L’Italia è tornata a riempire le piazze. La giornata di venerdì 30 ottobre è stata caratterizzata da un’ondata di scioperi, cortei e manifestazioni che hanno interessato numerose città italiane. Al centro delle rivendicazioni il carovita, la questione salariale, il riarmo, la scuola e le politiche del Governo. Tuttavia, quella che avrebbe dovuto rappresentare un’occasione di mobilitazione collettiva si è trasformata, in alcune città, in uno scenario di tensioni e scontri con le forze dell’ordine.
Milano, Bologna, Torino e Roma figurano tra i principali centri interessati dalle proteste, sebbene con episodi e conseguenze differenti. Dalle tangenziali occupate ai cassonetti incendiati, fino al lancio di oggetti contro gli agenti e all’intervento degli idranti, il bilancio della giornata restituisce l’immagine di un Paese attraversato da un profondo clima di contestazione.
Roma e Torino rappresentano le “capitali”( di cui una anche de facto) di questi scenari disagianti e sgradevoli, ma non sono ovviamente, come detto, le uniche città interessate. Basti pensare alle uova contenenti vernice rossa davanti al Ministero dell’Istruzione, bombe carta e lanci di oggetti contundenti contro le forze dell’ordine, cassonetti ribaltati, piazze in fiamme, agenti con idranti, foto di politici con le facce insanguinate e bruciate. Senza dimenticare gli episodi delle scorse settimane come l’attacco diretto alla libreria Feltrinelli ed il danneggiamento di locali commerciali. Ad onor del vero, non tutte le manifestazioni in questi ultimi giorni sono state inziative violente. Tuttavia, il peso di queste ultime macchia, agli occhi dell’opinione pubblica, anche chi vuole manifestare in modo pacifico, razionale, ma soprattutto legale. La naturale conseguenza è fare di tutta l’erba un fascio e quindi una generalizzazione indebita, associando indistintamente ogni forma di protesta ad episodi di violenza. La premessa maggiore (alcuni manifestanti sono violenti) che passa ad una premessa minore (tutti coloro che protestano sono manifestanti) che si traduce in una netta conclusione (tutti coloro che protestano sono violenti). Questi fatti risultano essere la cornice di un quadro dal potenziale buono (i motivi delle proteste nda) ma che è rimasto un semplice disegno preliminare, una bozza confusa e rattoppata di pennellate energiche che hanno finito solo per bucare la tela. Il confine che comprende il binomio tra artista incompiuto ed artista incompreso è flebile e sottile, quasi come un elastico che, tirato troppo, è pronto a spezzarsi. Spesso queste due condizioni si sovrappongono, poiché l’opera lasciata a metà amplifica il mistero e la difficoltà del pubblico nel comprenderla. Gli accadimenti di Milano, Torino, Bologna e Roma (ed un pò in tutta italia) generano caos e discordia tra chi è esterno alle vicende, creando inevitabilmente due correnti e scuole di pensiero. La prima riguarda chi è favorevole agli usi ed ai modi utilizzati finora(anche quelli violenti) e persevera con la convinzione che tutto questo possa portare ad un bene superiore e chi, invece, condanna fermamente quanto avvenuto e tutto ciò che potrebbe ancora avvenire. In questi giorni abbiamo assistito a molteplici manifestazioni (pacifiche e non) diverse per ragioni ed ideali, ma unite da un filo conduttore comune: lanciare un segnale al Governo, forte e dirompente come una meteora. “Oggi è stata una giornata incredibile( hanno dichiarato gli organizzatori al megafono). Siamo in giro da stamattina a lottare per una vita migliore, una vita degna, a dire a Meloni, e a quelli come lei, che devono tremare per il fatto di averci qua, e oggi li abbiamo fatti tremare” oppure “Ci siamo presi via Po, via Roma, piazza Castello, piazza Vittorio Veneto” o ancora “Oggi finisce il corteo ma non finisce qui, ci vediamo sabato prossimo di nuovo in piazza, per lottare tutte e tutti insieme. Non arretreremo di un millimetro”. Solo per citare alcune delle rivendicazioni e dei messaggi pronunciati, non esattamente in tono supplice. A seguito delle recenti manifestazioni di piazza che hanno interessato numerose città italiane, la Polizia di Stato ha avviato un’importante operazione di controllo e prevenzione (oggi, 31 ottobre nda), finalizzata a individuare i soggetti sospettati di aver alimentato il clima di tensione attraverso messaggi e contenuti pubblicati sul web.
In particolare, gli agenti della Digos e della Polizia Postale hanno effettuato 60 perquisizioni in 23 città italiane, concentrando la propria attenzione su persone che, attraverso chat e piattaforme social, avrebbero incitato a compiere atti di violenza durante le mobilitazioni.
A rendere nota l’operazione è stata la stessa Polizia di Stato, nell’ambito degli accertamenti condotti in seguito alle manifestazioni svoltesi nella giornata precedente in diverse zone del Paese. L’attività investigativa si inserisce nel più ampio contesto delle iniziative volte a prevenire nuovi episodi di violenza e a tutelare l’ordine e la sicurezza pubblica. Ieri è stata una giornata di disagi collettivi. Nonostante il differimento dello sciopero nel settore dei trasporti, disposto a seguito della precettazione ministeriale, i cortei hanno comunque provocato pesanti ripercussioni sulla circolazione, generando importanti rallentamenti al traffico urbano. Ripotiamo di seguito un riepilogo di quanto avvenuto nella giornata di ieri nelle principali città italiane:
*-Milano*: circa 30.000 manifestanti, secondo le stime riportate dall’ANSA, hanno percorso un tratto della tangenziale est, chiusa al traffico.
*-Bologna*: il corteo ha occupato tangenziale e autostrada per circa tre ore, provocando disagi alla circolazione. Sono state registrate tensioni, senza che la manifestazione degenerasse in scontri generalizzati.
*-Torino*: cariche e utilizzo degli idranti in piazza Castello, con lanci di uova contenenti vernice rossa e bottiglie contro le forze dell’ordine.
*-Roma*: tensioni nei pressi del Colosseo ed a Testaccio, con cassonetti incendiati, lanci di oggetti e interventi della polizia.
I disagi non sembrano destinati ad esaurirsi. Nuove contestazioni sono già state pianificate e il Paese si trova di fronte a un bivio tra la ragione e la strumentalizzazione del dissenso che porta al dubbio. Questo, ancora una volta, riguarda gli strumenti utilizzati per rivendicare le proprie idee.
L’articolo 17 della Costituzione recita: I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Quando esse si trasformano in luoghi di aggregazione violenti accompagnati da cori come: ” Tout le monde déteste la police” ed attacchi diretti alle forze dell’ordine, diventa lecito domandarsi e chiedersi se non ci si stia spingendo troppo oltre. Il diritto di manifestare rappresenta una delle espressioni fondamentali della democrazia. Tuttavia, è proprio nel rispetto di questo principio che occorre distinguere chi manifesta pacificamente da chi ricorre alla violenza. Perché una protesta, per essere ascoltata, non dovrebbe aver bisogno di trasformarsi in uno scontro. Quando la violenza finisce per oscurare le ragioni del dissenso, il rischio è quello di perdere di vista proprio gli obiettivi per i quali si era inizialmente scesi in piazza.
L’autonomia della ragione, secondo Cartesio, è l’unica possibilità che ci sottrae dal dubbio. Se quest’ultimo diventa il nucleo scientifico-argomentativo si perde il senno, si dimentica la direzione e si sfocia nel mero turbamento.
di Edoardo Pizzigallo
