Venerdì scorso abbiamo assistito alle celebrazioni per la ricorrenza delle vittime dell’Olocausto (il giorno della Memoria). Giornata che dovrebbe essere ricordata quotidianamente, non una volta all’anno e specialmente non con la solita overdose retorica di parole, riti, esternazioni politiche, omelie accademiche, cui siamo purtroppo abituati da decenni.
Il nazismo, come il comunismo e non solo, sono i frutti tossici dell’ideologia che ciclicamente irrompe nella storia: quando l’uomo si crede Dio, pensa di decidere sulla vita e la morte delle persone, non importa per quale assunto (la razza ariana, lo Stato etico, la società senza classi, la scienza etc), e quando mira a realizzare il paradiso sulla terra, la felicità obbligatoria; tradotto: l’uomo nuovo, la nuova umanità, la società giusta e perfetta.
Dietro una follia c’è sempre un’utopia. E l’utopia la partorisce anche chi lavora o crede di lavorare per il bene. Perché il male non è il contrario del bene, ma un bene deviato, rovesciato.
E allora, al di là di tanta retorica, mista pure a una certa ipocrisia (da parte di numerosi esponenti di partito e capi di Stato), c’è stato un film che mi ha commosso, ispirato a vicende realmente accadute.
Mi riferisco a “Nebbia in agosto” (trasmesso in tv), un film drammatico del 2016, diretto dal regista tedesco Kai Wessel, tratto dall’omonimo romanzo di Robert Domes, che racconta la vita del quattordicenne “jenisch”, Ernst Lossa, ucciso con due iniezioni letali nella seconda fase dell’eutanasia nazista. Ernst Lossa, orfano di madre e con il padre venditore ambulante senza fissa dimora, apparteneva appunto, alla comunità degli jenisch tedeschi, chiamati anche “zingari bianchi”, e considerati dal Terzo Reich razza inferiore e impura. Giudicato irrecuperabile, dopo un passaggio in un istituto correzionale, viene mandato in una struttura per bambini e ragazzi disabili psichici. Quello che viene spacciato per un luogo terapeutico è una tappa del programma nazista dell’eutanasia.
Il dottor Veithausen, che dirige l’istituto, è un medico dai modi civili, ma in realtà è un aguzzino attivo all’interno del programma di sterminio dei disabili; è lui che decide chi dei ricoverati deve essere trasferito all’ospedale nelle vicinanze dove viene praticata l’eutanasia tramite l’iniezione di sostanze letali e chi temporaneamente mantenere in vita. Il giovane Ernst, intuendo il pericolo, non si fa ingannare dai modi gentili del dottore e mette in pratica una sua forma di resistenza.
Una storia di dolore, ma anche di amore, di momentanee solidarietà tra pazienti, di straziante umanità e di abisso diabolico cui può condurre la mente umana al servizio di un’ideologia ritenuta redentrice e salvifica per i tedeschi e per il mondo.
Ma il punto è un altro: Hitler sterminando gli ebrei per non contaminare la razza ariana e affermarne il primato biologico, ha solo anticipato i tempi? Che differenza c’è tra quell’eutanasia e l’attuale eutanasia che si intende estendere normativamente, sempre concepita per non far soffrire i disabili, i malati ritenuti irrecuperabili, gli inguaribili, ma non incurabili? Anche adesso la ragione addotta per praticare l’eutanasia non è la stessa di prima? Evitare al malato o al fragile una vita di dolore (quando invece avrebbe magari bisogno solo di amore, vicinanza, di non essere abbandonato e semmai, di avere cure palliative)?
“Uccidere per il tuo bene”, sono infatti, le medesime ragioni del dottor dottor Veithausen: 200mila persone uccise col veleno. Dottore, che dopo la seconda guerra mondiale è stato in prigione solo per qualche anno e poi graziato, insieme all’infermiera che praticava le iniezioni letali, aggiungendo al barbiturico il succo di lampone per renderlo gradevole ai bambini destinati alla morte, dopo essere stati indeboliti da una dieta detta essenziale, cioè frutto di una manipolazione dei pasti quotidiani prodotti artificialmente.
Quante affinità oggi rispetto al periodo nazista: la nuova eutanasia legittimata dalla cultura dello scarto, dalla vita consumistica usa e getta, dai costi della sanità, da una falsa autodeterminazione, da un individualismo disperato e depressivo, e comunque, dall’idea di una razza disinfettata, immune da malattie che accarezza il sogno di una vita eterna, il mito dell’eterna salute, come si è visto anche con la narrazione religiosa dei vaccini. E paradosso dei paradossi, pure i nazisti nutrivano i malati con cibo artificiale (ci dice niente, in clima di vermi, insetti e carne creata in laboratorio, come da protocollo Ue?).
Se c’è un modo per combattere veramente il nazismo non è limitarsi come fanno ogni volta le istituzioni a esecrare il passato, perché non ritorni; un passato con quella dottrina, quelle forme storiche, quei dittatori specifici; ma capire come il nazismo si possa attualizzare nel presente. Quanta parte di nazismo c’è in noi e soprattutto comprendere che il nazismo è uno schema mentale.
Ad esempio, lo schema del “pensiero unico” che si riempie e rigenera di contenuti sempre diversi, e che ha come caratteristica basica la distinzione puritana, manichea, ideologica, religiosa, tra chi rappresenta il bene e chi il male, cassando il confronto, la civiltà democratica, il rispetto dell’altro, la dialettica; che ha come caratteristica la personalizzazione, demonizzazione, categorizzazione del nemico (fascista, comunista, illiberale, no-vax, filo-Putin, no-green etc, le definizioni sono tante); nemico che non ha diritto a vivere, lavorare, mangiare; emarginato prima culturalmente, poi fisicamente dalla società, autorizzato a circolare solo con un passaporto che può avere tanti colori e significati (dalla stella gialla di David al Green pass).
E non importa se tale imposizione dall’alto si chiama superiorità ariana, dittatura del proletariato, Stato etico sanitario o verde, scientismo: la sostanza è la stessa. Pure Robespierre ha ghigliottinato per ideologia gli avversari politici, e i giacobini hanno compiuto il primo genocidio di massa (200mila vandeani) all’insegna di Liberté-Egalité-Fraternité.
Sì, perché il pensiero unico si fonda su una neo-lingua che trasforma il bene in male e il male in bene.
Riflettiamo gente, riflettiamo sul vecchio e nuovo nazismo. E lo dice uno che ha avuto il nonno internato nel lager di Bad Lauterberg, tessera numero 1655; colpevole di essersi trovato per caso al Quadraro (il famoso rastrellamento) nel momento sbagliato.



