Ex colonie marine, l’operazione recupero dell’Emilia Romagna

martedì, 16 Maggio 2023
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Emilia Romagna

«Il mare quando l’ho visto la prima volta è stato ad andare in colonia a Riccione; partivamo con le nostre valigie di cartone, i numeri sul corredo e addosso una gran malinconia… Dopo una notte a trattenere le lacrime sul treno è apparso là in fondo all’orizzonte: «Il mare, si vede il mare!, si confonde con il cielo ma è più blu, più grande, più vagabondo». Milioni di bambini italiani, nel corso del ‘900, hanno fatto la loro prima esperienza di vacanza in una colonia estiva. Gli ospizi, per lo più marini, realizzati dapprima a scopo terapeutico su influsso del positivismo scientifico, si sono moltiplicati quando il regime fascista decise di plasmare, anche attraverso tali soggiorni, i “nuovi italiani”. Ne parla con dovizia di particolari lo storico Stefano Pivato, professore emerito di Storia contemporanea nel suo ultimo libro “Andare per colonie estive”, edito da “il Mulino” a marzo.

Curiosamente potrebbe averlo letto o appena sfogliato il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini, facendosi magari ispirare per lanciare la campagna di recupero delle colonie estive al fine dare loro una nuova giovinezza. Per favorire la riqualificazione di quelli che Pivato nel suo volume considera dei “monumenti parlanti’, occorre però sciogliere i lacci della burocrazia. E per questo il 3 maggio scorso Bonaccini, insieme agli assessori Andrea Corsini (Turismo) e Barbara Lori (Pianificazione), ha incontrato i sindaci di Rimini e Riccione per affrontare la questione. E’ necessario, infatti, trovare soluzioni urbanistici per provvedere alla rigenerazione delle colonie. «Siamo pronti a varare provvedimenti per incentivare la riqualificazione delle colonie – dice Bonaccini – un patrimonio da valorizzare e sottrarre al degrado».

È negli anni Sessanta che si chiude per sempre l’epopea delle colonie marine. «Il posto fisso e le ferie pagate – scrive Pivato – riuniscono la famiglia e i figli si recano al mare e in montagna assieme ai genitori relegando progressivamente in soffitta il soggiorno estivo in colonia. Le colonie, generalmente costruite a ridosso della spiaggia e circondate da vasti spazi verdi, diventano preda ambita di una speculazione edilizia senza precedenti». E del degrado, che sembra non avere fine.

L’iniziativa di Bonaccini, evidentemente, soggiace a più valutazioni. In primis c’è appunto il doveroso contrasto al degrado. Molti immobili sono diventati rifugio per senzatetto e sbandati di ogni genere. Quindi c’è l’enorme potenziale degli edifici da sfruttare, firmati dai più grandi architetti del tempo (memorabile la colonia “Le Navi di Cattolica”, progettata da Clemente Busiri Vici, capolavoro di architettura razionalista costruito in 9 mesi, diventata un acquario), che potrebbero acquisire importanza strategica per la nuova spinta del turismo nella regione. Ancora: nell’epoca in cui, complici le angosce post pandemia, la perenne crisi economica e le tensioni per la guerra in Ucraina, sono rispuntati i calzolai, i sarti cucitutto e gli ombrellai, almeno qualcuna delle rinnovate colonie estive “2.0” potrebbero tornare a essere luoghi a disposizione anche di associazioni di volontariato e del terzo settore.

Infine, non va dimenticata la custodia della memoria di un Paese, che, per decenni, in quei “monumenti parlanti”, ha prima curato e poi fatto svagare i propri giovani. Le strutture infatti prima erano sanatori e poi diventarono centri per la formazione giovanile, moltiplicandosi con il fascismo e contribuendo a ridisegnare i costumi del Paese. Il primo provvedimento del genere non poteva che partire dall’Emila Romagna, considerando che sulla riviera romagnola in 90 chilometri, da Marina di Ravenna e Cattolica, sorgono ben 253 immobili che in un modo o nell’altro andranno recuperati a nuova vita.

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