La guerra in Ucraina è già mondiale, e dall’Africa può arrivare in Italia

giovedì, 12 Maggio 2022
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La guerra di Putin sarà ancora “locale” dal punto di vista militare, limitata all’Ucraina e prossima a espandersi al massimo nel territorio secessionista moldavo della Transnistria, ma per le sue implicazioni economiche, ammettiamolo, è già mondiale.

Russia e Ucraina sono le fornitrici di grano per decine di paesi poveri e poverissimi, e la diminuzione delle loro esportazioni ha creato un effetto domino tra gli altri paesi produttori, come l’Indonesia, che hanno interrotto la vendita all’estero di prodotti base – non solo cereali ma anche olio e legumi – per far fronte a possibili peggioramenti dello scenario internazionale.

Tutto questo si traduce in un aumento dei prezzi che, se fastidioso nei paesi occidentali, è già tragico in quelli africani, già provati nell’ultimo paio d’anni da periodi di siccità e scarsi raccolti. E le cose promettono di peggiorare: secondo il Financial Times nei prossimi giorni l’India stessa, che solo a marzo ha venduto 7 milioni di tonnellate di grano all’estero, potrebbe annunciare un divieto all’esportazione di cibo. A favorire la decisione, oltre alle preoccupazioni per le conseguenze conflitto, il fatto che le previsioni per il prossimo raccolto di grano non siano buone a causa del caldo torrido che ha colpito le regioni agricole del paese. Un annuncio del genere rischia di avere effetti dirompenti sui mercati internazionali, ancora di più di un eventuale blocco delle esportazioni di gas russo in Europa. L’indice FAO dei prezzi dei cereali ha raggiunto già due mesi fa i 170 punti, il livello più alto dal 1990.

Meno grano in certi paesi non significa infatti semplicemente inflazione e diminuzione del Pil, ma un numero incalcolabile di morti per fame e una fortissima spinta migratoria verso il Mediterraneo.

La prima vittima conclamata di questa nuova crisi non si trova però in Africa, ma proprio a due passi dall’India. È notizia di questi giorni infatti che lo Sri Lanka abbia dichiarato default sul debito estero e il suo primo ministro sia stato costretto a dimettersi. Ma potrebbe trovarsi preso in numerosa compagnia: ben il 60 per cento dei 70 paesi a basso reddito è già ora a rischio di insolvenza. Paesi che si reggono su un equilibrio fragilissimo, contando su economie che il Covid ha già provveduto a fiaccare. La guerra europea e il conseguente aumento del costo delle derrate alimentari potrebbe essere il detonatore finale di una crisi che promette di essere molto più drammatica di quella del 2008, perché colpirebbe prima di tutto i paesi più poveri, dove le condizioni di vita sono già pessime. Nell’Africa subsahariana la spesa per il cibo arriva quasi a occupare la metà del budget delle famiglie; un aumento anche piccolo del prezzo del grano avrebbe quindi conseguenze drammatiche.

Così, mentre i silos dell’Ucraina restano pieni, colmi di grano che rischia di marcire, secondo il World food program dell’Onu ai 276 milioni di persone che nel mondo soffrono la fame potrebbero presto aggiungersene altre 47. La situazione potrebbe essere almeno momentaneamente risolta aprendo per motivi umanitari i porti dell’Ucraina e far partire le navi cariche di cereali, ma ovviamente Putin non ha alcuna intenzione di fare questa concessione, anzi potrebbe puntare proprio sulla crisi umanitaria per convincere l’Occidente a tornare a più miti consigli, se non vuole ritrovarsi con una marea umana di disperati alle porte dell’Europa. Porte che si chiamano Lampedusa, Pozzallo, Catania.

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