Israele, morte Parini. Parla l’analista mediorientale

martedì, 11 Aprile 2023
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Israele

Benjamin Netanyahu è ostaggio di un governo impossibile, mentre crolla nei sondaggi. Tre elettori su quattro vorrebbero che andasse via perché lo considerano ormai in balìa degli eventi. Intanto ventimila attivisti di destra, fra cui sette ministri e 20 deputati, hanno partecipato in Cisgiordania a una marcia dimostrativa verso Nablus. Nel frattempo, le autorità israeliane continuano a indagare sulla morte dell’italiano Alessandro Parini falciato da un’auto in corsa venerdì notte a Tel Aviv. Lospecialegiornale.it ha sentito il giornalista Nello Del Gatto, analista mediorientale per la rivista EastWest e l’istituto di Affari Internazionali. Vive a Gerusalemme.

Del Gatto, sono ancora in corso gli accertamenti sulla tragica morte di Alessandro Parini. E’ acclarata la pista terroristica?

«Lo Shin Bet (i servizi interni israeliani) e la polizia indagano per terrorismo. La famiglia dell’omicida, Yousef Abu Jaber, 44 anni, che era incensurato, insiste a dire che l’uomo abbia avuto un malore. Sul corpo di Yousef è stata eseguita l’autopsia che ha escluso che l’uomo possa essere stato vittima di un attacco cardiaco a seguito del quale sarebbe morto alla guida o, comunque, avrebbe perso i sensi e l’auto quindi avrebbe viaggiato da sola incontrando il destino del povero Alessandro Parini. I video ripresi dalle telecamere di sicurezza, inoltre, mostrano che l’auto dell’uomo sembra accelerare verso “l’obiettivo”. Il fatto che fosse incensurato non significa nulla. Come non significano nulla le dichiarazioni di Hamas e Jihad islamica che, di fatto, non hanno rivendicato l’attentato, ma hanno detto che è stato “giusto” e che “si continuerà a difendere la Palestina dell’occupante israeliano”. Non è la prima volta che succede che un arabo israeliano decida di compiere un gesto estremo come questo».

Se così fosse, si tratterebbe di un attentatore isolato o di una precisa strategia?

«Nelle città a maggioranza islamica (Nazareth, il luogo dove ha vissuto Gesù è, ad esempio, una di queste), ci sono degli arabi israeliani che si stanno radicalizzando. Questo dipende dal fatto che pur se con cittadinanza israeliana, sono considerati cittadini di serie B. Israele, infatti, non ha una costituzione ma si basa su 13 leggi fondamentali. Una di queste, approvata nel 2018, definisce Israele “stato ebraico”, di fatto tagliando fuori la minoranza araba che conta per il 20% della popolazione. Quindi è probabile che tra questi ci sia malcontento, che si sentano anche dei “traditori” rispetto ai cugini palestinesi (anche questi arabi israeliani lo sono, di fatto, palestinesi) e che vogliano in qualsiasi modo difendere la terra di origine. Sia in Israele ma soprattutto in Cisgiordania dove la radicalizzazione assume caratteri più ampi, ci sono cani sciolti i cui atti terroristici vengono poi usati dai vari gruppi terroristici come propaganda, anche se l’attentatore non era legato a essi. Ma l’odio verso il comune nemico sionista alimenta questa propaganda e aumenta gli atti terroristici, considerati l’unico strumento possibile per la soluzione del conflitto. Gli attacchi invece con armi tipo mortai o razzi oppure le azioni di gruppi come la Fossa dei Leoni, le Brigate Balata o Jenin, sicuramente invece hanno una precisa strategia. Israele non può contare su molti amici intorno e, soprattutto gli ultimi attacchi nei quali sono stati lanciati razzi da Gaza, Libano e Siria e operato attacchi a Gerusalemme, hanno dimostrato l’interesse di attori esterni alla destabilizzazione del paese ebraico».

Israele sembra accerchiato, attacchi da Siria, Libano e Striscia di Gaza: è l’inizio dell’ennesima Jihad o siamo in una drammatica fase del “tutti contro tutti”?

«Come dicevo, Israele non ha rapporti con i vicini. Ha accordi con Giordania ed Egitto a seguito della guerra dei sei giorni del 1967, ma è in guerra con Libano e Siria. Qui, ancora oggi, con cadenza più che settimanale, bombarda e colpisce obiettivi ritenuti ostili, che soprattutto hanno a che fare con l’Iran. E’ infatti quest’ultimo il vero nemico di Israele, che foraggia esternamente i gruppi e paesi ostili: da Hamas a Hezbollah alla Siria, ma anche i gruppi terroristici interni alla Cisgiordania».

Israele può essere uscito indebolito sul piano geopolitico dalle veementi proteste di piazza contro la riforma della giustizia presentata dal governo?

«Quando in una democrazia il popolo manifesta per i propri diritti, è sempre un segno di vittoria democratica e il paese ne esce rafforzato. Certo, la spaccatura nella società israeliana è notevole, soprattutto perché le manifestazioni sono chiaramente un referendum su Netanyahu più che proteste sulla riduzione dei poteri della Suprema Corte. All’esterno, però, le manifestazioni che vanno avanti da quattordici settimane e il licenziamento poi congelato del ministro della difesa, come la rinuncia alle armi di diversi riservisti, hanno dato sicuramente una immagine di paese debole. A questo punto due scelte: o lasciare che il paese imploda o attaccare. La storia recente ha dimostrato che Israele è capace di continue tornate elettorali proprio per la difficoltà di trovare una quadra politico-amministrativa nei confronti, soprattutto, delle richieste pressanti della popolazione, dalla sicurezza all’altissimo costo della vita. Quindi non restava che attaccare».

I ministri di destra Ben Gvir e Bezalel Smotrich tengono in ostaggio il controverso premier Netanyahu alzando il livello delle rivendicazioni e sfidando persino l’amministrazione Biden. Dove sta andando Israele?

«Da sempre Israele è un paese di destra. Anche la sinistra di David Ben Gurion che fondò nel 1948 lo stato, era nazionalista, un ossimoro per i puristi delle idee socialiste e comuniste. La legge elettorale israeliana predilige le coalizioni ampie e Netanyahu ha dovuto allargare a questi partiti di estremisti di destra, sostenitori dei coloni e odiatori degli arabi, la sua storica alleanza con i partiti religiosi degli ortodossi. Ma tutto si può riscrivere ed è probabile che esca una nuova alleanza. I rapporti tra Netanyahu e Biden non sono mai stati buoni, a differenza tra quelli del premier israeliano e Trump. Dopotutto l’amministrazione Biden ha un po’ mollato sul Medioriente per focalizzare di più l’attenzione sul Pacifico».

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