Il Pd ha due grandi problemi: l’esser diventato il “partito dei primi”, perdendo inesorabilmente il suo Dna storico di “partito degli ultimi”, degli oppressi, dei poveri, degli emarginati. Il partito, cioè, dei garantiti, dei tutelati, di chi si riconosce nello status quo economico, politico, istituzionale e culturalmente, nel pensiero unico (laicista, globalista) dominante.
Se domandiamo in giro quale sia oggi l’identità dem, nessuno saprà rispondere: partito laburista, clintoniano, progressista, liberal-progressista, social-democratico, radicale di massa? E sembra difficile proprio in tempo di primarie (vendute come esempio di vera democrazia, mentre gli altri partiti sarebbero preda dei leader, delle caserme, delle segreterie), che si possa ridefinirla con chiarezza e certezza.
Non a caso a via del Nazareno si sono ben visti di fare queste consultazioni qualche mese prima del voto amministrativo del Lazio e della Lombardia; sicuri di prendere un’altra scoppola, evitando di partire subito male, e inficiare il progetto “salvifico” dell’Italia (almeno così avranno qualche mese per riorganizzarsi e ristrutturarsi, in vista delle prossime consultazioni europee). Troppe correnti, troppi giochi di Palazzo. Troppi galli a cantare.
Il secondo problema, è una regola consolidata, quando la leadership collettiva (monarchia collegiale) del Pd è chiamata a rinnovare sé stessa, lo fa sempre cooptando e avviando un finto rinnovamento dall’alto. Come dire, sono i grandi vecchi che si danno una ripulita scegliendo una nuovo testimonial, che dovrebbe riverniciare la finta ennesima, ciclica rottamazione: si chiama “sindrome Veltroni-Gattopardo”, che aveva buone idee, ma pagò lo scotto di essere chiamato molto prima della sua rivoluzione interna.
Tutto cambi perché nulla cambi.
Chi è la Schlein? Il simbolo virtuale della sinistra radical, liberal, dei diritti civili, della borghesia laicista, globalista (la sinistra fucsia). E guarda caso l’hanno incoronata due grandi vecchi gattopardi che hanno gestito il partito finora, come Franceschini e Zingaretti.
Di quale cambiamento si stratta? Parlano i fatti: inutile la sua corsa da privilegiata da zona Ztl davanti alle fabbriche per recuperare l’anima berlingueriana, dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Cerchio radical-chic e botte neo-post-comunista.
Un tentativo perdente. Gli operai di Mirafiori hanno espresso il loro giudizio sul “nuovo corso”: su 51 iscritti hanno votato solo in 24, segno di una disaffezione irreversibile da parte della base e anche di povertà dell’offerta dirigenziale.
Bonaccini ha ottenuto 13 preferenze, Cuperlo 9 e la Schlein 2.
La De Michelis non pervenuta. I numeri si commentano da soli. La riverniciata fucsia funziona nei circoli con la erre moscia, nelle dinastie globaliste, cosmopolite che contano, presso i giovani modello-Sardine, ma non ha consenso.
La base sembra preferire Bonaccini, che per quanto riguarda le primarie nazionali, sta raggiungendo circa il 50% dei suffragi. Ciò vuol dire ancorarsi alla struttura amministrativa, ai territori, a quel modello emiliano (tagliatelle e politica) che tanto ricorda Don Camillo e Peppone.
Ma pure la linea di Bonaccini è un passo indietro “laburista” rispetto al futuro da costruire. Valida, interessante, ma con lo sguardo rivolto al passato.
Il 25 settembre operai, disoccupati hanno votato destra. E Letta ha un motivo in più per preoccuparsi. Rischia di traghettare il Pd verso il nulla.



