Israele non intende voltare pagina. Le urne di ieri stanno fornendo un risultato a sorpresa. Contro tutte le previsioni, il blocco di partiti guidato da Benjamin Netanyahu è primo. Questo almeno mentre sono state scrutinate circa l’85% delle schede. Il problema è che Bibi non ha la maggioranza. Il suo raggruppamento ottiene 54 seggi. Per formare un governo bisogna portare alla Knesset almeno 61 deputati (i parlamentari sono in tutto 120).
Il blocco dell’opposizione guidato da Gadi Eisenkot (ex capo di stato maggiore delle Forze di Difesa) ottiene 49 parlamentari. Anche in questo caso siamo quindi lontani dalla maggioranza. La vera sorpresa di queste elezioni è l’unione dei partiti arabi, che porta alla Knesset 17 deputati.
Non siamo ancora al 100% delle schede, ma gli eventuali spostamenti non potranno essere decisivi.
A questo punto molti si chiedono che cosa accadrà. Al momento è arduo rispondere. Netanyahu ha auspicato «un forte governo nazionale di destra». Ma è solo uno slogan. L’unico dato certo è che dalle urne non è uscita una maggioranza e che sarà difficile arrivare a un compromesso. In Israele vige un sistema proporzionale puro con una soglia di sbarramento al 3,25 per cento.
Una soluzione potrebbe essere un governo di unità nazionale tra blocco conservatore e blocco di opposizione. È un esito che potrebbe essere gradito a Bibi perché gli consentirebbe di rimanere in ogni caso in sella. Però si tratta di un esito meramente teorico la campagna elettorale è stata vissuta come una sorta di referendum su Netanyahu e molti sostenitori dell’uno e dell’altro fronte non capirebbero un eventuale accordo tra leader che si sono aspramente combattuti nelle ultime settimane. A perdere di credibilità sarebbe in particolare Eisenkot che conduce da mesi una dura campagna contro il premier annunciando la sua «fine politica».
Un’altra possibilità è quella di un accordo tra il blocco dell’opposizione e i partiti arabi. In effetti, sommando i voti degli anti-Netanyahu ci sarebbe un numero sufficiente di seggi per formare una maggioranza alla Knesset (66 parlamentari). In tal senso si è espresso il leader dei Democratici, Yair Golan (il suo partito fa parte del blocco dell’opposizione): «Abbiamo l’opportunità di formare un governo del cambiamento in partnership con i cittadini arabi di Israele. Ora serve coraggio. Serve leadership. Serve smettere di avere paura e iniziare ad agire». Eisenkot ha però escluso tale esito, che pure era stato prospettato nei sondaggi dei giorni scorsi. Va anche aggiunto che molti parlamentari del blocco di opposizione hanno assicurato che non siederanno mai al governo insieme ai partiti arabi.
Di questa soluzione si potrà comunque parlare nei prossimi giorni, ancorché si tratterebbe di una svolta clamorosa alla quale la società israeliana non è, con ogni probabilità, ancora preparata. Gli appartenenti alla comunità araba (circa il 22% della popolazione) sono, a tutti gli effetti, cittadini di serie B nello Stato ebraico.
Se dai colloqui tra partiti non dovesse emergere un accordo di governo, sarebbero inevitabili nuove elezioni. Si tratterebbe di una possibilità tragica per Israele (e per la comunità internazionale) dal momento che porterebbe a una situazione di stallo politico, con un governo precario, il quale potrebbe essere indotto a inasprire la guerra con l’Iran per compensare la propria debolezza.
Il rischio che si riaccenda il conflitto sarà comunque forte nelle prossime settimane (prima che si formi un eventuale, nuovo governo) perché un Netanyahu ancora in sella potrebbe essere tentato di favorire una escalation militare per giustificare un esecutivo di unità nazionale in nome dell’emergenza bellica.
Chi, al dunque, sperava che queste consultazioni avrebbero portato a una svolta nella politica israeliana sarà rimasto sicuramente deluso. Le elezioni «più importanti nella storia di Israele» (come sono state definite le urne del 27 ottobre) hanno anzi certificato la radicalizzazione del Paese, un Paese che non teme il progressivo isolamento internazionale unitamente alla crescente influenza del sionismo d’impronta religiosa. Tale ideologia è assai distante dal sionismo laico e socialista delle origini dello Stato ebraico. Questa deriva ha un nome e un cognome: Benjamin Netanyahu. Detto Bibi l’immarcescibile.
