Seduta inaugurale della XIX legislatura, il Parlamento si riappropria delle sue prerogative facendo saltare i giochini di palazzo. Ignazio La Russa è stato eletto presidente del Senato, ma con una maggioranza diversa rispetto a quella con cui era entrato in mattinata nell’emiciclo. Questa la maggioranza che lo ha designato: FdI, Lega, meno Forza Italia, più una truppa di “franchi patrioti” .
Una cosa del genere non è mai successa nella storia della Repubblica. Di solito le sorprese del voto segreto avvengono per destabilizzare. Questa volta invece il voto segreto è servito a restituire stabilità a una legislatura che stava per partire con il piede sbagliato.
Ma vediamo nel dettaglio che cosa è successo. La seduta è inaugurata da un discorso di alto profilo di Liliana Segre, che presiede i lavori come più anziana senatrice a vita. Tra i banchi della maggioranza c’è ottimismo, generose pacche di saluto arrivano a Ignazio La Russa. I senatori di Forza Italia però sono stranamente silenziosi e sfuggenti. Il perché lo si capirà quando comincia la prima conta per eleggere il presidente: colpo di scena, i parlamentari azzurri non partecipano al voto. Gli unici che vanno a votare sono la presidente uscente Elisabetta Casellati e Silvio Berlusconi. Quello del Cav è un gesto dal sapore beffardo. È come dire: «Io ho votato, ma non posso controllare i miei senatori, che sono piuttosto nervosi». In realtà, a essere nervoso è lui, che non è stato accontentato dalla Meloni nelle sue richieste.
S’annuncia a quel punto una giornata di stallo, ad alta tensione e a intenso dramma. La tensione è ben percepibile anche da un gesto di nervosismo di Berlusconi nei confronti di La Russa che si era avvicinato al suo banco. Se anche la seconda chiama dovesse andare a vuoto, comincerebbe lo strazio dei voti in ballottaggio, con sorprese in agguato.
Il volto dei senatori di FdI , ma anche dei leghisti, è terreo. I parlamentari di FI sono assenti dall’aula. Il timore è che la legislatura parta zoppa. Viene in mente la “profezia” di Antonio Calenda: «Il governo Meloni durerà al massimo sei mesi». Il timore è per quello che potrebbe succedere sui mercati e per i guai che potrebbero piovere sull’Italia con un governo che cominci a lavorare in ritardo. E per di più senza una maggioranza coesa. L’umore generale tende al tetro. E ci si aspetta il peggio. Invece…
Invece, al momento di contare i voti, accade un secondo colpo di scena: La Russa risulta eletto con 116 voti. Il quorum è di 104. La defezione di Forza Italia risulta disattivata. Circa diciotto voti sono arrivati in soccorso dai banchi dell’opposizione.
Da chi sono venuti? Il primo indiziato è Matteo Renzi, ma il diretto interessato smentisce subito: «Non sono stato io. Se l’avessi fatto, ora me ne vanterei». In effetti i voti in più a La Russa sono circa il doppio dei senatori di Azione/Italia viva. Ci troviamo quindi di fronte a un “soccorso” piuttosto consistente. Enrico Letta mastica amaro. «Una parte dell’opposizione vuole diventare maggioranza», sibila furioso. Forse il suo retropensiero va a qualcuno dei suoi.
Ma perché Berlusconi e i suoi parlamentari sono nervosi? È presto detto: esclusa dalla presidenza delle Camere (a Montecitorio andrebbe il leghista Riccardo Molinari), Forza Italia teme di fare la figura del parente povero del nuovo governo. Di qui la richiesta di Silvio Berlusconi di diversi ministeri di peso: Esteri, Giustizia, Agricoltura, Sviluppo economico. Più la Sanità per la sua “pupilla” Licia Ronzulli.
La Meloni però sembra disposta a concedergli solo gli Esteri (Antonio Tajani). Un ministero importante come l’Istruzione andrebbe a una berlusconiana di ferro come Anna Maria Bernini. Ma al Cavaliere evidentemente non basta. È sulla giustizia il braccio di ferro più duro. La leader di FdI pensa a Carlo Nordio, mentre Silvio vorrebbe gente fedelissima come Elisabetta Casellati o, in alternativa, Paolo Sisto. All’Agricoltura, la Meloni ha in mente un tecnico oppure sarebbe disposta a lasciarla a Salvini nel quadro complessivo dell’accordo con la Lega. Un tecnico andrebbe anche alla Sanità (o Guido Bertolaso o il presidente della Croce Rossa, Francesco Rocca). Allo Sviluppo Economico la premier in pectore vorrebbe invece il co-fondatore di FdI Guido Crosetto, mentre lo strategico ministero della Difesa andrebbe ad Adolfo Urso. E la Ronzulli? Rimarrebbe a bocca asciutta o al massimo otterrebbe il Turismo.
Per quanto invece riguarda la Lega, le difficolta dei giorni scorsi sono state appianate. Oltre ad aver rinunciato a Roberto Calderoli come presidente del Senato, Matteo non avrebbe più chiesto per sé il ministero dell’Interno, che andrebbe invece alla leghista Giulia Bongiorno o al tecnico (ma comunque vicino alla Lega) Matteo Piantendosi, prefetto, che è stato il capo di gabinetto del leader leghista al tempo in cui questi guidava il Viminale.
Fa discutere l’offerta della Meloni a Giancarlo Giorgetti come superministro dell’Economia. Il Carroccio fa sapere che Giorgetti al Mef sarebbe eventualmente al fuori della quota di ministeri spettanti alla Lega. Ma il fatto clamoroso è che al ministero-architrave del governo non andrebbe un tecnico, come qualche giorno fa tutti si attendevano, bensì un politico, ancorché in continuità con Draghi. Per alcuni sarebbe la dimostrazione della scarsa considerazione che, all’esecutivo in gestazione, riserverebbero attualmente gli ambienti che “contano”. In realtà, sarebbe solo il segnale di un eventuale scarso impegno da parte di Sergio Mattarella a esercitare la sua moral suasion in favore della Meloni. Ai livelli del Mef, l’arrivo di un tecnico di alto livello dipende per buona parte dai buoni uffici dal Colle.
Vedremo come andrà a finire, certo è che Giorgetti ha comunque l’esperienza, le relazioni, le capacità giuste per permettere al Paese di reggere l’urto delle emergenze economiche in arrivo.
A questo punto la palla passa alla Camera. Che faranno i deputati di Forza Italia? Torneranno nei ranghi del centrodestra oppure replicheranno lo stesso teatrino del Senato? C’è ancora una nottata per le trattative. In ogni caso oggi è stata scritta un bella pagina di storia politica e parlamentare.
Per la cronaca, vale la pena sottolineare un significativo passaggio del discorso della Segre: «Provo vertigine, qui a 100 anni dalla marcia su Roma. Il Paese ha scelto». Trascurabile casualità o hegeliana astuzia della Ragione?



