgico tarantino da tre decenni. «Ma di questi gli ultimi 14 sono stati caratterizzati da tanta e troppa cassa integrazione», racconta.
La preoccupazione, spiega, riguarda soprattutto ciò che accadrà adesso. «Sapevamo da tempo, ormai, dell’ultima colata, ma quello che più ci preoccupa è l’esito ancora incerto dell’ultimo vertice a Palazzo Chigi», afferma, ricordando le promesse che, a suo giudizio, si sono ripetute negli anni senza tradursi in soluzioni durature.
Il lavoratore richiama anche la doppia dimensione della crisi, economica e ambientale: «Noi, oltre che operai del siderurgico, siamo anche cittadini di Taranto e viviamo male questa condizione due volte: da una parte, come operai, facciamo i salti mortali per arrivare a fine mese; dall’altra, come cittadini, vorremmo anche lavoro in condizioni salubri e salvaguardia dell’ambiente».
Il nodo occupazionale è stato al centro dell’incontro tra governo e sindacati dell’8 ottobre a Palazzo Chigi, conclusosi senza le risposte attese dalle organizzazioni dei lavoratori. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ha indicato l’intenzione dell’esecutivo di portare al prossimo Consiglio dei ministri un decreto-legge per consentire il ricorso alla cassa integrazione non come conseguenza di una chiusura definitiva, ma in una prospettiva di continuità industriale.
L’obiettivo dichiarato dal governo è la ripartenza attraverso un modello di produzione dell’acciaio a minore impatto ambientale, basato su impianti di riduzione diretta del ferro, i cosiddetti Dri, e forni elettrici. Una prospettiva che, nelle intenzioni dell’esecutivo, dovrebbe essere sostenuta da un piano industriale credibile. Per i lavoratori, tuttavia, il passaggio dalla prospettiva alla realizzazione resta tutto da verificare.
Attualmente la cassa integrazione riguarda circa 3.000 dipendenti di Acciaierie d’Italia, su un massimo di 4.450 autorizzati. La misura potrebbe inoltre essere estesa a circa 4.000 lavoratori dell’indotto, qualora la crisi dovesse prolungarsi.
Sciopero nazionale, da Taranto a Genova
È in questo quadro che oggi, 12 ottobre, si svolge lo sciopero di 24 ore proclamato da Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb contro la fermata degli impianti e l’assenza di prospettive occupazionali certe. La mobilitazione coinvolge i dipendenti diretti di Acciaierie d’Italia e i lavoratori dell’indotto-appalto.
La protesta assume una dimensione nazionale rispetto allo sciopero del 14 settembre, che aveva riguardato gli addetti dell’indotto a Taranto. Questa volta la mobilitazione si estende anche agli altri stabilimenti, compresi Genova e Novi Ligure, dopo l’annuncio dello stop alle attività.
I sindacati contestano l’insufficienza delle misure prospettate dal governo e chiedono risposte concrete sul piano industriale, sulla continuità produttiva e sulla tutela dei posti di lavoro. La linea annunciata dalle organizzazioni è netta: «Senza risposte non ci fermeremo».
La cordata italiana e il futuro degli impianti
Tra le ipotesi per il futuro dell’ex Ilva c’è anche quella di una cordata di imprese siderurgiche italiane promossa da Federacciai, guidata dal presidente Antonio Gozzi. Il gruppo, che ha raggiunto quindici adesioni con l’ingresso di Eusider, società della famiglia Anghileri con sede a Lecco, punta a rilevare gli impianti non interessati dal blocco dell’area a caldo disposto per lo stabilimento di Taranto.
L’iniziativa si inserisce nella ricerca di un nuovo assetto industriale per una realtà che ha un ruolo strategico nella filiera siderurgica nazionale. Restano da verificare la portata dell’eventuale offerta, le condizioni dell’operazione e la possibilità di costruire un piano in grado di assicurare investimenti, approvvigionamenti e continuità produttiva. Il rinvio della scadenza per la presentazione delle offerte al 9 novembre lascia ancora aperta la partita, ma non risolve nell’immediato l’incertezza che grava sui lavoratori.
Taranto e Genova, i sindaci al fianco degli operai
La mobilitazione coinvolge anche le amministrazioni locali. A Taranto, il sindaco Piero Bitetti ha raggiunto il presidio dei lavoratori, esprimendo solidarietà e chiedendo al governo strumenti straordinari per tutelare l’occupazione e un piano di decarbonizzazione capace di superare l’attuale fase di stallo.
A Genova, la sindaca Silvia Salis ha aperto il corteo dei lavoratori dell’ex Ilva di Cornigliano, in protesta contro l’annunciata fermata temporanea dello stabilimento. Poco prima, davanti alla portineria, il vicesindaco Alessandro Terrile aveva portato la solidarietà della città ai dipendenti e alle loro famiglie.
Per Salis, la situazione genovese presenta caratteristiche diverse da quelle di Taranto e richiede una risposta specifica. «Ci sono centinaia di lavoratori che vogliono solo continuare a lavorare e il mercato ha bisogno della produzione dello stabilimento di Genova», ha dichiarato all’apertura del corteo.
Secondo la sindaca, il problema principale riguarda la disponibilità della materia prima, che potrebbe essere acquistata sui mercati internazionali. «Ci sono quindi tutte le caratteristiche per continuare a produrre: manca la materia prima, che può essere acquistata sul mercato internazionale. La richiesta di Genova, come ho scritto ieri al ministro Urso e ai commissari di Acciaierie d’Italia, è che lo stabilimento non si fermi. Serve un piano del governo per garantire la produzione».
Salis ha quindi ribadito la richiesta di attivare soluzioni operative, finanziarie e logistiche per assicurare l’approvvigionamento dei semilavorati necessari a scongiurare il fermo produttivo di Cornigliano. Nella lettera inviata al ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e ai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia, ha inoltre sollecitato un incontro urgente e l’istituzione di un tavolo permanente di confronto.
«Non può valere lo stesso discorso per tutti gli stabilimenti italiani, perché hanno dinamiche diverse», ha aggiunto la sindaca, sottolineando che, a suo giudizio, a Genova non esistono ragioni industriali per fermare una fabbrica che dispone di commesse e potrebbe continuare a lavorare se venisse garantito il materiale necessario.
La conclusione è un appello diretto al governo: «Chiudere sarebbe uno scenario insostenibile per la nostra città e un’assurdità anche dal punto di vista industriale, perché quello che viene prodotto qui è richiesto dal mercato».
Una crisi che va oltre Taranto
L’ultima colata di ghisa segna dunque un passaggio decisivo per il siderurgico tarantino, ma la crisi dell’ex Ilva non riguarda soltanto uno stabilimento. Coinvolge una filiera produttiva, migliaia di lavoratori diretti e dell’indotto, le prospettive industriali del Paese e il rapporto, ancora irrisolto, tra produzione, occupazione e tutela della salute.
La transizione verso l’acciaio a minore impatto ambientale è l’obiettivo indicato dal governo, mentre le imprese e i sindacati attendono che si chiariscano le condizioni per una possibile ripartenza. Nel frattempo, a Taranto si guarda alla decisione della Cassazione e alla nuova gara; a Genova si chiede di evitare un fermo che, secondo l’amministrazione comunale, non sarebbe giustificato dalle condizioni del mercato.
Per i lavoratori, però, il tempo delle attese si traduce ancora una volta in cassa integrazione e incertezza. E lo sciopero nazionale di oggi restituisce la misura di una vertenza che, dopo oltre sessant’anni di storia industriale, resta senza una soluzione definitiva.
Vittorio Zenardi



