Al momento ammonterebbe ad 1 milione e mezzo di euro il prezzo pagato da un Paese straniero a rappresentanti dell’Unione Europea per chiudere gli occhi sulla violazione dei diritti umani, da parte di un’Istituzione, l’Europa appunto, da sempre molto attenta e sensibile su questo argomento.
Cifra tuttavia ancora provvisoria perché lo scandalo delle presunte mazzette dal Qatar, che ha investito il Parlamento europeo, potrebbe allargarsi ancora. Il Paese che in questo momento ospita i Mondiali di calcio è accusato di aver corrotto, tramite finanziamenti illeciti, alcuni parlamentari europei, chiedendo loro di mentire e parlare bene della propria situazione interna.
Per nascondere cosa? La triste realtà di un Paese dove i diritti umani sono calpestati. Violazioni che riguardano principalmente le condizioni del lavoro e quelle di chi è accusato di reati in contrasto con la legge coranica. Situazione analoga a molti altri paesi islamici ma che però viene solitamente trattata dall’Occidente con il criterio dei “due pesi e delle due misure”. Così, se tutto ciò che avviene in Iran è fonte di indignazione mondiale, ciò che invece si verifica in Qatar o in altri Stati del mondo arabo con cui l’Occidente è solito fare affari da sempre, viene sistematicamente ignorato o al massimo stigmatizzato in tono minore.
Basti pensare che a detta dell’Human Rights Watch, a partire dal giugno 2012, centinaia di migliaia di lavoratori migranti, specialmente provenienti dal sud asiatico, rischiano in Qatar gravi sfruttamenti e abusi, a volte equivalenti a lavoro forzato. Ma non è tutto. La sharia è la principale fonte legislativa e viene applicata alle leggi in materia di diritto di famiglia, eredità e numerosi atti criminali (tra cui adulterio, rapina e omicidio). In alcuni casi nei tribunali familiari della Sharia, la testimonianza di una donna vale la metà di quella di un uomo e a volte la testimonianza di una donna e di un uomo non è nemmeno accettata se non è ritenuta affidabile.
Andiamo a vedere un po’ di cifre facilmente rintracciabili con una ricerca su internet:
Le fustigazioni sono usate in Qatar come punizione per il consumo di bevande alcoliche o per rapporti sessuali illeciti. L’articolo 88 del codice penale del Qatar dichiara che la punizione per fornicazione consiste in 100 frustate.
Uomini e donne sposati che commettono adulterio possono essere puniti con la morte. Nel 2006, una donna filippina è stata condannata a 100 frustate per adulterio. Nel 2010, almeno 18 persone (per lo più di nazionalità straniera) sono state condannate tra 40 e 100 frustate per reati connessi a “rapporti sessuali illeciti” o consumo di alcol. Secondo Amnesty International nel 2012 almeno sei cittadini stranieri sono stati condannati alla puzione di 40 o 100 frustate.
Le persone condannate per sodomia possono subire la reclusione fino ad un massimo di tre anni. I musulmani condannati per zina possono essere condannati a subire frustate se non sposati e alla pena di morte se sposati. In questi casi i non musulmani possono subire la reclusione.
Nel giugno 2014, un espatriato musulmano è stato condannato a 40 frustate per aver consumato alcolici e per aver guidato ubriaco. La punizione corporale giudiziaria è comune in Qatar a causa dell’interpretazione Hanbali della Legge della Sharia.
Secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America, i lavoratori espatriati provenienti da nazioni di tutta l’Asia e parti dell’Africa sono regolarmente sottoposti a lavoro forzato e, in alcuni casi, alla prostituzione. La maggior parte di queste persone migrano volontariamente in Qatar come lavoratori scarsamente qualificati o domestici, ma sono successivamente soggetti a condizioni indicative di servitù involontaria.
Quando l’emiro Sheikh Hamad Al Thani prese il controllo del paese da suo padre nel 1995, aprì il Qatar agli investimenti stranieri e iniziò la costruzione dei più grandi terminali GNL del mondo a Ras Laffan a seguito di concessioni a ExxonMobil, Royal Dutch Shell e Total SA.
Oltre 100.000 lavoratori furono portati nel paese per costruire Ras Laffan e si stima che 1 milione (della popolazione totale del paese di 2 milioni) di lavoratori vivano in Qatar contribuendo alla costruzione del Paese. Nel 1995, quando lo sceicco Hamad prese il controllo, il totale della popolazione migrante era di circa 370.000.
Alcune delle violazioni più comuni dei diritti dei lavoratori includono percosse, trattenute di pagamenti, addebiti ai lavoratori per benefici che sono nominalmente sotto la responsabilità dell’emiro, gravi restrizioni alla libera circolazione (come la confisca di passaporti, documenti di viaggio o permessi di uscita), detenzione arbitraria, minacce di azioni legali e aggressioni sessuali.
Nel 2013 Amnesty International ha pubblicato rapporti che dimostrano che i lavoratori migranti non retribuiti sono stati lasciati a patire la fame. Secondo il rapporto i lavoratori vengono “trattati come bovini”.
Secondo un altro rapporto del Guardian (e basato su documenti ottenuti presso l’ambasciata nepalese in Qatar), dozzine di lavoratori migranti nepalesi sono morti in Qatar nel giro di poche settimane nel settembre del 2013 e altre migliaia subivano costantemente pesanti abusi sul luogo di lavoro.
Eppure nonostante questi dati, come detto facilmente rintracciabili in rete e forniti dagli organismi più autorevoli impegnati nella difesa dei diritti umani, l’Europa ha chiuso gli occhi di fronte allo scandalo e oggi scopriamo che autorevoli rappresentanti del Parlamento Ue si sono fatti addirittura garanti del paese arabo.
Ma quanto è costata questa pubblicità ingannevole? Stando alle accuse degli inquirenti belgi svariati milioni di euro, transitati nelle tasche di eurodeputati e funzionari ben disposti a passare una bella pezza sopra i tanto decantati diritti umani.
Facciamo due conti. Se i sospetti dei magistrati saranno confermati (la presunzione d’innocenza è ovvio vale per tutti) circa 750 mila euro sarebbero transitati nelle tasche della vicepresidente dell’Europarlamento Eva Kaili , soldi che gli investigatori avrebbero ritrovato in parte in casa della politica greca e in parte in una valigia trasportata dal padre. Secondo quanto riportato dal quotidiano belga L’Echo, 600 mila euro stavano nel bagaglio del padre, gli altri 150 mila nell’abitazione dell’eurodeputata a Bruxelles, suddivisi in migliaia di banconote in tagli da 20 e 50 euro. Poi ci sono i soldi che sarebbero transitati all’ex eurodeputato italiano del Pd, poi passato ad Articolo 1 Antonio Panzeri. La polizia belga ha fatto sapere che il totale delle banconote sequestrate a Kaili e Panzeri ammonterebbe a oltre un milione e mezzo di euro.
E non sarebbe finita qui, stando pare alle dichiarazioni fiume rilasciate da Francesco Giorgi. compagno di Eva Kaili, finito in carcere venerdì scorso.
Come detto è altamente probabile che l’inchiesta possa allargarsi, il che sembrerebbe confermato anche dal fatto che un po’ tutta l’Europa ha chiuso gli occhi e fatto finta di non vedere. Perché appena due mesi fa, esattamente nella settimana dal primo al 9 ottobre furono approvate diverse risoluzioni del Parlamento europeo aventi ad oggetto proprio la condanna per violazioni dei diritti umani. Fra i Paesi finiti nel mirino ci sono Iran, Etiopia, Myanmar, Haiti, e ovviamente la Russia accusata di crimini in Ucraina. Del Qatar non c’è traccia.
Si è dovuto attendere il 24 novembre per veder approvata una risoluzione sulla situazione dei diritti umani nel contesto della Coppa del mondo FIFA in Qatar. Nel documento si evidenzia che il Qatar ha vinto la procedura di gara della Coppa del mondo FIFA in un contesto di accuse credibili di corruzione e concussione, e si deplorano la morte e gli infortuni di migliaia di lavoratori migranti, principalmente nel settore delle costruzioni, che hanno aiutato il paese a prepararsi per il torneo.
Eppure già a febbraio l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) aveva messo in guardia i responsabili politici dell’Unione europea a non lasciarsi strumentalizzare dai governanti del Qatar. “Sarebbe un segnale fatale – accusarono dall’Associazione – se le molte violazioni dei diritti umani e le migliaia di lavoratori ospiti morti nei cantieri in Qatar non venissero discusse e riportate in relazione alla Coppa del Mondo 2022. Quando i politici parlano acriticamente delle loro meravigliose esperienze in Qatar nei social media, creano un’impressione completamente falsa della dura realtà del paese. Tali dichiarazioni sono una pubblicità spudorata per uno stato che tratta migliaia di lavoratori stranieri come schiavi del lavoro. Inoltre il Qatar sostiene da anni gruppi islamici radicali in tutto il mondo, contrariamente alle smentite di chi è al potere. Forse il governo del Qatar non ha sostenuto direttamente il cosiddetto ‘Stato Islamico’, ma lo ha fatto attraverso altri gruppi islamisti radicali in Siria, Iraq, Libia, Afghanistan e altrove. Il Qatar come anche la Turchia sostengono apertamente il Fronte Nusra, la propaggine di Al-Qaeda in Siria. I gruppi islamici pro-Qatariani incitano apertamente contro gli ebrei e Israele”. Già all’epoca dunque era evidente come ci fossero politici europei impegnati a manipolare la realtà e a fare propaganda al Qatar. E nessuno si è chiesto perché?
Iniziativa molto sospetta quella della risoluzione approvata a novembre e arrivata fuori tempo massimo, quasi per lavarsi la coscienza di fronte al dramma di almeno 6500 operai migranti morti nella costruzione degli stadi. Cifra che sarebbe addirittura più alta visto che si riferisce unicamente ai lavoratori provenienti da Paesi come India, Bangladesh, Sri Lanka, Pakistan e Nepal che hanno raccolto e comunicato i dati. Ci sono poi anche vittime fra i lavoratori provenienti dalle Filippine, ma dati precisi al riguardo non è stato possibile ricavarli.
Eppure solo poche settimane fa Eva Kaili dichiarava pubblicamente che il Qatar “è all’avanguardia nei diritti dei lavoratori, abolendo la kafala e introducendo il salario minimo. Tuttavia alcuni invitano a discriminarli. Li maltrattano e accusano di corruzione chiunque parli o si impegni con loro ma consumano il loro gas e lì hanno le loro aziende che guadagnano miliardi”. Eppure nessuno si scandalizzò all’epoca, e se non fosse scoppiato lo scandalo la vicepresidente, ex conduttrice di telegiornali, sarebbe rimasta tranquillamente al proprio posto. E da qui avrebbe continuato a parlare bene del Qatar e magari a martellare l’Ungheria accusandola di essere filo russa e di non garantire il rispetto della democrazia. Cosa sarebbe successo se simili dichiarazioni fossero state rivolte magari in direzione della Russia da un esponente popolare o di destra? Sicuri che sarebbe servito l’intervento della magistratura per far scoppiare lo scandalo e creare un caso internazionale?
Per chiudere fa un certo effetto leggere le dichiarazioni del capogruppo del Pd al Parlamento europeo Brando Bonafei secondo il quale “bisogna fare chiarezza, se ascoltiamo interventi del Ppe molti erano più favorevoli al Qatar, forse si è cercato di influenzare il gruppo che tradizionalmente era più contrario?”. Un tentativo piuttosto malestro di salvare l’integrità morale del gruppo Socialista al centro dello scandalo.



