Incredibile ma vero! La guerra in Ucraina ha ormai scatenato un tifo da stadio talmente esasperato da aver fatto finire nella “lista nera” di quelli che hanno il torto di non condannare espressamente Vladimir Putin persino papa Francesco.
In Occidente ormai è imposta una sola ed unica narrazione alla quale è vietato derogare: Putin è il mostro, Zelensky l’eroe buono, i russi sono criminali di guerra e vanno condannati come tali perché sono loro gli aggressori e gli assassini, senza se e senza ma. Guai ad uscire da questa logica, e chi si permette di farlo viene etichettato come filo putiniano, meritevole dello stesso identico odio che si riservava verso i collaboratori dei nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.
Tornando a papa Francesco ecco che il giornale francese Le Monde, è arrivato ad accusare il pontefice di essere gravemente colpevole di “equidistanza” perché non avrebbe condannato pubblicamente l’aggressione della Russia all’Ucraina. Il papa insomma, quando invoca la fine del conflitto “in nome di Dio”, lo farebbe da una posizione di neutralità, ovvero non schierandosi esplicitamente contro la Russia e non dimostrandosi abbastanza vicino al governo ucraino.
Forse ci si dimentica che se si vuole far cessare la guerra l’unica strada possibile è far parlare la diplomazia e il Vaticano da questo punto di vista si sta muovendo già da diverse settimane. Ma come si può pensare di ottenere un successo diplomatico nel momento in cui ci si schiera apertamente da una parte contro l’altra? Del resto papa Francesco nei suoi interventi ha chiaramente stigmatizzato l’aggressione della Russia, ma come si può pretendere che “scomunichi” pubblicamente Putin? Che risultato otterrebbe? Quello di acuire le tensioni fra il Vaticano e Mosca e vanificare ogni possibile sforzo diplomatico?
Forse, prima di lanciare certe accuse, si dovrebbe ricordare il precedente della “crisi di Cuba” quando l’intervento di Giovanni XXIII fu molto importante per scongiurare la guerra nucleare che nel 1962 si stava palesando fra Stati Uniti e Unione Sovietica. Quando decise di parlare “ai governanti della terra e a tutti gli uomini di buona volontà” per scongiurare il pericolo di guerra atomica dai microfoni di Radio Vaticana, ci fu chi nella Curia fu molto contrariato, perché temeva che il discorso del pontefice potesse infastidire gli Stati Uniti e lasciar trasparire un’equidistanza della Santa Sede rispetto alle parti in causa, invece di condannare il “nemico sovietico”. Il radio messaggio di Giovanni XXIII fu efficace ed ebbe successo proprio per la sua neutralità.
Ecco cosa disse il Papa del Concilio in seguito canonizzato:
«”Signore, ascolta la supplica del tuo servo, la supplica dei tuoi servi, che temono il tuo nome”. Questa antica preghiera biblica sale oggi alle nostre labbra tremanti dal profondo del nostro cuore ammutolito e afflitto.
Mentre si apre il Concilio Vaticano II, nella gioia e nella speranza di tutti gli uomini di buona volontà, ecco che nubi minacciose oscurano nuovamente l’orizzonte internazionale e seminano la paura in milioni di famiglie.
La Chiesa – e noi lo affermavamo accogliendo le ottantasei missioni straordinarie presenti all’apertura del Concilio – la Chiesa non ha nel cuore che la pace e la fraternità tra gli uomini, e lavora, affinché questi obbiettivi si realizzino.
Noi ricordiamo a questo proposito i gravi doveri di coloro che hanno la responsabilità del potere. E aggiungiamo: “Con la mano sulla coscienza, che ascoltino il grido angoscioso che, da tutti i punti della terra, dai bambini innocenti agli anziani, dalle persone alle comunità, sale verso il cielo: pace! pace!”.
Noi rinnoviamo oggi questa solenne implorazione. Noi supplichiamo tutti i governanti a non restare sordi a questo grido dell’umanità. Che facciano tutto quello che è in loro potere per salvare la pace. Eviteranno così al mondo gli orrori di una guerra, di cui non si può prevedere quali saranno le terribili conseguenze.
Che continuino a trattare, perché questa attitudine leale e aperta è una grande testimonianza per la coscienza di ognuno e davanti alla storia. Promuovere, favorire, accettare i dialoghi, a tutti i livelli e in ogni tempo, è una regola di saggezza e di prudenza che attira la benedizione del cielo e della terra.
Che tutti i nostri figli, che tutti coloro che sono segnati dal sigillo del battesimo e nutriti dalla speranza cristiana, infine che tutti coloro che sono uniti a noi per la fede in Dio, uniscano le loro preghiere alla nostra per ottenere dal cielo il dono della pace: di una pace che non sarà vera e duratura se non si baserà sulla giustizia e l’uguaglianza.
Che a tutti gli artigiani di questa pace, a tutti coloro che con cuore sincero lavorano per il vero bene degli uomini, vada la grande benedizione che Noi accordiamo loro con amore al nome di Colui che ha voluto essere chiamato “Principe della pace”».
C’era scetticismo in Vaticano rispetto al successo di questo tentativo di apertura dei cuori e delle coscienze, memori del precedente di Benedetto XV che tentò un’analoga operazione alla vigilia dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, lasciando del tutto indifferenti le parti in causa. E gli storici ancora oggi si dividono sull’atteggiamento di Pio XII nei confronti del nazismo. C’è chi accusa papa Pacelli di non aver condannato a sufficienza le atrocità di Hitler, nonostante sia stato poi dimostrato che proprio la prudenza del Vaticano salvò la vita a centinaia di persone, fra ebrei e antifascisti.
Oggi con papa Francesco sembra ripetersi lo stesso copione. Ma il papa per sua natura non può seguire le logiche politiche o le strategie internazionali. E condannare Putin, davvero servirebbe a convincere i russi a cessare le ostilità? O forse il pontefice in cuor suo sa benissimo che la guerra si sarebbe potuta evitare con una politica molto diversa da quella che l’Occidente ha portato avanti in Ucraina dal 2014 in poi?



