Cospito: il diritto di morire, l’obbligo di vivere. L’impasse di medici e giudici

mercoledì, 8 Marzo 2023
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Le richieste dirette, indirette, oggettive, soggettive di Alfredo Cospito stanno sconvolgendo i paradigmi non solo della politica, del diritto, ma anche della nostra cultura.

La domanda è semplice quanto banale: vuole morire, vuole vivere? Al netto delle tante versioni cui stiamo assistendo quotidianamente e di segno opposto (l’uso politico strumentale della sua vicenda, da parte degli anarchici e la prova muscolare d’ordine e legalità da parte del governo), una riflessione va fatta.
Partiamo dalla fine, dalle ultime sue dichiarazioni: preferisce andare agli arresti domiciliari (ha chiesto il differimento della pena per motivi di salute) per affrontare il suo delicato decorso fisico in una situazione meno disagiata della carcerazione sottoposta al regime del 41 bis.

Ma come, non doveva lottare fino all’estremo sacrificio, nel nome di una battaglia di civiltà giuridica, ossia l’abolizione di una misura restrittiva in palese contrasto, secondo lui e di chi difende, con i reati commessi e la stessa missione rieducativa della detenzione, così come stabilito dalla Costituzione?

Tutte le sue esternazioni sono state all’insegna dell’esempio da seguire, del simbolo da offrire ai suoi “compagni”, causa scatenante di una mobilitazione che ha visto il ritorno in piazza, stile anni-Settanta, degli antagonisti e dei violenti a 360 gradi, con gli effetti che molte città italiane hanno subìto, in termini di distruzioni, vandalismi pianificati e scontri con le Forze dell’Ordine.

Adesso, come detto, Cospito sembra aver cambiato registro. E qui entrano obbligatoriamente in gioco gli altri soggetti coinvolti.
Stiamo parlando dei giudici e dei medici. I primi, possono farsi ricattare da uno sciopero della fame che scimmiotta la tradizione pannelliana italiana, abile nello sfruttare un fatto di cronaca, capace di colpire la sensibilità dell’opinione pubblica, per arrivare a cambiare l’ordinamento giuridico?
I secondi, di fronte alla volontà di morire di un paziente, sia esso in stato di libertà, sia privato della libertà, cosa devono fare?
Secondo deontologia ed etica, dovrebbero salvargli la vita, impedirgli di morire, somministrando il cibo contro la sua volontà.
Ma il punto è che siamo in una società laicista, dove il mito della libera scelta, pur nella decisione di morire, sta prendendo il sopravvento rispetto al diritto superiore di vivere, fondamento di ogni collettività sana.

Andatelo a dire a Cappato e alle sue battaglie per l’eutanasia che chiama dolce morte, morte responsabile o fine vita.
Non è un caso che proprio ieri è arrivata in proposito, la nota del Comitato Nazionale di Bioetica che condivide il “rifiuto di adottare misure coercitive contro la volontà della persona”. I suoi membri ritengono, inoltre, “che non vi siano motivi giuridicamente e bioeticamente fondati che consentano la non applicazione della L.219/2017 nei confronti della persona detenuta, che, in via generale, può rifiutare i trattamenti sanitari anche mediante le Disposizioni Anticipate di Trattamento (Dat)”.

Per superare l’impasse, medici e qualche giurista si stanno attaccando a un espediente normativo: se il paziente-detenuto non ha più la capacità di intendere o volere, sarà il medico a scegliere per lui.
Domanda finale: i medici, alimentando Cospito anche contro la sua volontà, prolungheranno di fatto la sua battaglia contro il 41 bis?
La notizia dell’ultima ora è che i giudici fisseranno l’udienza in cui discutere la sua richiesta per i domiciliari. Se son rose s-fioriranno.

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