Aveva annunciato l’intenzione di sciogliere le correnti considerate la causa di tutti i mali del Pd, ma finora con le sue prime scelte Elly Schlein ha ottenuto l’effetto contrario. Ha risvegliato proprio gli orgogli correntizi e addirittura ha visto nascere una nuova componente, i cosiddetti ulivisti 4.0 che vanno così a popolare la già nutrita orbita dei gruppi e sotto gruppi in cerca di rivendicazioni. Si tratta di una ventina di parlamentari che al congresso avevano sostenuto la candidatura di Bonaccini, ma che adesso hanno scelto di agire in autonomia e quindi di non seguire le direttive del governatore dell’Emilia Romagna e leader della minoranza.
Schlein dopo la vittoria alle primarie ha coniato il termine “comunità democratica” con l’obiettivo di conciliare l’apparato di partito schierato in maggioranza con Bonaccini, e il popolo dem che ai gazebo ha fatto vincere lei. Comunità democratica era dunque l’escamotage per tenere insieme il partito tradizionale con quello più movimentista incarnato dalla neo segretaria. E un primo risultato Elly sembrava averlo ottenuto, riuscendo a raggiungere un accordo con lo sconfitto Bonaccini, per una gestione unitaria che in qualche modo garantisse la convivenza e la collaborazione fra le varie anime del partito.
Gestione unitaria che però ha seguito i vecchi schemi, quelli dei rapporti di forza, in barba alle scelte forti e coerenti che aveva promesso per rilanciare il partito. Adesso la chiamano “ricchezza delle differenze” ma il risultato non cambia. Alla fine la segreteria è il prodotto delle solite logiche, ovvero quella di occupare più posti possibili da parte dei vincitori lasciando gli strapuntini alle minoranze. E così è avvenuto. Un compromesso, una sorta di mediazione obbligata che come era prevedibile ha accontentato pochi e scontentato parecchi.
La Schlein dopo l’elezione è stata molto abile a guadagnarsi una forte visibilità mediatica sfidando la Meloni in Parlamento e in piazza, ma poi sulle nomine ha mostrato tutti i suoi limiti, quelli legati al dover gestire un partito comunque complesso e molto variegato.
Diciamo che Schlein con la nuova segreteria ha puntato principalmente a potenziare il profilo di sinistra e laicista del Pd mostrandosi ad esempio molto generosa con gli ex di Articolo 1 rientrati nel partito proprio a seguito della sua vittoria e con i suoi fedelissimi che maggiormente si sono spesi per farla vincere. Alcuni nomi scelti dalla neo segretaria e da lei letteralmente blindati avrebbero fatto storcere la bocca, come Igor Taruffi e Marta Bonafoni per esempio, che sono approdati da poco nel partito e che sono quindi percepiti come una sorta di corpi estranei. Poi non è stata molto digerita la scelta di Annalisa Corrado, militante green e vista con molto sospetto per la sua ben nota opposizione ai termovalorizzatori, compreso quello di Roma che invece sta molto a cuore al sindaco Roberto Gualtieri per risolvere l’emergenza rifiuti nella Capitale. Poi c’è Alessandro Zan paladino dei diritti Lgbt, una presenza scontata considerando come i diritti delle coppie gay siano considerati prioritari dalla Schlein, ma che fa riflettere se paragonata alla totale assenza di rappresentanti di area cattolica.
Base Riformista, la componente degli ex renziani e anche alcuni fedelissimi di Bonaccini come Alessia Morani, accusano Schlein di non aver affatto garantito una gestione unitaria, visto che i fedelissimi della segretaria, insieme agli ex bersaniani e all’area di Orlando, avrebbero fatto man bassa di incarichi, in barba al voto della maggioranza dei circoli che hanno votato Bonaccini.
Polemico anche Gianni Cuperlo che ha sfidato Schlein alla segreteria e che accusa la segretaria di non aver rispettato le differenze, così come i Giovani Turchi di Matteo Orfini. Mentre Paola De Micheli arriva a sostenere che nella nuova segreteria “c’è tanto movimentismo ma poco partito”. Alla faccia della gestione unitaria.
Ma malumori ci sarebbero anche nelle altre correnti che hanno appoggiato la neo segretaria al congresso, ad iniziare da Area Dem di Dario Franceschini, rappresentata nella nuova segreteria da Marina Sereni, ma che si sarebbe sentita troppo emarginata per far posto ai protetti della Schlein e ai figlioli prodighi dalemian-bersaniani rientrati in casa.
Per ora i vari Franceschini, Orlando, Bettini, Zingaretti, grandi sponsor della Schlein tacciono, mentre ad alzare la voce sono soltanto le minoranze, Cuperlo appunto, Orfini, Marcucci ecc. ma nessuno sembra ipotizzare scissioni.
Gli occhi sono adesso tutti puntati in direzione delle prossime elezioni europee. Per ora i sondaggi sembrano mostrare un gradimento degli elettori del Pd nei confronti della nuova segretaria che ha guadagnato punti ed è riuscita per esempio a superare e distaccare il Movimento 5Stelle di Conte che dopo le elezioni politiche e lo sfacelo dei dem, aveva accarezzato seriamente l’idea di guidare il fronte dell’opposizione e della sinistra. Ma saranno le europee del prossimo anno, dove si voterà con il sistema proporzionale, a certificare se la cura Schlein sarà stata davvero efficace per il partito o se sarà stata soltanto un fuoco di paglia.
Una cosa è certa; al momento la tanto agognata segreteria sprint non c’è stata. Diversamente dalla Meloni che ha ultimato la lista dei ministri in 24 ore, la Schlein ha impiegato molto più tempo per presentare il suo governo ombra, segno evidente di un’oggettiva difficoltà di mediare e trovare i necessari compromessi, per mantenere quell’unità che come si è visto si regge su un filo molto sottile.
I giornali,che hanno ormai puntato su Schlein come anti Meloni, hanno messo in risalto il coraggio nel mandare avanti facce nuove e nel ridimensionare il peso delle correnti. Ma è davvero così? La sensazione per chi non si sente in dovere di portare acqua alla propaganda della neo pasionaria di sinistra, è quella invece di una politica molto contraddittoria. Che senso ha avuto inseguire a tutti i costi un’unità di facciata quando poi nei fatti le nomine hanno fotografato un partito sempre più spaccato? E’ invece evidente come Schlein funzioni molto bene come leader di piazza e molto poco come leader di partito chiamata a gestire la dialettica interna. Vedremo se nei prossimi mesi sarà in grado di colmare questo gap.



