Beppe Grillo è tornato, per l’ennesima volta si è improvvisamente materializzato ad una manifestazione del Movimento 5Stelle, la piazza di sabato contro il precariato, quasi per dimostrare a quello che una volta era il suo popolo che è ancora vivo e vegeto e lotta insieme a loro.
Ma è un Grillo che, con tutto il rispetto, non sa più cosa dire e che sembra la caricatura mal riuscita del Grillo delle origini, quello del vaffa day, alla ricerca di nuove provocazioni capaci di consentirgli di tornare a riscuotere un po’ di attenzione da parte dei media.
E così eccolo invocare la costituzione di pseudo brigate di cittadinanza, invitando le persone a mascherarsi con i passamontagna e andare di notte a riparare strade, sistemare aiuole e tombini. Niente male per chi voleva scardinare il sistema, abbattere la casta e oggi non sa offrire altro che una proposta da servizi sociali, da lavoratori socialmente utili.
Frasi che a molti sono apparse eversive, visto che il passamontagna evoca scenari tragici per l’Italia, l’epoca degli opposti estremismi, del terrorismo: ma cosa volete che possa esserci di eversivo in un comico che ormai non sa più distinguere il palcoscenico del teatro da una manifestazione di partito, facendo finire in farsa un evento che avrebbe dovuto gettare le basi per un terreno comune di incontro delle forze di sinistra.
L’unico risultato che Grillo ha realmente ottenuto è stato quello di aggravare lo stato di salute del cosiddetto campo progressista, aggiungendo caos e aprendo nuovi fronti di scontro interno.
Ha finito per rubare la scena a Conte che di quella piazza doveva essere l’unico protagonista e che invece da due giorni è costretto a discutere di brigate e di passamontagna; ha fatto danni con la pala ad Elly Schlein che si era presentata in quella piazza per non lasciare la protesta di sinistra a Conte e che invece adesso si ritrova con una opposizione interna al Pd ancora più sul piede di guerra che l’accusa di inseguire l’estremismo grillino.
I moderati dem sono in rivolta, l’ex assessore della Regione Lazio Alessio D’Amato si è dimesso dall’assemblea nazionale, parlamentari e giornalisti di area (vedi Alessandro De Angelis) puntano il dito contro la segretaria accusandola di aver trasformato il partito in un collettivo studentesco. Doveva essere una giornata storica, Conte, Schlein, Fratoianni, tutti insieme per una grande foto di famiglia, la foto di una sinistra che si ritrova unita sulle battaglie comuni ed è pronta a costruire terreni di incontro. Tutto passato in secondo piano, di fronte alle sparate di Grillo che hanno guastato la festa a tutti: a Conte che vede materializzarsi lo spettro ingombrante di Beppe in vista delle elezioni europee e a Schlein che si trova con un partito ancora di più in crisi d’identità, contraddistinto da continue fughe; ha iniziato Giuseppe Fioroni, poi a ruota sono seguiti esponenti dell’area moderata, in ultimo D’Amato, tutti in marcia di avvicinamento al Terzo Polo ed in particolare a Matteo Renzi che ora, in vista delle europee punta a raccogliere tanto i delusi del Pd che quelli di Forza Italia rimasti orfani di Berlusconi. E per la segretaria si fa strada l’incubo del sorpasso dei 5S, visto che l’effetto Schlein che aveva permesso ai dem di recuperare punti, è già chiaramente scemato.
Ad ogni modo il Grillo andato in scena sabato non ha proprio più nulla del Masaniello di quindici anni fa, quello che agli albori del Movimento infiammava le piazze del Vaffa Day e creava dal nulla politici improvvisati, portandoli ad entrare in Parlamento e a conquistare la guida delle amministrazioni pubbliche (vedi Pizzarotti).
Quel Grillo oggi non è più credibile, perché l’esperienza di questi anni ha dimostrato che i 5Stelle, nel momento in cui sono diventati parte del sistema, hanno seguito le regole del gioco, immedesimandosi in quella stessa casta che gridavano di voler abbattere. Le brigate e i passamontagna altro non sono che un tentativo forse studiato a tavolino di riconquistare la scena, nella convinzione che presentandosi in piazza avrebbe inevitabilmente catalizzato l’attenzione dei media anche con la più inutile delle boutade (lui stesso l’ha definita così dopo aver fatto credere che tante persone lo stavano già seguendo con annesso invito a fermarsi).
Ma più che al Grillo del vaffa day quello andato in scena sabato assomiglia molto di più al “Gallo Cedrone” interpretato da Carlo Verdone capace di materializzarsi nell’ennesima metamorfosi. E così dopo essere stato in questi ultimi anni il responsabile di tutti i trasformismi pentastellati possibili ed immaginabili (la versione gialloverde, poi quella giallorossa, poi l’armata Brancaleone di draghiana memoria) che lui stesso ha favorito sollecitando gli iscritti della Piattaforma Rousseau a ratificare tutto e facendosi garante delle scelte politiche del Movimento, ora tenta disperatamente di rifarsi un’ immagine da paladino del popolo, degli ultimi, chiamando alla disobbedienza civile, ma con l’unico evidente scopo di dimostrare che conta ancora qualcosa.
Forse ha voluto far capire che in vista delle elezioni europee non starà nelle retrovie come ha fatto alle ultime politiche, ma tornerà in campo per risvegliare un pò di sano e dimenticato movimentismo. Ma quello che sembra deciso a tornare in campo non è più il leader carismatico del grillismo imperante ma piuttosto un comico che non sa più distinguere la politica dagli sketch teatrali. E sarà davvero curioso vedere quanti saranno disposti a seguirlo andando a pulire marciapiedi, tappare buche, potare aiuole, sistemare luci e tombini fra i tanti elettori che fino ad oggi hanno trovato più utile campare con il Reddito di Cittadinanza che andare a lavorare, e che proprio per questo hanno votato i 5S alle politiche. Forse l’unica vera notizia sta nel fatto che c’è stato chi ha preso sul serio le parole di Grillo evocando addirittura scenari eversivi. L’unica nota che alla fine fa ridere di uno show tutto sommato pietoso.



