Geologa dell’Ispra: «Il dissesto idrogeologico molto diffuso in Italia»

mercoledì, 30 Novembre 2022
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Il presente, angoscioso, di Ischia e un futuro sostenibile ancora da immaginare. Ma i territori malati ci sono in tutta la Penisola e quella del dissesto idrogeologico è da decenni un’emergenza nazionale ormai acclarata. Lospecialegiornale ha intervistato Carla Iadanza, ricercatrice dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra).

Quante “Ischia” abbiamo in Italia?

«Il fenomeno delle frane è particolarmente diffuso sul territorio nazionale considerando che finora sono state storicamente censite oltre 620mila frane secondo l’Inventario dei fenomeni franosi in Italia, realizzato dall’Ispra in collaborazione con Regioni e le Province autonome, il quale fornisce un quadro dettagliato e aggiornato sulla distribuzione di questi eventi sul territorio nazionale. Ciò perché il nostro Paese presenta un’accentuata propensione al dissesto dovuta a caratteristiche morfologiche e geologiche. Si pensi che il 75% per cento della Penisola è di natura montano-collinare. A Ischia sono stati determinanti sia le pendenze elevate dei crinali sia l’abbondanza di depositi piroclastici che sono stati trascinati durante le piogge di elevata intensità e violenza. Le colate rapide di fango e detriti, come nel caso di Ischia, viaggiano a velocità molto sostenuta, hanno la capacità di percorrere anche lunghe distanze e, propagandosi, trascinano altro materiale con effetti altamente distruttivi, compresa la dolorosa perdita di vite umane. Ogni anno in Italia si verificano circa un migliaio di frane alcune delle quali causano danni gravi alle persone, agli edifici e alle strutture primarie di comunicazione».

Non sono mancate le polemiche sulla speculazione edilizia che ha colpito anche Ischia. Quanto ha inciso, secondo lei?

«Non entro nel merito della discussione politica. Occorre considerare che il dissesto si trasforma in rischio quando alla propensione di naturale fragilità si aggiunge la presenza di elementi esposti come possono essere gli edifici. Per la mitigazione del rischio gioca sicuramente un ruolo fondamentale la corretta pianificazione territoriale individuando, tra l’altro, le aree di urbanizzazione in zone di scarsa pericolosità. In Italia il grande slancio alla pianificazione territoriale si ebbe in seguito all’altrettanto drammatico evento della frana di Sarno del maggio del 1998. Fu emanato il decreto Sarno, che impegnava gli enti locali a circoscrivere le aree a elevata rischiosità per le quali applicare i vincoli di inedificabilità. Dopo Sarno, sono stati redatti Piani di assetto idrogeologico dalle Autorità di bacino, che hanno classificato le zone a rischio per pericolosità crescente. Storicamente, il periodo di forte antropizzazione iniziato dal secondo Dopoguerra spesso è avvenuto non in presenza di una corretta pianificazione ignorando i pericoli naturali dei territori».

Dottoressa Iadanza, a questo punto sarebbe meglio lanciare un piano nazionale per la salvaguardia del territorio o sarebbe preferibile intervenire per aree con intervenenti mirati?

«Il ragionamento è più articolato. Poiché il territorio evolve, alla mitigazione del rischio contribuiscono una serie di strategie quali le attività conoscitive, il monitoraggio continuo dei dati, l’assetto idrogeologico, l’aggiornamento delle mappe e dei nuovi fenomeni. Quindi si procede con la pianificazione territoriale, la realizzazione di interventi strutturali di messa in sicurezza e consolidamento delle zone più bisognose, l’osservazione costante dello spostamento delle faglie, le attività di preparazione per le eventuali emergenze, la divulgazione ai cittadini sui rischi del proprio territorio. In particolare, sia le misure strutturali già finanziate a partire dal 1999 sia le richieste avanzate dalle Regioni sono contenute nella piattaforma Rendis. Nel portale è possibile rintracciare anche il Rapporto nazionale degli interventi per difesa del suolo».

Quanti danni hanno fatto le esitazioni o, peggio, le complicità di una certa politica?

«Anche qui non entro nel merito della domanda. Dico che bisogna ragionare partendo dal presupposto che il problema del dissesto idrogeologico è molto diffuso in Italia. Basti pensare che a oggi il fabbisogno per la mitigazione del rischio ammonta a ben 26 miliardi di euro».

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