Un uomo stava tornando a casa dopo una giornata di lavoro. Gli mancava circa un mese alla pensione, lo aspettavano la sua famiglia e una vita finalmente lontana dalle strade percorse per mestiere. Non è mai arrivato a destinazione. Si chiamava Raffaele Marianella, aveva 65 anni ed è morto per una partita di pallacanestro, colpito da una pietra lanciata contro il pullman dei tifosi del Pistoia Basket durante l’assalto avvenuto sulla superstrada Rieti-Terni, all’altezza di Contigliano. Era la notte tra il 18 e il 19 ottobre 2025. Oggi, a un anno di distanza, quella notte resta una delle pagine più buie della storia di Rieti. Una ferita che non riguarda soltanto una città, ma un intero Paese e uno dei mali più longevi della storia dello sport: la violenza. Otto persone sono state coinvolte nell’inchiesta e si trovano attualmente agli arresti domiciliari, in attesa degli sviluppi giudiziari.
Un padre non è tornato dalla sua famiglia. Un uomo non è tornato a casa dopo una giornata di lavoro. Per un gioco. Perché di questo stiamo parlando: un gioco che dovrebbe divertire, emozionare, darci coraggio. Il basket è questo. Emozione. E invece eccoci qui, dodici mesi dopo, a ricordare una vita spezzata per una partita di pallacanestro.
Ogni volta che entriamo in un palazzetto, in uno stadio, ma anche in un campo di Terza Categoria o in quello di una delle divisioni più basse del basket, sentiamo spesso le stesse cose: insulti agli arbitri, agli avversari, minacce. E non si tratta soltanto di parole. Basta cercare in rete le notizie sulle aggressioni ai direttori di gara, comprese quelle avvenute nell’ultimo anno, per rendersi conto di quanto il problema sia diffuso. Si colpisce chi è lì per far rispettare le regole, si insulta chi indossa una maglia diversa, si reagisce a una decisione arbitrale come se fosse un affronto personale. A volte si comincia con un insulto, altre con una provocazione, fino a trasformare una partita in un’occasione per sfogare rabbia e frustrazione. Episodi che si ripetono a ogni livello, dalla massima serie alle categorie dilettantistiche, come se la violenza fosse diventata una componente inevitabile dello sport.
Non lo è. Non deve esserlo e non può esserlo.
Di certo, non sarà la morte di Marianella a cambiare un Paese intero. Ma il giorno del suo anniversario dovrebbe farci riflettere. Perché Raffaele è morto per la violenza nello sport, per un «credo ultras» che ha trasformato una rivalità in qualcosa di irreparabile. Non è stata soltanto una pietra a ucciderlo: quel lancio è stato il gesto concreto di una cultura tossica, nella quale l’altro, se indossa colori diversi, può diventare un nemico da sottomettere con la forza. E quando si arriva a questo punto, non c’è più nulla di sportivo. Non c’è passione, non c’è appartenenza, non c’è orgoglio. C’è soltanto violenza.
E poi c’è Raffaele, la persona. Chi lo conosceva lo ricorda come «l’autista buono», sempre pronto ad aiutare i colleghi. E se volete una testimonianza di quanto fosse apprezzato, basta cercare in rete i racconti e i ricordi di chi ha lavorato con lui. Le testimonianze di chi lo ha conosciuto restituiscono il ritratto di un uomo disponibile, generoso, capace di esserci quando qualcuno aveva bisogno. Non è soltanto il nome di una vittima, né una storia da ripercorrere ogni volta che ricorre l’anniversario della sua morte. È una persona che aveva una famiglia, degli affetti, progetti per il futuro. Un uomo che avrebbe dovuto godersi la pensione e il tempo con i suoi cari, non diventare il protagonista involontario di una tragedia che ha portato Rieti sulle pagine della cronaca nera nazionale e internazionale.
Nei giorni successivi alla sua morte, Contigliano si è stretta attorno alla memoria di Marianella con una partecipata fiaccolata, alla quale ha preso parte anche il vescovo Vito Piccinonna. Alla Cittadella dello Sport, nel quartiere di Campoloniano a Rieti, è stata inoltre collocata una targa in suo ricordo.
Eppure, nel giorno del primo anniversario, a Rieti non è stata organizzata alcuna commemorazione pubblica. Nessun momento ufficiale per ricordare Marianella, nessuna iniziativa cittadina per fermarsi e pronunciare il suo nome. Questo è il dato di cronaca. Non sappiamo perché sia accaduto e non possiamo attribuire intenzioni a questa assenza. Ma questo è un fatto: a un anno dalla tragedia, non ci sono state commemorazioni in città.
Ricordare Marianella significa ricordare anche perché è morto. Perché dimenticare la vittima senza interrogarsi sulla violenza che l’ha uccisa vorrebbe dire perdere una parte essenziale di questa storia. Prima delle curve, delle rivalità e dei risultati c’è la vita. Raffaele Marianella non è tornato a casa per una partita. Un anno dopo, almeno questo, non possiamo permetterci di dimenticarlo.
