Ex Ilva, spento il faro italiano della siderurgia. Quale futuro?

sabato, 7 Novembre 2026
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Si spengono gli impianti, ma non le preoccupazioni. È una giornata destinata a lasciare un segno significativo nella storia dell’industria italiana. Venerdì 6 novembre, tutti gli impianti dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto sono stati spenti, segnando un passaggio cruciale per uno dei più importanti poli siderurgici del panorama nazionale ed europeo.

Una notizia che assume una rilevanza non soltanto industriale ed economica, ma anche sociale e occupazionale, considerando le conseguenze che potrebbero scaturire da questa decisione.
A comunicarlo, secondo quanto riportato dall’ANSA, è stato Maurizio Saitta, direttore generale di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, durante l’incontro con le organizzazioni sindacali presso il Ministero del Lavoro.

Ma quali sono le ragioni che hanno portato allo spegnimento degli impianti? E soprattutto, quali saranno le ripercussioni sul futuro della città di Taranto?

Dalla nascita dell’Ilva alle controversie giudiziarie

Per comprendere la portata di quanto accaduto è necessario fare un passo indietro. La storia dello stabilimento tarantino ebbe inizio nel 1960, con la posa della prima pietra del complesso industriale, inaugurato il 10 aprile 1965 dall’allora Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.

L’obiettivo era favorire la crescita economica del Mezzogiorno, incentivare la produzione nazionale di acciaio e garantire nuove opportunità occupazionali.
Nel 1995 arrivò la privatizzazione, con il passaggio al Gruppo Riva. Tuttavia, con il trascorrere degli anni, alle prospettive di crescita industriale si affiancarono problematiche ambientali e sanitarie.
Il 2012 rappresentò uno spartiacque fondamentale, con il sequestro giudiziario degli impianti dell’area a caldo nell’ambito dell’inchiesta sul disastro ambientale. Seguirono commissariamenti, cambiamenti societari e tentativi di rilancio, fino all’amministrazione straordinaria di Acciaierie d’Italia nel febbraio 2024.

Le ragioni dello spegnimento e l’incognita occupazionale

La decisione è strettamente collegata alla vicenda giudiziaria che ha interessato lo stabilimento. Il 27 luglio 2026 la Corte d’Appello di Milano aveva disposto lo stop degli impianti, accogliendo l’azione promossa da alcuni cittadini tarantini per i rischi ambientali e sanitari. Il successivo intervento della Corte di Cassazione, il 29 ottobre, ha respinto i ricorsi presentati dalle società, portando all’avvio delle operazioni di spegnimento il 3 novembre, concluse nella mattinata odierna.
È opportuno, tuttavia, precisare che lo spegnimento dell’area a caldo non equivale automaticamente alla chiusura definitiva dell’intero stabilimento.
Se da una parte emerge la necessità di tutelare la salute pubblica, dall’altra si apre una questione occupazionale particolarmente delicata.

Secondo Adnkronos, Acciaierie d’Italia ha richiesto un ampliamento della cassa integrazione straordinaria fino a un massimo di 8.622 lavoratori, rispetto agli attuali 4.450. Solo a Taranto potrebbero essere coinvolti fino a 6.964 dipendenti.
Numeri che destano inevitabilmente preoccupazione, considerando anche le possibili ripercussioni sulle imprese dell’indotto e sull’intero tessuto economico del territorio.

Quale futuro per Taranto?

Il quadro che emerge presenta numerose incognite. Da un lato vi è l’esigenza di garantire la tutela dell’ambiente e della salute, dall’altro quella di salvaguardare migliaia di posti di lavoro e preservare un comparto fondamentale per l’economia nazionale.

Resta inoltre aperta la questione relativa alla ricerca di nuovi investitori e all’eventuale riconversione industriale dello stabilimento.
La vicenda dell’ex Ilva ripropone dunque un interrogativo che accompagna da anni il dibattito italiano: è possibile conciliare il diritto al lavoro con quello alla salute, senza dover necessariamente sacrificare l’uno in nome dell’altro?
Una domanda alla quale non è semplice fornire una risposta, ma che richiede un’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni.
Intanto, a Taranto, si spengono gli impianti dell’area a caldo, simbolo di oltre sessant’anni di storia industriale.
Mentre gli impianti si spengono, restano accesi i riflettori sul futuro di migliaia di lavoratori, di un intero territorio e di una delle più importanti realtà industriali del nostro Paese.

di Edoardo Pizzigallo

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