La stanza degli altri: un’antropologia degli affetti oltre la favola

giovedì, 22 Ottobre 2026
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Sinossi

Mietta è una settantenne in pensione che vive da sola in un elegante quartiere di Milano. Un tempo era giudice minorile, ma una famiglia sua non l’ha mai avuta. Tutto cambia quando Ibu, un amico senegalese, le chiede ospitalità provvisoria per sé e per la moglie Bousso, arrivata in Italia incinta. Allora Mietta decide di dare una svolta radicale alla sua vita: acquista un appartamento abbastanza grande per tutti e trasforma quella che doveva essere una soluzione temporanea in una convivenza a lungo termine. I tre si ritrovano così a condividere lo stesso spazio senza conoscersi veramente, mentre il piccolo Khadim cresce tra loro. Il film segue questa comune esperienza nel corso degli anni, rivelando tensioni, silenzi e conflitti che mettono alla prova l’equilibrio domestico, ma anche la possibilità di costruire una famiglia al di là dei legami di sangue, delle differenze culturali, economiche, etniche e generazionali.

Recensione

Presentato in concorso per il Miglior Documentario nella sezione Special Screenings della Festa del Cinema di Roma, La stanza degli altri di Enrico Maisto non è una semplice narrazione di accoglienza, ma una straordinaria e paziente stratificazione di vita vissuta. Realizzato lungo un arco temporale di ben sette anni, il documentario parte da un presupposto apparentemente lineare per trasformarsi in una complessa e sincera indagine sulle dinamiche umane, sociali ed emotive.

Dalla favola al conflitto

Maisto entra in scena con la postura di un antropologo della quotidianità: osserva con rigore, ma partecipa con calore. La sua presenza è viva, veicolata da domande fuori campo che punzecchiano, chiariscono e mettono a nudo le contraddizioni dei protagonisti. Non a caso, Maisto è un amico di vecchia data di Mietta, ex giudice minorile settantenne che sceglie di stravolgere la propria routine milanese per fare spazio a Ibu, Bousso e al piccolo Khadim.
Come ammette lo stesso autore, l’intenzione iniziale di raccontare una “favola moderna sulla convivenza” si infrange rapidamente contro la complessità del reale. Il film rifiuta qualsiasi scorciatoia retorica o paternalistica, mostrando l’accoglienza non come un’idealizzazione idilliaca, ma come un costante lavoro quotidiano fatto di tentativi, aggiustamenti e domande faticose a cui è difficile dare una risposta etichettabile — a partire dalla natura stessa del legame: sono ospiti, conviventi o inquilini?

Il coraggio della vulnerabilità e il tempo come materia viva

La parte più preziosa del film coincide anche con la sua scommessa più rischiosa: la generosità con cui Mietta, Ibu e Bousso accettano di farsi riprendere nei momenti felici così come quando l’equilibrio domestico si incrina. Emergono le incomprensioni, i non detti, le differenze culturali ed economiche, e il desiderio profondo di Mietta di trovare il proprio posto e il proprio ruolo in questa nuova architettura affettiva, persino nell’educazione del piccolo Khadim. Mostrarsi così a nudo per anni davanti a una macchina da presa dona all’opera un’autenticità rara.
In questo percorso, il tempo diventa il materiale narrativo principale. Attraversare sette anni di riprese — includendo anche la parentesi del Covid — permette allo spettatore di veder crescere Khadim e osservare gli adulti cambiare insieme a lui. È un’evoluzione lenta che restituisce tutta l’intensità dei rapporti. L’opera si presenta così come un film dichiaratamente “non finito”, e questo rappresenta uno dei suoi punti di forza: la consapevolezza che la storia continui ben oltre l’ultima inquadratura.

In un racconto così intimo, l’unico momento in cui la regia sembra prendere una minima distanza è in alcuni brevi passaggi centrali in cui la continuità temporale appare meno a fuoco, lasciando per un attimo il passo alla frammentarietà degli eventi. Tuttavia, il film ritrova subito una straordinaria compattezza stilistica, che culmina nella sequenza finale.
Quando la famiglia senegalese parte per un rientro temporaneo nel paese d’origine, Maisto sceglie di azzerare completamente l’audio. L’improvviso vuoto sonoro nell’elegante appartamento milanese non è un semplice esercizio di stile, ma la traduzione visiva e acustica di un’assenza: il silenzio che avvolge le stanze diventa il peso specifico di una mancanza lacerante, dimostrando quanto quel “progetto temporaneo” fosse ormai diventato tessuto vitale. La stanza degli altri si afferma come un film di eccezionale valore sociale e umano, ponendo con discrezione una domanda cruciale: cosa spinge una donna anziana e sola a trasformare la propria casa nella stanza degli altri? Maisto fa bene a non offrire risposte preconfezionate o consolatorie. Ciò che ci regala è il ritratto tridimensionale di una famiglia fuori dal comune, accompagnato dal benefico sospetto che sia, in fondo, molto più ordinaria di quanto sembri.

Vittorio Zenardi

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