Il 2022 è stato un anno importante dal punto di vista politico, culminato con le elezioni del 25 settembre e la nascita del governo Meloni, il primo esecutivo guidato da una donna. Ma non tutti i leader hanno brillato in questo anno, alcuni sono stati da oscar, altri invece hanno meritato più modestamente un tapiro, come è nella tradizione di Striscia la Notizia, proprio perché sono rimasti letteralmente “attapirati”. E allora andiamo a vedere chi ha meritato l’uno e chi l’altro.
Oscar a Giorgia Meloni: é lei la leader dell’anno, la prima donna in Italia a diventare presidente del Consiglio. E ha dimostrato che mentre la sinistra fa le chiacchiere parlando di parità di genere ma senza aver mai riconosciuto alle donne ruoli di primo piano, la destra fa i fatti. Ma la leader di Fratelli d’Italia ha saputo soprattutto azzeccare la strategia che l’ha portata dritta a Palazzo Chigi. E come? Restando all’opposizione della grande ammucchiata del governo Draghi, ma senza toni urlati e violenti, con un’opposizione responsabile, dalla parte degli italiani ma nell’interesse del Paese. E partendo dal primato nei sondaggi è arrivata al primato nelle urne. E anche la formula del suo governo sembra vincente: contenuti di destra ma dentro una cornice europea ed internazionale, all’insegna del realismo, nella ricerca di un sovranismo “intelligente” che non faccia rima con anti-europeismo. Ha vinto anche il primo banco di prova in Europa con i conti della manovra. Vedremo se il 2023 sarà altrettanto fortunato per lei.
Tapiro a Matteo Salvini: Il leader della Lega aveva sicuramente messo in conto un risultato ben lontano dal 34% delle europee, come del resto lasciavano presupporre tutti i sondaggi, ma certamente non si aspettava una Caporetto. La Lega è stata letteralmente devastata il 25 settembre alle urne, colpa di una strategia confusa e contraddittoria che il Capitano ha portato avanti per un anno e mezzo, sostenendo il governo Draghi su ogni fronte, ma strizzando sistematicamente l’occhio alle piazze. La Lega di lotta e di governo non ha convinto gli elettori, che si sono sentiti presi in giro da un leader che gridava in piazza che mai e poi mai avrebbe permesso i vaccini obbligatori, il green pass per lavorare, la sospensione dei medici e dei lavoratori non vaccinati, che avrebbe detto No alle sanzioni contro la Russia, che si sarebbe opposto all’invio di armi all’Ucraina, salvo poi in Parlamento dare semaforo verde a tutti i provvedimenti contestati per non andare allo scontro con l’ala governista e filo draghiana. E adesso Salvini sta cercando di recuperare consenso per non ritrovarsi scalzato dalla guida del partito. Avrebbe voluto portare a casa molto di più con la manovra ma si è dovuto accontentare del poco ottenuto. E intanto i sondaggi sembrano sorridergli sempre meno.
Tapiro per Silvio Berlusconi: Il leader di Forza Italia era convinto di recitare il ruolo del padre nobile della coalizione e di essere dopo le elezioni il grande mediatore fra Meloni e Salvini. Invece si è ritrovato messo all’angolo dalla leader di Fratelli d’Italia che gli ha letteralmente cestinato la lista dei ministri azzurri, bocciando i nomi non graditi, ad iniziare da quello della fedelissima Licia Ronzulli che avrebbe voluto al dicastero della Sanità. Uno schiaffo che il Berlusca ha digerito con difficoltà, tentando anche di costringere la Meloni a cedere con la forza (vedi il fallito blitz contro l’elezione alla presidenza del Senato di Ignazio la Russa). Ma è stato tutto inutile. Alla fine Berlusconi si è dovuto arrendere, scoprendo anche di non controllare più nemmeno il suo partito, dove in tanti hanno scelto di non seguirlo sulla strada dello scontro frontale con la Meloni. E adesso non gli è rimasto che fare il controcanto alla premier, dandole quotidianamente i voti, promuovendo la manovra ma giudicandola insufficiente e annunciando che in futuro Forza Italia vorrà contare di più. Ma il suo fucile sembra sempre più scarico.
Oscar per Antonio Tajani: Il ministro degli Esteri è stato il grande tessitore dell’accordo di governo con gli alleati. Ha lavorato per smussare gli angoli nei giorni caldi dello scontro fra Berlusconi e Meloni sulla formazione del governo, ma al tempo stesso è riuscito ad estromettere dall’esecutivo i suoi oppositori interni, dalla Ronzulli a Mulé, passando per Cattaneo. E ha messo all’angolo lo stesso Berlusconi costringendolo a cedere con il braccio di ferro sui ministri e ad accettare quelli graditi alla Meloni (e a lui). Per Tajani si è trattato di una rivincita. Messo all’angolo dall’ex premier Draghi che non lo ha voluto nel suo governo preferendo il fedelissimo Brunetta, ha sempre lavorato con gli alleati per mantenere l’unità del centrodestra anche nei momenti più difficili, dando la spallata decisiva al governo Draghi l’estate scorsa quando ormai erano maturi i tempi per tornare al voto, facendo piazza pulita dei draghiani e assicurandosi i numeri necessari in Parlamento per dettare la sua linea. Ora deve fronteggiare l’opposizione interna di Ronzulli e company, ma intanto è lui a guidare i giochi nel governo.
Oscar per Giuseppe Conte: Il leader del Movimento 5Stelle ha perso le elezioni, ma ha vinto la sua sfida personale con il Pd da una parte, con l’ex alleato Di Maio dall’altra e anche e soprattutto all’interno con Beppe Grillo. Mettendo in crisi il governo Draghi a luglio tutti pensavano che avesse firmato la morte politica sua e del Movimento, ritrovandosi isolato, rifiutato dal Pd, costretto a correre da solo e con mezzi grillini in fuga verso i dem. Ma Conte alla fine ha spiazzato tutti, riuscendo a risollevare le sorti del Movimento, portandolo al 15% contro tutti i sondaggi e le previsioni che lo indicavano al di sotto del 10%. Ha vinto contro un Pd che era convinto di raccogliere le macerie del M5S, ha vinto contro gli oppositori interni e gli scissionisti che sono rimasti tutti a casa, e ha vinto contro Grillo che non si è speso mai in campagna elettorale, convinto anche lui di un esito disastroso che gli avrebbe permesso di suonare il de profundis all’ex premier e di rifondare il Movimento insieme al fedelissimo Di Battista. Certo, discutibili i metodi elettorali di Conte, la sua difesa ad oltranza del reddito di cittadinanza nelle roccaforti del Sud dove è più alto il numero di percettori, ma alla fine sono i voti a fare la differenza e per Conte l’hanno fatta, eccome….
Tapiro per Enrico Letta: Il segretario uscente del Pd non ne ha azzeccata una che è una, ha sbagliato ogni mossa e se avesse voluto sbagliare di sua spontanea volontà probabilmente non ci sarebbe riuscito così bene. Un disastro in termini di risultati elettorali e di strategia politica. Non è stato in grado di mettere in piedi uno straccio di alleanza elettorale, e quel che è peggio ha seguito una linea politica ambigua e contraddittoria. Si è fatto garante del proseguimento dell’agenda Draghi, ma dopo essere rimasto orfano dell’alleanza con Carlo Calenda ha tentato di correre ai ripari mettendo in piedi una sorta di “Armata Brancaleone” con dentro gli ultra draghiani di Più Europa e la sinistra ambientalista e radicale che era stata fino al giorno prima all’opposizione del governo. Maldestra anche la campagna elettorale incentrata sulla paura della destra neo fascista come alibi per nascondere la propria inconcludenza e le contraddizioni. E anche la fase post elettorale ha visto il Pd privo di una linea politica chiara, con il risultato di un’opposizione pasticciata e confusa. Letta sognava il campo largo, ma ha soltanto trasformato il Pd in un camposanto.
Oscar per Carlo Calenda: Il leader di Azione è riuscito a ritagliarsi il ruolo di rappresentante dell’opposizione responsabile, quella che non critica a prescindere tutto ciò che fa il governo ma è pronto al dialogo e se necessario anche alla collaborazione istituzionale. Ma prima delle elezioni è riuscito a smascherare il Pd facendo emergere chiaramente l’inganno di un partito che apparentemente si richiamava all’agenda Draghi, ma poi nei fatti era pronto a sconfessare se stesso pur di fare numero per battere la destra. E dopo un’iniziale intesa con Letta, Calenda si è tirato fuori di fronte alla volontà dei dem di allargare l’alleanza a Verdi e sinistra e mostrandosi coerente con la sua idea di una coalizione non contro qualcuno ma per il governo. Il risultato delle politiche è stato di gran lunga inferiore alle aspettative, il Terzo polo in realtà è quarto perché superato pure dal M5S, ma Calenda comunque ha dimostrato che c’è spazio per un centro moderato alternativo tanto al centrosinistra che al centrodestra, ma soprattutto che non si vince demonizzando l’avversario come ha tentato di fare Letta. Resta da chiarire l’ambiguità di questo polo centrista che ha imbarcato i fuggiaschi del centrodestra (vedi Gelmini e Carfagna), è aperto al dialogo con la Meloni senza pregiudizi, contesta l’opposizione di Pd ed M5S giudicandola prettamente ideologica, ma poi si allea con i dem alle amministrative e regionali e non si capisce bene dove voglia realmente posizionarsi.
Tapiro per Matteo Renzi: Il leader di Italia Viva è ben lontano dal ritornare al centro della scena politica come un tempo. Anzi, è sempre di più nelle retrovie ed ha rischiato seriamente di scomparire alle ultime elezioni. Nessuno ha voluto allearsi con lui, si è visto chiudere le porte in faccia dal Pd e inizialmente persino da Carlo Calenda. Poi però per il leader di Azione allearsi con Renzi, dopo la rottura con Letta, è diventata una strada obbligata e lui è stato ben disposto a salire sulla zattera di salvataggio offertagli dal suo ex ministro. Ma nel Terzo polo Renzi è costretto a stare un passo dietro a Calenda che è sempre più in prima linea e sembra essere il leader più qualificato e credibile dell’opposizione moderata. Renzi attende, si dice favorevole al progetto di fusione fra Azione e Iv, ma chi lo conosce bene è convinto che alla prima occasione utile, quando ci saranno le condizioni per farlo, si smarcherà da Calenda e tornerà a giocare in proprio, perché di fare il numero due, o di dividere con altri la leadership, proprio non ha voglia. Tutto sta nel vedere se queste occasioni arriveranno o se l’ex premier dovrà soltanto accontentarsi di esistere ancora.
Tapiro per Mario Draghi: Ci aveva creduto l’ex presidente del Consiglio alla possibilità di succedere a Mattarella e diventare il nuovo Capo dello Stato. La stessa maggioranza ampia e trasversale che sosteneva il suo governo non avrebbe avuto difficoltà a votarlo per il Quirinale. Ma poi chi entra papa in conclave solitamente esce cardinale e così ecco che Draghi è stato tradito dal suo essere “l’uomo della Provvidenza” (senza riferimenti con la buonanima ci mancherebbe), così bravo e competente da dover necessariamente rimanere alla guida del governo, con la crisi pandemica ancora in corso e i soldi del Pnrr da incassare. E così alla fine il sogno del Quirinale è svanito e Draghi non l’ha presa affatto bene, fino a creare le condizioni per mettere fine all’esperienza del governo di unità nazionale e tornare al voto. Avrebbe potuto evitare la crisi e tenere unita la sua maggioranza fino alla prossima primavera visto che nessuno, nemmeno il M5S, avrebbe avuto fino in fondo il coraggio di staccargli la spina. Ma lui ha fatto di tutto perché la spina venisse staccata e ci è riuscito, perché in fondo ormai non aveva più nulla da perdere tranne che fare il parafulmine del malcontento della gente per la crisi energetica e le bollette troppo alte. La fuga di un tecnico prestato alla politica che forse dalla politica era arrivato ad aspettarsi troppo.
Oscar per Sergio Mattarella: Il Capo dello Stato ha ottenuto la rielezione al Quirinale dopo aver ripetuto per mesi che non avrebbe mai accettato un secondo mandato. Invece alla fine ha optato per il “sacrificio” di fronte all’oggettiva difficoltà di eleggere Draghi e all’impossibilità di individuare un candidato davvero super partes. Ha accettato, consapevole forse delle elezioni ormai alle porte e della quasi certa vittoria del centrodestra. In qualche modo, piaccia o no, anche Mattarella è parte di una storia nuova della politica, visto che è stato lui a conferire l’incarico alla prima donna premier della storia italiana. E al tempo stesso resta una figura di garanzia per gli equilibri internazionali e soprattutto per l’Europa. Mattarella dunque resta al centro della scena, oggi molto di più di quanto forse lo è stato in passato. Seguirà l’esempio di Napolitano e abbandonerà il secondo mandato a metà strada? Per il momento non sembra pensarla così e adesso tutti attendono il suo discorso di fine anno da presidente rieletto e con una situazione politica completamente nuova. Ne ascolteremo delle belle?



