Meno male che la trasgressione c’è. Non resta che pensarla così per consolarsi davanti ad un Festival della canzone italiana a dir poco desolante e desueto.
Quest’anno mi sono sentito in dovere di seguirlo, se non altro perché, da ronciglionese doc, non posso non tifare per il mio illustre concittadino Marco Mengoni che stando ai pronostici e alle classifiche dovrebbe vincere la gara. Ma canzoni a parte per il resto è un pianto. E gli unici momenti in cui si è usciti dalla retorica e dal trionfo dell’ipocrisia dominante sono stati in quelle che i media benpensanti e beneducati hanno descritto come le pagine peggiori.
D’accordo, Blanco ha sbagliato, è deprecabile quello che ha fatto, è diseducativo per i giovani e da condannare senza appello: ma vi siete resi conto che se nella prima serata di Sanremo non ci fosse stato lui a sfasciare le fioriere sul palco, il giorno dopo si sarebbe parlato del nulla? Di cosa? Di Benigni che ha decantato la Costituzione? (a proposito dove stava quando era Renzi a farla a pezzi?). Che ci ha ricordato che la Costituzione ripudia la guerra tacendo sul fatto che l’Italia sta armando l’Ucraina contribuendo con gli altri Paesi Nato a far sì che il conflitto continui e si inasprisca sempre di più? O di Chiara Ferragni che si è autocelebrata manco fosse la nuova Rita Levi Montalcini, con il solito contorno di ideologia femminista e le immancabili lacrimucce da copione modello “anche i ricchi piangono…….ma per finta”? O del Presidente della Repubblica che ascoltava Benigni con la stessa devozione con cui si ascoltava un De Gasperi, un Nenni, un La Pira?
Invece la violenza di Blanco, condannabile quanto volete e non giustificabile, ha monopolizzato l’attenzione per l’intera giornata successiva diventando la notizia principale della serata. Tutti a discutere di lui che alla fine, come era prevedibile, ha chiesto scusa permettendo così a tutti di voltare pagina dopo un giorno passato a dibattere se quella sia violenza da deprecare, sia stata un’operazione organizzata a tavolino, puro marketing pubblicitario o quello che volete. Con i social che ci sono andati a nozze e si sono sbizzarriti a ridicolizzarlo alla guida del camioncino del giardinaggio e la scritta; “Vieni a potarmi il giardino”.
Eppoi i fiori lì ci erano stati messi appositamente: va bene, lui da copione ci doveva rotolare sopra, poi ha deciso di sfasciare tutto, ma alla fine quelle rose sarebbero state tolte comunque: e dal viso di Amadeus che cercava di difendere Blanco dai fischi del pubblico traspariva chiaramente un sospiro di sollievo, della serie: “Meno male che abbiamo lo scandalo della serata”.
L’unico vero momento di denuncia effettiva, autentica e realmente commovente, è stato l’intervento dell’attivista iraniana Pegah Moshir che ha lanciato un grido di dolore per le violente repressioni in corso nel suo Paese di origine, e ha orgogliosamente mostrato la sua capigliatura sciolta a fine intervento; massima solidarietà per lei e per le donne iraniane perseguitate, ma quello stesso gesto di sciogliersi i capelli come simbolo di libertà, Oriana Fallaci lo compì davanti all’ayatollah Khomeini e non sul palco di Sanremo dove in fondo non avrebbe rischiato nulla.
Per il resto è tutto un trionfo di retorica stucchevole e scontata con il signor Ferragni, in arte Fedez, che strappa in diretta la foto del sottosegretario Bignami vestito da Hitler dicendo che “è peggio lui che l’aborto” (ma che ca…spita c’entra un travestimento di carnevale con l’uccidere un nascituro nel grembo materno?) e Paola Egonu che ci ha fatto la lezioncina politicamente corretta ripetendo che l’Italia è un Paese razzista: bontà sua però ha aggiunto che “stiamo migliorando”. Non ci ha bocciati del tutto, ma rimandati a settembre come nella scuola di qualche anno fa; con la platea che naturalmente applaude chi, così political correttamente, insulta tutti gli italiani. Chissà, forse se avesse rivolto magari un pensiero a Pamela Mastropietro uccisa e fatta a pezzi da un pusher nigeriano che aveva il suo stesso colore della pelle, sarebbe stata più credibile, ma è chiedere troppo a chi è stata chiamata proprio per testimoniare la schifezza di un Paese governato dalla destra, dove da quando c’è al governo la Meloni si scopre l’orrore del 41 bis e tante altre cose che fino al 24 settembre del 2022 nessuno notava.
Meno male che è arrivato Angelo Duro con il suo monologo pieno di volgarità e doppi sensi, che è rimasto in mutande e ha pure salutato alla fine con il dito medio. Volgare quanto vi pare, ma almeno lui le cose come stanno le ha dette, ovvero che la vera trasgressione in fondo sta nel non avere tatuaggi e nel restare tutta la vita con la stessa persona: smascherando il concetto stesso di moderna trasgressione che altro non è che pura omologazione culturale; perché in fondo oggi essere tragressivi non è dichiarare di essere gay ma di essere fieramente eterosessuali e credere nella famiglia naturale. E fra tanta ipocrisia, lacrime finte, sermoni che neanche più i pochi preti della stagione pre conciliare saprebbero rendere tanto noiosi, evviva che si mette a nudo veramente, mostrandosi con le mutande in pubblico, facendo cadere il velo dell’ipocrisia su un Festival di maschere e di comizianti del pensiero unico. E pazienza se ci sono scappati troppi cazzi e lazzi. Una sana volgarità contrapposta al falso perbenismo.
Infine quale migliore momento della reunion Morandi-Albano-Ranieri per certificare la superiorità della musica di ieri rispetto a quella di oggi, quella musica fatta di canzoni che il giorno dopo tutti sapevano canticchiare e che restava impressa nella mente e nel cuore di tutti gli italiani; quale delle ultime canzoni vincitrici viene cantata al bar mentre si prepara il cappuccino o al mercato mentre si allestisce il banco della frutta?
Il trio ha reso omaggio ad un grande artista scomparso, Umberto Bindi, cantando il suo capolavoro “Il Nostro Concerto”. Proprio Bindi, un grande artista discriminato per il suo essere omosessuale, quando ostentare un orientamento non ortodosso significava vedere distrutta la propria carriera. Tutti bravi oggi a fare coming out sapendo che questo sarà un viatico per avere successo e fare carriera, con gli applausi e l’appoggio del circuito mainstream. Bindi con l’anello al mignolo, così come il Renato Zero delle origini che giocava con la sua ambiguità, sapevano essere anticonformisti nell’epoca del conformismo imperante scandalizzando veramente e mettendosi in gioco rischiando in prima persona; non come i presunti anticonformisti di oggi che esaltando la loro liquidità sessuale dimostrano invece di essere i prodotti più autentici del conformismo culturale dominante.
Un’ultima considerazione; si è detto che questo è un Festival anti-Meloni e certamente lo è sotto molti aspetti, visto che i messaggi sembrano tutti indirizzati contro una sola direzione. Ma se per far parlare di Sanremo e vivacizzare il dibattito servono le fioriere sfasciate di Blanco e le mutande di Duro, allora la Meloni può dormire sonni tranquilli e ringraziare la premiata ditta Amadeus e company per il contributo offerto a screditare ancora di più una sinistra che “in mutande” ci sta davvero e pure senza copione.



