Andrea Kimi Antonelli è campione del mondo di Formula 1. Una frase breve, ma capace di racchiudere un’impresa destinata a entrare nella storia dello sport italiano. Il pilota bolognese ha conquistato un titolo che mancava all’Italia dal 1953, quando Alberto Ascari vinse il suo secondo Mondiale consecutivo. Prima di lui, nel 1950, era stato Nino Farina il primo italiano a laurearsi campione nella storia della Formula 1. Antonelli è dunque il terzo connazionale a riuscirci, ma soprattutto il più giovane campione del mondo di sempre.
Un traguardo straordinario per un ragazzo cresciuto con i motori nel sangue e capace di bruciare le tappe come pochi altri. La passione per le corse è nata prestissimo, tra le mura di casa a Bologna. Quando aveva poco più di tre anni, Kimi giocava con le macchinine sul tappeto e disegnava circuiti su grandi fogli di carta, immaginandosi già al volante di una monoposto.
A trasmettergli l’amore per le corse è stato soprattutto papà Marco, pilota nel mondo delle GT e fondatore dell’AKM Motorsport, squadra impegnata sia nelle competizioni sia nella crescita dei giovani talenti. Un padre che conosceva bene il fascino, ma anche le difficoltà del motorsport. La sua carriera non lo aveva portato in Formula 1 e la mancanza di sostegno economico lo aveva costretto a interrompere il percorso. Per questo, inizialmente, aveva qualche timore all’idea di vedere il figlio intraprendere la stessa strada.
«Mio papà è la mia roccia. Mi ha insegnato tutto, ma anche quanto possa essere dura. È uno sport spietato, che richiede grandi esborsi economici. Quando lui correva è mancato il supporto finanziario e ha dovuto smettere. Non voleva che rivivessi le sue delusioni», aveva raccontato Antonelli alla vigilia del Gran Premio degli Stati Uniti.
Alla fine, però, la passione del bambino ha convinto entrambi i genitori. Marco e mamma Veronica decisero di assecondare il suo desiderio quando Kimi aveva cinque anni. I primi giri arrivarono sulla pista di minimoto di Forlì, con una tuta troppo grande e un casco nel quale la sua testa sembrava quasi perdersi. Fin da subito, però, il talento apparve evidente.
La famiglia è rimasta un punto fermo anche negli anni successivi. Accanto ai genitori c’è la sorella Maggie, mentre tra i simboli più riconoscibili del pilota c’è una collanina con un ciondolo a forma di coda di balena, regalata dalla mamma durante una vacanza in Sardegna. Un piccolo portafortuna che Antonelli continua a indossare ancora oggi. Altri tratti distintivi sono la lingua stretta tra le labbra nei momenti di concentrazione e la voglia di spingere sempre al massimo, anche quando si trova al simulatore per semplice divertimento.
La crescita sportiva è stata rapidissima, ma non sono mancati gli ostacoli. Nel 2020, a Portimao, un incidente in pista con Maya Weug gli provocò la frattura di una gamba, costringendolo a saltare alcuni appuntamenti e a fare i conti con i postumi dell’infortunio. Nonostante le difficoltà, a 14 anni riuscì a conquistare la WSK Euro Series e il titolo europeo di categoria.
Nel frattempo era già arrivata la chiamata destinata a cambiare il suo futuro. Era il 2017, Kimi aveva appena 11 anni e si trovava in macchina con papà Marco quando squillò il telefono. Dall’altra parte c’era Toto Wolff, team principal e amministratore delegato della Mercedes: «Lo vogliamo nella nostra Academy».
Da quella telefonata è iniziato un percorso che, tra successi, sacrifici e una crescita fuori dal comune, lo ha portato fino alla vetta della Formula 1. Oggi quel bambino che disegnava circuiti sul pavimento di casa è diventato il più giovane campione del mondo della storia. E ha riportato l’Italia sul gradino più alto dell’automobilismo.
