Tra patrioti e tifosi. Si è consumato oggi l’ultimo grande spettacolo dell’“attore protagonista” Silvio Berlusconi (lui avrebbe previsto minuziosamente ogni dettaglio). Una struggente, toccante fiction per chi non ci crede. Una sacra funzione per chi ci crede. E comunque, sia per chi non ci crede, sia per chi ci crede, la sensazione di un compimento, questa volta irreversibile, senza quei ritorni improvvisi e sorprendenti cui Silvio Berlusconi ci aveva abituati da decenni: infatti, è morto e risorto tante volte, dalle malattie, dalle sconfitte politiche, dalle persecuzioni giudiziarie, dagli alti e bassi (molto più alti), economici, aziendali, calcistici. Un compimento che chiude definitivamente un’epoca che a sua volta, si intreccia nella nostra vita collettiva e nella storia repubblicana.
Con lui non nasce la terza Repubblica, ma sicuramente muore la seconda, quella che ha creato nel 1994, portandosi via certi valori, certo bipolarismo, certe contrapposizioni, forse pure Forza Italia.
E l’equilibrio tra chi ci crede e chi non ci crede, tra chi ha creduto in lui e chi no, l’ha felicemente sintetizzato nell’omelia, più mondana che religiosa, monsignor Mario Delpini, arcivescovo di Milano.
Del resto anche le foto della messa, in diretta a reti unificate, hanno rappresentato la vita e il popolo del Cavaliere, nelle sue varie espressioni: uomini delle istituzioni, impettiti, austeri, come si conviene a un funerale di Stato, con un presidente Sergio Mattarella, a metà tra il contrito e l’infastidito per la piega oggettiva del momento; uomini azienda, ovviamente disperati, uomini di governo all’altezza della situazione, famigliari assolutamente inglesi per dignità e commozione, uomini e donne delle tv commerciali, figli e figlie dello medesimo chirurgo plastico e del medesimo look. Pure in questo Berlusconi ha fatto scuola.
La parte migliore, la gente all’esterno del Duomo. Tanta, tantissima che ha reso omaggio a “un’energia fatta uomo” che ha saputo contagiare virtuosamente un’epoca, un preciso periodo, unendo leadership politica e divismo, impresa e patria, messaggio pubblico e ostentazione privata, per non dire eccessi, come da comunicazione che il Cavaliere ha rivoluzionato rispetto al grigiore del passato.
C’era bisogno di questo rito, di questa catarsi collettiva e del lutto che la sinistra, incapace di perdonare perché non si perdona, in quanto sedicente incarnazione religiosa del bene, del giusto, dell’etica, della morale, della legalità, della democrazia.
I pianti e gli applausi rivolti al simbolo dell’autobiografia nazionale, come è stato il Cavaliere, hanno confermato il bisogno di monarchia in Repubblica. Monarchia nella sostanza e nei fatti.
Cioè, di identificazione fisica con l’identità storica, culturale e religiosa di un popolo. E che smacco per l’opposizione modello-Schlein e modello-Conte.
Dal 2 giugno, giorno dell’Unità nazionale, al funerale di Stato di Berlusconi, abbiamo assistito al trionfo di una narrazione pubblica opposta a quella della sinistra. Il Gay Pride, che avrebbe occupato nella stanca polemica partitica, intere settimane, è stato silenziato, dimostrando quanto tale mondo sia minoritario nella coscienza dei cittadini.
L’appartenenza nazionale ha vinto sull’ideologia. La prova? Gli applausi scroscianti rivolti alla premier Meloni.
Il lascito di Silvio?
Pur nella riconciliazione istituzionale che gli ultimi eventi hanno imposto, resta e resterà un uomo di parte, vincente, carismatico, solare, ma di parte. Divisivo.
Non a caso la parte più rumorosa della piazza è stata quella dei tifosi milanisti (e del Monza). Poche bandiere nazionali e di Fi.
