Messina Denaro, parla l’ex pm Lupacchini: “Cosa penso dell’arresto. A Nordio dico…”

mercoledì, 8 Febbraio 2023
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L’arresto del boss di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro ha sollevato numerosi interrogativi soprattutto per le modalità e i tempi. Noi de Lo Speciale abbiamo voluto ascoltare il parere di chi di indagini contro la criminalità organizzata se ne intende, come l’ex magistrato e pubblico ministero Otello Lupacchini, che durante la sua carriera si è occupato di tutto e di più; sequestri di persona, terrorismo rosso e nero, Banda della Magliana. E’ autore anche di importanti saggi fra cui: Banda della Magliana, Koinè Nuove Edizioni 2004; Il ritorno delle Brigate Rosse, Koinè Nuove Edizioni 2005; 12 Donne un solo Assassino, con Max Parisi, Koinè Nuove Edizioni 2006; Impronte Criminali, Koinè Nuove Edizioni 2015; In Pessimo Stato, Koinè Nuove Edizioni 2015). Un magistrato che ha operato in contesti molto difficili e rischiosi, come in Calabria per esempio, dove è stato procuratore generale di Catanzaro, e che quindi conosce bene la mafia e sa come combatterla. Ma che ha anche denunciato nei suoi saggi le pericolose connivenze che sono sempre esistite fra pezzi dello Stato e altri poteri tutt’altro che legali come ha ben documentato nel libro “In Pessimo Stato”.

Lei non ha mai fatto mistero d’avere un’idea assai inquietante dell’Italia, la cui storia è quella di una perenne lotta fra poteri, legali e occulti, trame oscure, patti osceni fra Stato e organizzazioni criminali. Ebbene, che effetto le ha fatto ascoltare le rivelazioni di Salvatore Baiardo considerato vicino ai fratelli Graviano, che già due mesi fa annunciava in televisione, a Massimo Giletti, la cattura di Matteo Messina Denaro, con modalità analoghe a quelle con cui è effettivamente avvenuta?

“Dopo trent’anni di latitanza, il 16 gennaio scorso, è stato arrestato Matteo Messina Denaro. Sono trascorsi soltanto pochi giorni, eppure sembra essere già passato un tempo infinito. Pare sia già storia. ed effettivamente quest’uomo la storia lo è, e l’ha fatta. Sia perché s’è macchiato dei più atroci delitti, sia perché ha segnato la metamorfosi dalla mafia stragista alla mafia del welfare e dell’imprenditoria, che ammessa nei grandi e piccoli palazzi, decide e, dunque, ascende al potere che ha sempre bramato. Nel novembre dello scorso anno, Salvatore Baiardo, gelataio piemontese ‘legato’ ai fratelli Graviano, ospite di una trasmissione televisiva, ipotizzò che Matteo Messina Denaro fosse ‘molto malato’ e che si sarebbe ‘consegnato lui stesso’, nel giro di due mesi, per ‘fare un regalino a qualcuno’. Quelle parole, per taluni oggi suonano come una ‘profezia’, io, per contro, sono portato a leggerle facendomi guidare dalla consapevolezza di talune patologie che affliggono il nostro Paese, almeno da quando si è costituito in Stato unitario”

In che senso?

“Non credo, insomma, che Salvatore Baiardo vanti talenti divinatori di qualche genere. E neppure credo ch’egli parlasse a vanvera, magari per dare di sé l’immagine di chi la sappia più lunga degli altri. Dunque, solo per caso le sue fantasie appaiono oggi sovrapponibili alla realtà. Sono convinto, piuttosto, senza dover scomodare l’autorità di Cesare Lombroso, che il gelataio piemontese rientri a pieno titolo nella galleria dei personaggi che popolano da sempre questa nostra Gaunerlandra”.

Gaunerlandra?

“Mi piace definire così questa nostra disgraziatissima terra nella quale molti danzano, in un’allucinata danza macabra, sull’orlo del baratro che sta inghiottendo lo Stato di diritto”.

Si spieghi meglio

“Alcuni anni fa, nell’ormai tuttavia lontanissimo 2016, diedi alle stampe per Koiné Nuove Edizioni, il libro In Pessimo Stato, un pamphlet in polemica con la retorica del ‘guardare avanti, per trarre dalle nostre radici fresca linfa per realizzare il rinnovamento sociale e politico del Paese’, che aveva accompagnato la celebrazione, tra squilli di trombe e rulli di tamburi, dei primi cento cinquant’anni dall’Unità d’Italia. Retorica bolsa e intollerabile: omicidi, attentati, tradimenti politici e umani, malversazioni, scandali finanziari, straripamenti di potere, brigantaggio, mafia, stragismo conservatore, terrorismo eversivo, sono soltanto alcuni dei mali affiorati scavando nella storia dell’Italia unita, che non è quella delle narrazioni ufficiali. Impressionante l’emersione del grumo perverso di potere, il cui collante torbido è da subito stata la normofobia, l’allergia alle regole, dapprima strisciante, ipocritamente dissimulata, e poi via via sempre più prepotente, addirittura ostentata spudoratamente; e non meno imbarazzante l’accolita, in cui ci si imbatte, di loschi figuri d’ogni risma, talvolta autentici delinquenti, spesso con ruoli di alta responsabilità nei parlamenti, nei governi e nella magistratura, nella burocrazia, negli apparati polizieschi e securitari, nell’esercito, nell’imprenditoria, nella finanza e nell’economia, oltre che nel mondo della cultura, dell’università e del giornalismo, con immancabile variopinto seguito di faccendieri, leccapiedi e caudatari, in mano alla quale, sin dall’Unità, furono confidate le sorti della Nazione. In ogni caso, la ‘profezia’ di Salvatore Baiardo è solo una delle tante ‘opacità’ della cattura di Matteo Messina Denaro”.

Che idea si è fatto di questa cattura, in base alla sua esperienza professionale?

“L’arresto di Matteo Messina Denaro, tra gli altri effetti, ha prodotto anche quello di riaccendere la mai sopita querelle fra i ‘Signori delle tenebre’ e i ‘Signori della luce’. I primi non hanno perso l’occasione per ribadire, attraverso comportamenti concludenti, la necessità del segreto, di cui l’uomo deve accettare le leggi essenziali. I secondi, invece, portatori d’una cultura che riconosce in ogni essere umano libertà e ragione, hanno rivendicato il diritto a decisioni autonome basate su un’adeguata, pubblica conoscenza di come ‘effettivamente’ siano andate le cose, pur non negando che nella ‘casa della luce’ qualche zona di penombra e qualche provvisoria oscurità siano pure da tollerare”.

Matteo Messina Denaro, si è consegnato spontaneamente? C’è stata una trattativa? Cosa l’ha colpita di più di questa vicenda e quali gli aspetti che secondo lei dovrebbero farci riflettere legati alla cattura del boss?

“Inaugurando l’anno giudiziario, il presidente della Corte d’appello di Palermo ha affermato che ‘scaldano il cuore le manifestazioni di giubilo di quei cittadini che hanno espresso soddisfazione e apprezzamento per l’operato dei carabinieri, così come fanno ben sperare le iniziative, soprattutto di giovani e di bambini che, esternando pubblicamente e gioiosamente la netta presa di distanza da Cosa nostra, ripongono consapevole speranza che anche queste operazioni contribuiscano ad arrivare alla verità sui misteri ancora non risolti di questo Paese: raggiungere la verità è un diritto dei familiari delle vittime e della comunità ed è un dovere delle istituzioni’. Sono, senz’altro, pienamente d’accordo con quest’ultima proposizione, mi preoccupa, piuttosto, l’evocazione dei ‘misteri ancora non risolti di questo Paese’, laddove il terreno su cui crescono i misteri è quello dei sospetti alimentati dai ‘segreti’. E la cattura di Matteo Messina Denaro è indubbiamente ‘sospetta’”.

Per quale ragione?

“Sia chiaro, lungi da me la volontà di umiliare, per dirla con il Comandante Generale dei Ros, gli investigatori e i magistrati che per anni hanno lavorato giorno e notte per catturare il latitante e non intendo nemmeno adombrare ‘trattative segrete’ o ‘una consegna concordata’: gli elementi di cui disponiamo non ci consentono, per il momento, di trarre conclusioni al riguardo. La verità è morosa, ma non inadempiente: il tempo chiarirà se simili sospetti abbiano o meno un qualche fondamento. Rispetto per altro profondamente chi mi ha prestato lealmente, con encomiabili abnegazione e spirito di sacrificio, la propria collaborazione professionale in delicatissime indagini per gravissimi reati, i cui esiti positivi sono stati vanificati, purtroppo, da vergognose ‘fughe di notizie istituzionali’. Senso dello Stato, rispetto delle Istituzioni e personale apprezzamento e riconoscenza non possono tradursi, però, in silenzio omertoso. Un silenzio che suonerebbe mortificazione della stessa intelligenza di chi, pro bono pacis o peggio per opportunismo, scegliesse di chiudere occhi e orecchie alle ragioni della logica e del buonsenso”.

Quindi cosa pensa?

“Vedere Matteo Messina Denaro, subito dopo l’arresto che poneva fine a trent’anni di latitanza, faceva un certo effetto: aveva il volto disteso, era elegantemente vestito, procedeva non ammanettato con passo sicuro ed elastico tra due carabinieri, i quali non sembravano trattenerlo ma scortarlo garbatamente sino all’automezzo; qui un altro carabiniere, con inusitata sollecitudine, almeno date le circostanze, gli ha sistemato il poggiatesta, mentre un altro militare saliva sull’automezzo esibendo una pistola sulla quale senza difficoltà l’arrestato avrebbe potuto pure allungare le mani. Tutti questi particolari evocano, mutatis mutandis in chi abbia buona memoria, l’immagine di un’altra latitanza traumaticamente interrotta e di un altro catturato che, senza manette ai polsi, con il collo fasciato da un foulard à pois sotto la camicia bianca, intratteneva amenamente i cronisti, intervenuti sul posto per apprendere i particolari della ‘brillante operazione’ poliziesca, nell’anticamera dell’ufficio del questore di Torino. Suggestione, certamente, ma si sa come finì allora…

Questo che significa?

“Dalle prime dichiarazioni del Comandante Generale del Ros è emerso che dopo anni di ‘indagini tecniche’, finalmente si era giunti a localizzare nella clinica ‘Maddalena’ di Palermo un non meglio identificato paziente oncologico, al quale in quella clinica venivano somministrate le terapie. Il paziente in questione si era palesato per Matteo Messina Denaro, declinando egli stesso le proprie generalità: solo in quel momento gli ‘operanti’ avevano avuto la certezza che quell’individuo fosse l’uomo ‘più ricercato d’Italia’. Dopo svariate ore dall’avvenuta cattura, si apprendeva, questa volta a seguito di una narrazione polifonica di Toghe, Greche e Alamari, che la memorabile ‘operazione’ aveva preso le mosse da elementi emersi da intercettazioni telefoniche o magari ambientali, forse addirittura telematiche, a carico di congiunti del ‘fantasma’, dalle quali intercettazioni sarebbe emerso che il latitante era affetto da una patologia oncologica: di qui lo sviluppo di raffinatissime analisi con disamina di svariati archivi elettronici, incroci di dati, ‘scremature’ e diavolerie varie, sino a restringere entro ambiti ‘ragionevoli’ i profili dei pazienti oncologici compatibili con quello del ricercato. A questo punto, sia pure con qualche incertezza sugli esiti positivi, si è dato corso all’operazione.
Non entro nel merito degli accertamenti svolti; non posso, tuttavia, non sottolineare come il lunghissimo periodo di attivazione delle intercettazioni segnali, rispetto alla esasperante lentezza con cui si sono raggiunti i risultati (parliamo di trent’anni!), una ridottissima efficacia di questo mezzo investigativo, affatto incompatibile con la campagna denigratoria nei confronti del Ministro della Giustizia, reo di aver prospettato una revisione della disciplina delle intercettazioni, in vista di un bilanciamento delle garanzie ex art. 15 Cost. e la reale efficienza di tale strumento intrusivo”.

Nella narrazione ufficiale della cattura di Matteo Messina Denaro, il successo dell’operazione poliziesca viene attribuito alle intercettazioni telefoniche e ambientali. Eppure, il ministro Nordio ha annunciato una stretta su tali strumenti, rilevando abusi. Qual è la sua posizione in merito?

“A fronte della complessa architettura della riforma della giustizia promessa dal ministro Carlo Nordio, concentrare surrettiziamente il fuoco dell’attenzione sulle intercettazioni telefoniche è operazione volta spudoratamente a demonizzare la portata del programma riformatore del Guardasigilli, il quale con tutto il desiderabile garbo, ma anche con la fermezza di chi è ben consapevole di quel che sta dicendo, in due diverse audizioni, fra Senato e Camera ha denunciato le deviazioni funzionali sia della magistratura, intesa come Ordine, sia di taluni esponenti apicali di essa; tutto questo purtroppo avviene nella preoccupante indifferenza, se non addirittura col consenso talvolta sguaiato e altra volta tacito, di chi è preposto a evidenziarne, a renderne pubblici, o istituzionalmente a contenerne, gli straripamenti di potere e quindi a reprimerne gli abusi; e tace anche chi ne patisce le devastanti conseguenze in termini di svilimento del proprio ruolo e di compressione dei propri diritti. Sebbene siano in molti a condividere le censure pesanti mosse dal ministro Nordio alla dinamica delle intercettazioni e alla loro divulgazione, per alimentare la querelle si prendono a pretesto proprio i festeggiamenti per la fine della latitanza di Matteo Messina Denaro, dopo, lo ribadisco, trent’anni di programmatici insuccessi, grazie proprio, ma guarda caso, a trentennali ‘indagini tecniche’”.

Allargando lo spettro della sua analisi, come giudica il progetto di riforma annunciato dal Guardasigilli?

“Parlare di ‘progetto di riforma’ mi sembra eccessivo e, comunque, forviante: quelle tracciate da Carlo Nordio sono, allo stato, anche se non è poco, soltanto linee programmatiche. Proprio per questo non posso risponderle: se lo facessi verrei meno al principio che mi sono sempre imposto di non esprimere mai giudizi senza prima avere acquisito tutti, e sottolineo tutti, gli elementi conoscitivi sulla materia del contendere. Non mancherò, naturalmente, di esprimere le mie valutazioni, senza fare sconti a nessuno, su quanto uscirà dall’alambicco governativo e parlamentare, e quella che, per ora, è solo una riforma meramente “annunciata” avrà trovato concretezza. Sarà quello, del resto, il vero banco di prova della volontà e, diciamolo francamente, della capacità della maggioranza politica che sostiene il governo, di dare realmente corpo alla ‘filosofia’ che ispira la riforma promessa dal Guardasigilli. Una ‘filosofia’ che, questo sì lo posso e voglio dire, è non solo condivisibile, ma addirittura irrinunciabile. Nella speranza che a rinunciarvi, per eccesso di realismo politico, non sia proprio, e sarebbe ben triste cosa, lo stesso ministro”.

Vorrebbe spiegarci questa “filosofia”?

“Carlo Nordio appare consapevole del fatto che il processo ubbidisce, come tutti gli strumenti, a certe leggi naturali e cioè indipendenti dal nostro arbitrio, una delle quali prescrive che i protagonisti siano tre: l’accusatore, il difensore e il giudice. Né gli sfugge che quando sia in gioco un ordine naturale, questo non si viola impunemente: con una sufficiente dose di ipocrisia si può fingere per qualche tempo che l’opera compiuta contro le regole dell’arte sia riuscita prodigiosamente, ma viene presto il momento in cui la realtà salta fuori. È da questa duplice consapevolezza che deriva la sua convinzione che fondamentale sia intervenire, innanzitutto, sulla separazione delle carriere tra chi esercita la funzione d’accusa e chi quella giurisdizionale. Del resto, riguardando la questione da un punto di vista squisitamente tecnico, l’art. 101 comma 2 della Costituzione, per il quale il giudice è soggetto soltanto alla legge, mira ad assicurare all’organo giusdicente una posizione di ‘terzietà’ o di ‘estraneità’ nei confronti degli interessi in causa e implica non solo che il giudice debba essere fisicamente ‘terzo’, rispetto alle parti, ma che sia distaccato da ogni vincolo, anche di natura non strettamente giuridica, con esse e, più in generale, con ‘altre pubbliche autorità’; vincolo che, funzionando da diaframma tra la legge e la decisione del giudice, potrebbe comprometterne l’imparzialità. Guardando le cose da un punto di vista effettivo, occorre prendere atto della difficoltà di estirpare gli abiti mentali: mentre il giudice è professionalmente educato all’imparzialità, la vocazione dell’accusatore è invece di proporre accuse. Sic stantibus rebus, la separazione delle carriere è condizione imprescindibile per una riforma credibile”.

Le critiche a Nordio sono particolarmente violente. Come mai?

“Inutile ricordare qui le tante follie, in proposito, messe in circolazione da comizianti avvinazzati: esercitano un effetto deprimente e inducono a far cadere il discorso non essendo concesso di sperare nulla di buono dal seguito. Ben più preoccupante è, per contro, l’atteggiamento fin troppo timido, eccessivamente prudente a volte di sapore pompieristico, dello schieramento politico che dovrebbe incoraggiare e sostenere le iniziative ministeriali per separare le carriere, ‘obiettivo mitico e storico’ del contrasto tra Magistratura e Avvocatura, e l’eliminazione dell’obbligatorietà dell’azione penale; che da figlia del principio di eguaglianza è ormai la ‘foglia di fico di una discrezionalità abnorme’. In ogni caso, è auspicabile che il Guardasigilli senta la solidarietà della politica e non ne patisca invece il freno, nell’espletamento rigoroso delle prerogative costituzionali, con la stella polare che tanto l’indipendenza degli organi giurisdizionali e degli uffici giudiziari quanto l’autonomia dell’Ordine giudiziario, non sono poste a tutela dei magistrati normofobi, ma della credibilità del Terzo Potere e delle libertà civili e politiche nello Stato di diritto”.

Dopo In Pessimo Stato, ha pubblicato De Iniustitiae execratione, un grido d’allarme contro l’istituzione di cui ha fatto parte, la magistratura, alla luce anche delle vicende personali che l’hanno vista protagonista. Oggi a che punto siamo?

“Non intendo indulgere sulle ‘vicende personali’ costituenti il pretesto per scrivere il De iniustitiae execratione, pubblicato dalla Casa editrice Città del Sole di Reggio Calabria, nel 2022. Ritengo, piuttosto, di evidenziare come questo lavoro faccia emergere la deriva attuale dello Stato di diritto in Italia. Vi scolpisco la metamorfosi impressa allo Stato di diritto dalla rottura dell’equilibrio costituzionale tra i poteri tradizionali, in conseguenza del materializzarsi, all’interno dell’ordine giudiziario, di una vera e propria ‘aristocrazia’, a cui appartengono, per lo più, soggetti investiti della funzione d’accusa in materia di mafia, terrorismo e corruzione. Quest’aristocrazia togata, in nome di una malintesa interpretazione delle prerogative costituzionali di autonomia e indipendenza, non solo ha egemonizzato di fatto l’intero corpo giudiziario, ma ha anche impunemente invaso i campi d’azione del potere politico e di quello esecutivo, di modo che ne resti condizionato il corretto espletamento delle relative funzioni. Nel De iniustitiae ho inteso anche concentrare il fuoco dell’attenzione sulle contiguità di quella che io ritengo essere una massa di leccapiedi litigiosi, i quali vestono i panni del giornalista con la stessa eleganza del nano che indossa il mantello che ha rubato al gigante, e reclamano il mantenimento dello status quo: persone amorfe, gente la cui anima è morta, sebbene il corpo sia vivo; gente i cui pensieri e la cui conversazione sono banali; che chiacchiera anziché parlare, e che esprime opinioni a cliché invece di pensare”.

E di quale vera riforma della Giustizia avrebbe bisogno l’Italia?

“Alla riforma della giustizia intendono porre mano il Guardasigilli e il governo, come non perde occasione di ripetere il presidente del Consiglio. Vedremo se, come e quando, usciranno dalla trincea delle ‘promesse’ e scenderanno in campo aperto, articolando proposte e progetti veri, senza ammiccamenti, inchini, salamelecchi, giravolte, repentine fughe in avanti e non meno improvvisi quanto imbarazzanti arretramenti. In proposito, mi limito a ribadire che la separazione delle carriere di giudici e accusatori è per me principio irrinunciabile, spero lo sia altrettanto per il Guardasigilli. Per il momento sospendo il giudizio”.

Questa sospensione del giudizio, è forse un chiamarsi fuori?

“Assolutamente no! Tutt’altro: ho già detto di condividere le ‘linee programmatiche’ del Guardasigilli e gli auguro di poter trasformare le promesse in provvedimenti legislativi. Auspico, addirittura, che il Guardasigilli non pecchi d’ingenuità come Re Alboino, il quale rimise a Bertoldo di scegliere la pianta a cui essere impiccato e costui, neanche a dirlo, optò per la zucca. In ogni caso, con De iniustitiae ho inteso specialmente denunciare proprio il grande nemico da combattere e sconfiggere: l’indifferenza, specchio infranto di un mondo ormai appiattito nel conformismo cinico di chi «non prende parte» perché è già costretto ad essere «parte di un tutto» totalitario e senza differenze interne, senza più vita che non sia il bios ammutolito, inerte. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Occorre affrontare questa emergenza, non meno grave e più generale. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo”.

Di fronte alla dura realtà quindi che fare?

“Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è accaduto?”

 

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