Mai come quest’anno l’8 marzo poteva essere davvero la Festa della Donna.
In Italia infatti c’è al governo la prima premier donna della storia, un traguardo che appena un anno fa sembrava ancora uno scenario fantascientifico e che invece è diventato realtà. In più da circa una settimana c’è una donna anche alla guida dell’opposizione, a dimostrazione di come la tanto rivendicata parità di genere sia oggi rappresentata nei fatti, e non più soltanto in maniera astratta dalle cosiddette quote rosa.
Invece il colpevole particolare che la prima donna premier della storia arrivi da destra, non rappresenta evidentemente un motivo sufficiente per festeggiare l’8 marzo e considerare questa novità come il segno che finalmente le donne anche da noi, come già da molti anni avviene nel resto d’Europa e del mondo, non hanno più limiti per ciò che riguarda la possibilità di ricoprire le più importanti cariche pubbliche ed istituzionali del nostro Paese.
Invece no, la giornata di domani sarà una giornata di protesta, di scioperi generali e di disagi per la collettività. E il tutto proprio in nome del diritto alla difesa della dignità della donna. Diversi sindacati infatti hanno raccolto l’appello alla mobilitazione rilanciato in Italia dal movimento ‘Non una di meno’, “contro la violenza e ogni discriminazione di genere, la precarizzazione del lavoro, la disparità salariale, lo sfruttamento, la mancanza di servizi sociali, l’abbrutimento culturale e delle relazioni sociali e le politiche xenofobe sull’immigrazione”.
L’agitazione è stata proclamata per “la sicurezza dei lavoratori, il rinnovo della moratoria dei licenziamenti, la salvaguardia dei diritti nel lavoro agile, welfare pubblico, per la pensione a 60 anni, il diritto al lavoro, salari e carriere senza discriminazioni, contro le politiche di austerity, contro le modifiche al reddito di cittadinanza, contro la precarietà”.
“Lo sciopero – come si legge in una nota del sindacato Slai Cobas – servirà per rimarcare “il peggioramento della condizione generale di vita delle donne a partire dalla condizione di lavoro nel nostro Paese, che investe tutti gli altri ambiti: sociale, familiare, culturale”. Il sindacato ha voluto porre l’accento sulla situazione femminile “di lavoro non lavoro, salute e sicurezza, salario non salario, peso del lavoro di cura per la mancanza di servizi pubblici e gratuiti e per i gravi tagli alle risorse per la scuola pubblica, la sanità pubblica. Al centro della protesta anche la lotta contro la tragica violenza sulle donne e l’attacco al diritto di libera scelta della maggioranza delle donne in tema di maternità e di aborto”.
I sindacati che l’hanno proclamato sono Adl Cobas, Cobas Sanità Università e Ricerca, Cub, Slai Cobas per il sindacato di classe e Usb. Aderiscono Cub Sanità, Usb Pi, Usi Cit e Usi educazione.
Nella Capitale si fermeranno autobus, tram, metro e ferrovie ex concesse per lo sciopero nazionale proclamato da Cub Trasporti.
Il trasporto pubblico sarà attivo fino alle 8.30, e poi tra le 17 e le 20. Coinvolto anche il trasporto scolastico, così come quello ferroviario: Trenitalia ha confermato che i treni regionali potranno subire variazioni, ma sono garantiti i servizi essenziali previsti in caso di sciopero nei giorni feriali dalle ore 6.00 alle ore 9.00 e dalle ore 18.00 alle ore 21.00.
A Milano e in Lombardia sarà stop anche dei treni gestiti da Trenord, per 24 ore, e di tutti i convogli di Atm, comprese le linee della metropolitana. “Le metropolitane saranno in servizio dal mattino al tardo pomeriggio: sono garantite fino alle 18. Le linee potrebbero risentire dello sciopero dopo le 18, fino al termine del servizio. Bus, tram e filobus potrebbero non essere garantiti dalle 8.45 alle 15 e dopo le 18, fino al termine del servizio”, scrive Atm.
A Bologna il trasporto pubblico si blocca dalle 8.30 alle 16.30 e poi dalle 19.30 fino al termine dei servizi previsti per la giornata. Ventiquattro ore di sciopero anche a Napoli e a Torino, dove Gtt garantirà i servizi urbani e suburbani e il funzionamento della metropolitana dalle 6 alle 9 e dalle 12 alle 15.
Oltre al trasporto pubblico, lo sciopero potrà creare disagio anche per quanto riguarda i servizi sanitari, garantiti soltanto per i livelli minimi. Non è assicurato nemmeno il regolare svolgimento delle lezioni scolastiche: chiamato all’astensione dal lavoro è anche tutto il personale docente italiano, così come i dirigenti e il personale ata, di ruolo e precario.
Insomma, una giornata di festa rischia di trasformarsi in un incubo per migliaia di persone a causa di una mobilitazione che puzza tanto di strumentalizzazione politica se si vanno a vedere le ragioni che l’hanno ispirata.
Che c’entra la difesa del Reddito di Cittadinanza con i diritti delle donne? E’ forse una questione che penalizza soltanto il mondo femminile? E che c’entra il contrasto alle politiche xenofobe? E che c’entrano ancora nello specifico la difesa della scuola e della sanità pubblica con il significato dell’8 marzo? Tralasciando i tristi casi di violenza sulle donne che continuano a rappresentare purtroppo un’emergenza, come si può continuare a ragionare come se i diritti delle donne fossero fermi agli anni 50? Come se essere donna sia ancora oggi una discriminante per fare carriera? Ci sono sicuramente dei gap ancora da colmare, ma si può continuare ad affermare che essere donne è un ostacolo per il successo o per l’accesso a determinati ruoli? Come se l’ordinamento giudiziario non abbia fatto notevoli passi in avanti in tutti questi anni verso un concreto allargamento delle tutele a difesa della donna, sia in ambito penale che civilistico? Nessuno invece sembra preoccuparsi di tutelare i diritti delle donne madri e lavoratrici, che sempre più spesso vengono messe invece nella difficile condizione di dover scegliere fra lavoro e maternità.
Poi, tanto per non far mancare il connotato chiaramente ideologico, ecco immancabile la difesa del diritto all’aborto che nessuno in verità, nemmeno a destra, ha mai messo in discussione. E allora dove sta il pericolo? Nell’affermare che alle donne, oltre al diritto all’aborto, andrebbe garantito anche quello di essere madri, magari aiutandole a non interrompere la gravidanza? Grave poi l’accostamento ai tragici casi di violenza sulle donne con “l’attacco al diritto di libera scelta della maggioranza delle donne in tema di maternità e di aborto” come se le due cose possano essere poste sullo stesso piano. Come se un femminicidio o uno stupro siano gravi quanto impedire un aborto.
Insomma, alla fine la mobilitazione ha chiaramente un connotato fortemente ideologico e rivolto contro le politiche dell’attuale governo, che fra le altre cose sta riformando guarda caso il reddito di cittadinanza e ha osato istituire un ministero per la natalità, senza aver mai messo in discussione la 194.
La sensazione è che la protesta punti proprio a spostare l’attenzione rispetto alla grande novità rappresentata dall’avere in Italia la prima donna alla guida del governo, e far passare il messaggio che una donna di destra non è comunque in grado di garantire i diritti dell’universo femminile. Poteva essere invece quella di domani la giornata ideale per festeggiare la donna finalmente emancipata, che ormai non ha più limiti di accesso in nessuna carriera, senza dimenticare ovviamente il dramma dei femminicidi e delle violenze sulle donne.
A pensar male si fa peccato, ma la sensazione è quella di uno sciopero non tanto in difesa della donna, ma piuttosto contro l’unica che è riuscita a dimostrare che si può diventare presidente del Consiglio senza essere di sinistra, femministe e necessariamente progressiste.



