Ennesimo caso di suicidio. I familiari si stringono intorno al ricordo di Riccardo Faggin, studente di 25 anni, deceduto il giorno in cui la famiglia attendeva la discussione della tesi di laurea che in realtà non ci sarebbe stata. Il giovane infatti aveva raccontato di aver terminato il ciclo di studi ma non era vero.
Riccardo non è l’unico universitario ad aver compiuto l’estremo atto: secondo i dati ISTAT ogni anno si registrano 4000 casi di suicidi negli atenei d’Italia; un dato chiarificatore degli enormi disagi a cui i giovani studenti sono sottoposti.
«Il suicidio è la seconda causa di morte tra i 15 e i 29 anni in Italia, ma c’è ancora un forte taboo sociale.»
E’ quanto ha dichiarato il Dottor. Stefano Callipo, psicoterapeuta, psicologo clinico e giuridico, responsabile del Centro di Psicologia Callipo Prevenzione e Valutazione del Rischio Suicidario nonché Presidente dell’Osservatorio Violenza e Suicidio.
E prosegue: «Quando tra le cause del suicidio leggiamo “esame non superato” o “licenziamento” possiamo essere certi che questi non siano i reali motivi, ma bensì gli eventi precipitanti di una situazione creata nel tempo».
Ma cosa s’intende per suicidio?
«Il suicidio è la fuga dalla vita, un dolore mentale a cui non si riesce a fuggire; il suicidio appare come l’unica alternativa. Ma prima di suicidarsi i giovani intraprendono una carriera “suicidaria” dopo un percorso di dolore mentale».
Escluse le ragioni sopracitate, è lecito interrogarsi su quali siano le reali condizioni che spingono i giovani al compimento di tali gesti estremi. Un’analisi, quella fornitaci dallo psicoterapeuta, che distingue tra due fattori di rischio fondamentali:
«Esistono dei fattori di rischio predisponenti importanti: genitori tossicodipendenti, abusi fisici subiti, famiglia monogenitoriale con problemi di alcool; a cui si affiancano i fattori precipitanti, come ad esempio un esame non superato o il licenziamento.»
«Per compiere il gesto -prosegue Callipo- capace di annientare l’istinto più forte degli esseri umani che è quello alla sopravvivenza, non bastano fattori precipitanti, ma il dolore mentale deve essere costruito e deve crescere con esperienze egodistoniche nella mente del ragazzo.»
Fondamentale risulta il ruolo della prevenzione, mirata al recepimento dei segnali suicidari lanciati dai ragazzi prima dell’atto, e difficili da registrare per i non esperti in materia.
«Assieme al desiderio di morire dei giovani – ha continuato Callipo- c’è sempre il desiderio di essere salvati, come se insistesse dentro la persona un pendolo esistenziale dove dietro il pensiero di togliersi la vita soggiace quello di risalire in superficie.»
Uno stimolo, quello fornitoci da tali dichiarazioni, a non soffermarci all’esclusiva analisi fattuale per non trascurare la profondità dei meccanismi interiori.
Quali sono gli altri aspetti da tenere a mente quando si fa riferimento alla problematica del suicidio nei giovani?
Innanzitutto ci si deve chiedere quanto ancora oggi il suicidio sia un “taboo sociale” associato ad una problematica nella sfera psichiatrica; nonostante solo nel 40% dei casi a tentare il suicidio sia un soggetto psichiatrico.
Il secondo aspetto fondamentale è il cosiddetto “effetto Werther”, termine clinico che serve per indicare i processi emulativi dei suicidi dalla notizia di un suicidio.
«Trae il nome dal romanzo “I dolori del giovane Werther”. Dopo la sua pubblicazione in Europa si verificarono suicidi a catena, molte delle vittime erano vestite come il personaggio del romanzo. Venne momentaneamente ritirato dal commercio, ma fu la prova che il suicidio di un ragazzo può innescare lo stesso meccanismo in altre persone della stessa età in contesti simili».
In ultimo; la rilevanza della comunicazione tra genitori e figli:
«Andrebbero rivolte maggiori domande emotive ai figli -ha concluso Callipo- invece tendiamo ad avere un atteggiamento più normativo volto all’osservanza del rispetto dei propri doveri, non pensando a domandargli come si sentano rispetto all’evento che ci stanno raccontando».
Maria Longobardi



