Lo spazio non è più soltanto una frontiera dell’esplorazione scientifica: è un’infrastruttura essenziale per l’economia, i servizi quotidiani e la sicurezza nazionale. L’Italia può contare su una tradizione pionieristica e su una filiera industriale consolidata, ma la nuova Space Economy impone investimenti, capacità di innovazione e una visione di lungo periodo. Ne parliamo con Marco Battaglia, curatore di Guida Spazio 2026, volume edito da The Skill Press che analizza punti di forza e prospettive del settore spaziale italiano.
Marco Battaglia, qual è l’obiettivo principale della Guida?
“Offrire una fotografia aggiornata del sistema spaziale italiano, mettendo in relazione industria, istituzioni e ricerca con lo scenario internazionale. Lo spazio è ormai un dominio strategico e un mercato in rapida evoluzione, ma resta uno dei settori meno conosciuti del Paese. Il libro è pensato anche per chi deve raccontarlo o prendere decisioni senza essere un tecnico. L’Italia questa trasformazione la vive dall’interno: ha competenze consolidate, grandi gruppi industriali e una rete di PMI e startup che rappresenta un patrimonio da valorizzare”.
Quali sono i principali punti di forza del nostro Paese?
“La profondità della filiera e la capacità di operare in segmenti molto diversi: satelliti, lanciatori, infrastrutture di terra, servizi basati sui dati. La Divisione Spazio di Leonardo è all’avanguardia nella robotica e nella navigazione satellitare, Thales Alenia Space Italia, guidata da Giampiero Di Paolo, ha realizzato i moduli della Stazione spaziale internazionale e svilupperà i primi habitat lunari. Accanto ci sono Telespazio con il Centro spaziale del Fucino, e-GEOS nella geoinformazione e Avio, prime contractor dei lanciatori Vega. Secondo l’ASI parliamo di un comparto che vale oltre tre miliardi di euro l’anno e impiega più di ottomila addetti, con una rete di PMI e startup che, come ricorda il ministro Urso nell’introduzione, rappresenta il 70% dell’ecosistema”.
La New Space Economy richiede però tempi più rapidi e una maggiore capacità di attrarre capitali. È questo il principale nodo da sciogliere?
“È uno dei più importanti. L’eccellenza tecnologica ce l’abbiamo, ma da sola non basta: bisogna saper scalare, industrializzare le innovazioni e trasformarle in servizi commerciali. Qualche segnale c’è. La Space Smart Factory inaugurata a Roma da Thales Alenia Space può produrre più di cento satelliti l’anno, circa due a settimana, ed è stata pensata per le costellazioni. Avio, dopo la nuova Launcher Exploitation Declaration approvata dall’ESA nel luglio 2025, commercializza direttamente i lanci della famiglia Vega e ha già firmato contratti in autonomia. Giuseppe Cossiga, presidente di AIAD, nella prefazione richiama l’importanza della velocità, degli investimenti privati e di una programmazione stabile. I programmi spaziali richiedono una visione pluriennale e una governance capace di tenere insieme industria, istituzioni, Difesa e università. Il limite storico del sistema italiano, lo scrive lo stesso Cossiga, è stato più la discontinuità degli indirizzi che la mancanza di competenze”.
Anche le alleanze industriali europee, come il progetto Bromo, rispondono alla necessità di competere su scala globale?
“Sì. In un mercato con investimenti elevati e concorrenti americani e cinesi di ben altra scala, la cooperazione europea è indispensabile per aggregare competenze e risorse. Massimo Claudio Comparini, che guida la Divisione Spazio di Leonardo, nella sua intervista spiega che Bromo va letto come la scelta dell’Europa di dotarsi della massa critica necessaria per competere a livello globale, e che per l’Italia, in una governance paritaria con i partner, rappresenta un’occasione importante. Occorre però che le grandi alleanze sappiano portare con sé anche PMI e startup. Sono la componente più dinamica della nostra filiera e, se non crescono, rischiano di essere acquisite da gruppi esteri o di restare chiuse in nicchie troppo strette per competere”.
Un altro cambiamento riguarda la convergenza tra spazio e tecnologie digitali. Quali opportunità apre?
“L’integrazione con intelligenza artificiale, supercalcolo e cybersecurity sta trasformando il settore. Un satellite oggi può elaborare i dati già in orbita e mandare a terra informazioni pronte all’uso, in tempi molto più brevi. La costellazione annunciata da Leonardo, una ventina di satelliti per un investimento di circa mezzo miliardo di euro, nasce da questa idea: sensori ottici e radar nella stessa architettura, calcolo ad alte prestazioni a bordo, collegamenti ottici tra un satellite e l’altro. A terra ci sono il supercalcolatore davinci-1 di Leonardo ed e-GEOS, che dall’hub di Matera trasforma le immagini satellitari in analisi per chi deve prendere decisioni. Le applicazioni sono molto concrete: protezione civile, monitoraggio delle infrastrutture critiche, agricoltura di precisione, servizi per imprese e amministrazioni. Nel medio periodo farà la differenza chi saprà gestire e proteggere questi dati”.
La guerra in Ucraina ha reso ancora più evidente il legame tra spazio e sicurezza. Quali sono le implicazioni per l’Italia?
“Le infrastrutture orbitali sono ormai essenziali per comunicazioni, navigazione, osservazione e continuità operativa. L’Ucraina ha mostrato anche cosa comporta dipendere da altri: le comunicazioni militari di Kyiv sono passate per Starlink, con condizioni negoziate caso per caso con un singolo operatore privato. Per questo conta disporre di capacità proprie, utilizzabili sia in ambito civile sia nella difesa. COSMO-SkyMed resta il caso di scuola. Nato dalla collaborazione tra ASI e Ministero della Difesa, è realizzato da Leonardo con le sue joint venture Thales Alenia Space, che ne è prime contractor, e Telespazio, mentre e-GEOS ne distribuisce in esclusiva i dati commerciali nel mondo. In Europa IRIS² va nella direzione di rafforzare l’autonomia strategica, e il Fucino di Telespazio è destinato ad avere un ruolo di primo piano. Sovranità tecnologica, per noi, significa sedersi ai tavoli della cooperazione internazionale con competenze e infrastrutture proprie”.
Quanto può incidere la nuova legge italiana sullo spazio?
“Un quadro normativo chiaro può favorire gli investimenti, offrire certezze agli operatori e accompagnare l’ingresso di nuovi soggetti nel mercato, tutelando al tempo stesso la sicurezza e l’interesse nazionale. È un passaggio importante perché riconosce allo spazio un valore industriale e strategico che richiede regole adeguate all’evoluzione tecnologica”.
Nella Guida trova spazio anche la prospettiva lunare. È una frontiera concreta per le imprese italiane?
“È già concreta. Nel quadro di Artemis, Thales Alenia Space si è aggiudicata dall’ASI il contratto per il Multi-Purpose Habitat, il modulo pressurizzato che farà da base permanente per gli astronauti sulla superficie lunare, con lancio previsto nel 2033. Per l’ESA la stessa società sviluppa il modulo di discesa di Argonaut, il lander europeo che dal 2030 porterà carichi e strumenti sulla Luna. Telespazio guida Moonlight, il progetto dell’ESA per la prima infrastruttura di comunicazione e navigazione attorno alla Luna, mentre Leonardo porta l’esperienza della robotica planetaria, a partire dalla trivella sviluppata per ExoMars. Sono competenze costruite in decenni di lavoro sulla ISS e sui sistemi satellitari. Perché diventino un vantaggio stabile servono investimenti e una pianificazione che vada oltre i cicli di bilancio annuali”.
Quale contributo offre, in questo scenario, una realtà come ALTEC che rappresenta un centro di eccellenza italiano per i servizi e le operazioni spaziali?
“ALTEC lavora su una capacità che spesso si dà per scontata: far funzionare le missioni. La società, joint venture tra ASI e Thales Alenia Space Italia, segue da Torino l’intero ciclo operativo, dal controllo alla logistica fino alla gestione dei dati scientifici. Dal suo Rover Operations Control Center coordina ExoMars e con fondi ASI sta realizzando un Centro di simulazione e controllo per le missioni robotiche lunari. Avere queste capacità in Italia significa poter condurre operazioni spaziali in autonomia. Vincenzo Giorgio, amministratore delegato della società, sottolinea nella Guida che sicurezza e indipendenza tecnologica richiedono investimenti coordinati tra industria, ricerca, Difesa e finanza, oltre a filiere integrate e partnership pubblico-private. Per un sistema come il nostro il rischio più serio resta la frammentazione”.
Quali sono, in definitiva, le priorità per il futuro della Space Economy italiana?
“Direi tre: continuità degli investimenti, integrazione della filiera e capacità di esecuzione. Sulle risorse i numeri ci sono, con 3,5 miliardi destinati all’ESA nel prossimo triennio e circa due miliardi del PNRR per lo spazio, ma bisognerà mantenere lo stesso livello ora che il ciclo del PNRR si chiude. Sull’integrazione abbiamo già esempi che funzionano. La missione dimostrativa di In-Orbit Servicing, un contratto ASI da 235 milioni di euro, vede Thales Alenia Space alla guida di un raggruppamento con Leonardo, Telespazio, Avio e D-Orbit, realtà nata nella New Space. L’esecuzione è la parte più difficile, perché SpaceX ha abituato il mercato a cadenze di lancio e costi che fino a pochi anni fa sembravano impossibili. Il successo si misurerà nella crescita delle imprese e nella capacità di mantenere in Italia competenze strategiche. Con la Guida abbiamo voluto portare questi temi fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori: il dibattito sullo spazio deve entrare nelle università, nelle redazioni e nei luoghi in cui si decide il futuro del Paese”.
