Continua la protesta a Roma contro la Ztl fascia verde voluta dalla Giunta Gualtieri e che praticamente, a partire da novembre, limiterà drasticamente la circolazione delle auto cosiddette inquinanti in vaste aree della Capitale, dal centro alla periferia.
A partire dal primo novembre prossimo infatti nella fascia verde ztl non potranno entrare le auto diesel euro 4 nella fascia oraria 7.30-20.30, i veicoli commerciali NI, N2, N3 alimentati a gasolio euro 4 nella fascia oraria 7.30-10.30/16.30-20.30 e i ciclomotori e motoveicoli alimentati a gasolio euro 3. Dal primo novembre 2024 lo stop riguarderà (sempre dal lunedì al sabato) anche le auto a benzina euro 3 e i diesel euro 5 nella fascia oraria 7.30-20.30, cui si aggiungono i veicoli commerciali N1, N2, N3 alimentati a gasolio euro 5 nella fascia oraria 7.30-10.30/16.30-20.30.
Dopo che centinaia di cittadini si sono radunati sotto il Campidoglio e hanno raccolto le firme per chiedere il ritiro della delibera, il Comune si è detto disponibile a modificare il provvedimento. Anche perché a sostegno della mobilitazione popolare è intervenuta anche la Regione Lazio con diversi consiglieri che hanno chiesto chiarimenti al Comune. L’assessore capitolino alla Mobilità, Eugenio Patanè, ha discusso della questione con gli assessori all’Ambiente, al Bilancio e ai Trasporti della giunta Rocca alla ricerca di possibili soluzioni in grado di limitare il pesante impatto dei provvedimenti.
Ad essere interessati dalle limitazioni circa 700.000 veicoli in tutto il territorio romano fra auto private, furgoni e veicoli commerciali, motoveicoli e ciclomotori; i proprietari saranno costretti alla loro rottamazione e sostituzione con più moderni mezzi se vorranno accedere alla nuova fascia verde.
Sembra che l’orientamento della Giunta Gualtieri sia quello di mitigare i provvedimenti con alcune soluzioni “tampone” fra cui la possibilità di far slittare di un anno lo stop alla circolazione dei diesel euro 4 in fascia verde, previsto per novembre prossimo, e prevedere un numero predefinito di accessi. Non più un divieto di circolazione quindi, ma un accesso controllato.
Ma al di là della polemica politica ciò che fa riflettere e preoccupa molti è il pregiudizio ideologico alla base di questo provvedimento e di altri all’esame. Pregiudizio fondato sulla sistematica colpevolizzazione del cittadino quale responsabile dei problemi dell’ambiente, dell’inquinamento, dei cambiamenti climatici, dei disastri che colpiscono l’umanità. Un’ideologia costruita e collaudata da anni di narrazione mediatica simil terrorista, incentrata sull’idea di un pianeta in via di estinzione e di un mondo che si sta auto-distruggendo. E alla fine nell’opinione pubblica è passato il messaggio che la colpa di tutto sia da attribuire alle sole attività umane.
Manca l’acqua? Colpa delle persone che la sprecano? L’aria è inquinata? Colpa della gente che si ostina a girare per le città a bordo di mezzi alimentati a benzina e a diesel. Una narrazione che ha fatto leva soprattutto sulle moderne generazioni, ovvero quel vasto movimento di opinione giovanile che non a caso si definisce “Ultima Generazione”. Sono proprio loro i moderni sessantottini che hanno individuato nel clima il cavallo di battaglia da cavalcare e nelle generazioni passate il nemico da combattere, responsabile degli odierni disastri. E fa un certo effetto vedere universitari poco più che ventenni scagliarsi in televisione contro climatologi, docenti ed esperti con anni di studi ed esperienza alle spalle, trattandoli quasi da deficienti, con la stessa veemenza e arroganza con cui i sessantottini di un tempo attaccavano i professori nelle università accusandoli di essere espressione dell’odiata classe borghese. E il mantra è sempre lo stesso, ovvero che costoro con le loro teorie hanno permesso la crisi del pianeta. E non c’è verso di fargli capire che ad essere in errore e male informati sono proprio loro.
L’obiettivo di questa narrazione ideologica, iniziata da molto tempo e oggi culminata con il movimentismo modello Greta Thunberg, è servita per far sentire i cittadini colpevoli dei disastri ambientali, dalla siccità alle alluvioni, dalle stagioni che non ci sono più alla carenza di risorse idriche, e obbligarli ad accettare nuovi stili di vita, nuovi modelli di società e di sviluppo, omologando tutti alla logica del pensiero unico ecologista. Ed è paradossale come moltissime persone, soprattutto giovani, siano convinti dell’efficacia di questa narrazione, dell’esigenza di rottamare i combustibili fossili (peccato che questo inverno per avere i riscaldamenti nelle case è stato necessario tornare addirittura al carbone), di viaggiare soltanto sulle auto elettriche, di dover mangiare carne sintetica e insetti, di doversi lavare il minimo indispensabile o addirittura il meno possibile per risparmiare l’acqua, evitando accuratamente deodoranti e profumi che si disperdono nell’aria (ambiente più sano ma gente più zozza).
Peccato che poi le grandi multinazionali, che sono poi quelle che producono più inquinamento, continuino tranquillamente le loro attività senza che nessuno si senta in dovere di colpevolizzarli di qualcosa. Invece ad essere colpevolizzati sono i poveri disgraziati che magari, non potendo comprare l’auto nuova, continuano a viaggiare con il diesel e la benzina e vengono additati al pubblico ludibrio come inquinatori e nemici del progresso. Un po’ come ai tempi della pandemia, quando chi non indossava la mascherina o rifiutava il vaccino era considerato un untore e additato a vista.
Ecco, dietro i provvedimenti della Giunta Gualtieri sul traffico e l’istituzione delle fasce verdi, si intravede proprio questo approccio ideologico e soprattutto il tentativo di uniformare le abitudini dei cittadini alle direttive delle lobby europee e mondiali, che hanno ormai deciso che bisogna viaggiare soltanto con le auto elettriche e che si deve abitare in casa ecologiche. Chi non si adegua gira a piedi o va a dormire sotto i ponti. E guarda caso ad ogni persona costretta ad adeguarsi e a spendere soldi, corrisponde qualcuno che invece ci guadagna.
Ma come può il cittadino fidarsi di una narrazione ambientalista che cambia a seconda degli interressi delle lobby mondialiste? Abbiamo forse dimenticato quando venivamo tutti invitati a comprare le auto a diesel perché più economiche e meno inquinanti? O quando ci dicevano che dovevamo imballare i prodotti con la plastica perché meglio riciclabile? Oggi ci vengono a dire che il diesel è da buttare perché altamente inquinante e che la plastica è responsabile dell’inquinamento dei mari e dell’estinzione della fauna acquatica.
Forse è proprio questo che la gente non sopporta più, di sentirsi costantemente sotto accusa per tutti i problemi e i disservizi (c’è pure chi dice che i servizi non funzionano perché gli italiani non pagano le tasse tanto per giustificare il tracciamento dei pagamenti e l’obbligo del pos) e il tentativo di imporre un’idea di futuro assolutamente discutibile, ritenuta l’unica perfetta soltanto perché a stabilirlo sono i soloni del pensiero unico attraverso i circuiti dell’informazione mainstream. E vedere le persone scendere in piazza e ribellarsi a chi vuole obbligarci a comprare l’auto elettrica, è il segno che una resistenza c’è ed è ancora possibile. Della serie: non tutto è (ancora) perduto.



