Spoils system? I nuovi fronti con la Meloni

lunedì, 9 Gennaio 2023
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Uno dei nuovi fronti aperti da Giorgia Meloni si chiama spoils system. È l’espressione che designa il ricambio nei ruoli apicali della dirigenza pubblica, quella a più diretto contatto con i ministri. Lo ha annunciato la premier insieme con altri membri del governo: da Guido Crosetto a Giovanbattista Fazzolari.

Subito è insorta l’opposizione accusando la Meloni di voler fare l’”asso pigliatutto” e di puntare all’occupazione selvaggia del potere. Ha aumentato lo stato di agitazione lo stesso Crosetto quando ha dichiarato che il governo avrebbe usato il «machete» nella sostituzione dei superburocrati. In realtà il ministro, che ha subito dopo corretto il tiro, ha messo il dito nella piaga di un problema endemico per tutti i governi di centrodestra: la sorda resistenza opposta dagli alti dirigenti pubblici all’azione dei ministri. La spiegazione normalmente fornita è che gli alti papaveri dello Stato sono generalmente legati, vuoi per formazione vuoi per interesse, alla sinistra e quindi tenderebbero a rallentare l’attuazione del programma di un governo politicamente sgradito.

Di qui l’annuncio che stavolta, forti delle negative esperienze del passato, i ministri del centrodestra non intendono finire impantanati nella palude burocratica. Tra i diversi casi citati in questi giorni dai cronisti politici  ci sarebbe quello, clamoroso, del direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera, il quale sarebbe da tempo nel mirino della premier (ma non del ministro Giancarlo Giorgetti). Ha fatto anche discutere la destituzione di Giovanni Legnini da commissario per la ricostruzione post terremoto nelle regioni del centro Italia e la sua sostituzione con Guido Castelli, senatore di FdI ed ex sindaco di Ascoli Piceno. In questo caso si tratta però di una polemica palesemente pretestuosa dal momento che Legnini è anch’egli uomo di parte, essendo stato il candidato del centrosinistra alla Regione Abruzzo in contrapposizione all’attuale governatore Marco Marsilio.

Comunque sia, e valutando caso per caso le poltrone traballanti, la levata di scudi dell’opposizione contro lo spoils system del centrodestra appare decisamente infondata. E ciò per almeno due buone ragioni. Primo perché il centrosinistra non può certo impartire lezioni di imparzialità a chicchessia dal momento che, quando governa, è il primo ad attuare una compiuta e sistematica occupazione del potere. Secondo perché la nomina ai vertici dello Stato di figure politicamente compatibili con un nuovo esecutivo è prassi consolidata nelle maggiori democrazie occidentali. E non si vede perché in Italia le cose dovrebbero andare diversamente.

Detto questo, non possiamo però risolvere la questione dello spoils system solo come un fatto legato all’esercizio del potere politico e alla contrapposizione tra maggioranza e opposizione. Il problema più profondo e strutturale dell’Italia è l’abnorme potere che si concentra da decenni nelle mani della burocrazia, un’anomalia nazionale che condiziona pesantemente l’azione di ogni governo, di qualsiasi colore esso sia.

Parliamo innanzi tutto del potere invisibile (e per certi versi assoluto) di quella ristrettissima cerchia di persone le quali, annidate nei luoghi nevralgici della Pubblica amministrazione, possono decretare la riuscita o il fallimento di un ministro. Si tratta di una casta a circuito chiuso che punta principalmente a mantenere intatta la propria sfera di influenza. Una parte di questi “mandarini” sono consiglieri di Stato, ai quali è concessa la facoltà di assumere incarichi “fuori ruolo”. Nel governo di Mario Draghi ce n’erano ben undici. Tra questi il potentissimo Roberto Garofoli, che ricopriva l’incarico di sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

In qualità di esperti giuridici, i consiglieri di Stato scrivono le leggi e gestiscono anche la fase successiva, predisponendone i decreti attuativi. La “tecnica” della legislazione è affare loro, anche quando a colpire è  l’oscurità del lessico. Insieme con i consiglieri di Stato “prestati” al governo agiscono quelle autentiche “divinità” in terra chiamati direttori generali dei ministeri, sconosciuti ai comuni mortali ma capaci di condizionarne pesantemente l’esistenza. Sono questi i veri “padroni” dello Stato e, come tali, considerano i ministri né più e né meno che come semplici ospiti di passaggio.

Scendendo poi per li rami incontriamo alcune centinaia di potenti e temibili personaggi: dai dirigenti ministeriali di alto livello ai segretari generali delle Regioni e dei Comuni più importanti.

Volendo datare la lunga marcia della burocrazia verso il potere assoluto, potremmo cominciare dal 1993, anno della legge Cassese, che attribuì ai politici (nei vari livelli locali e statali) la facoltà di fissare gli indirizzi generali e ai dirigenti l’autonomia gestionale: gli indirizzi sono rimasti, nella maggior parte dei casi, meramente virtuali mentre l’autonomia s’è trasformata in dominio incontrastato sulla macchina pubblica.  Il fatto è che, all’epoca, eravamo nel pieno della stagione di Mani Pulite e questa prima rottura dell’equilibrio tra politica e amministrazione passò tra gli applausi dell’opinione pubblica. Poi venne, qualche anno dopo, la legge Bassanini, che completò l’opera di indebolimento del potere politico.

Durante tutti questi anni, tanti politici sono finiti nel mirino della magistratura mentre il cittadino comune inveiva contro la “casta” dei partiti. Nel frattempo, senza che nessuno ci facesse caso, la vera “casta” dei mandarini pubblici accresceva a dismisura il suo potere.

Al dunque, sarebbe bene che il governo non si limitasse oggi a cambiare i titolari delle poltrone in bilico, ma mettesse seriamente mano a una riforma della Pubblica amministrazione.

La Meloni ha fatto trapelare la volontà di procedere verso una «revisione profonda della legge Bassanini» che restituisca alla politica gli strumenti effettivi per esercitare il potere che le compete. Sarebbe un intervento dall’impatto non minore della tante volte auspicata riforma costituzionale. Speriamo che non rimanga una pia intenzione.

 

 

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