La vicenda “Ziki-Zaki” di Patrick. Oltre i fondi ad Al Sisi, uno scambio merci col caso-Regeni?

venerdì, 21 Luglio 2023
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L’incubo di Patrick Zaki è finito. Il provvedimento di grazia del presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha chiuso una vicenda delicata e preoccupante che sembrava eterna, specialmente dopo l’ultima sentenza di martedì che non prevedeva appelli e che lo ha condannato a 3 anni di carcere.

E come una favola a lieto fine, dopo il buio, ora la luce. Adesso, infatti, da noi ci sarà la festa in suo onore e tutti saranno contenti, a partire dall’Università di Bologna che lo ha sempre sostenuto, supportato e mai lasciato solo.
Lo studente, è bene ricordarlo, venne arrestato il 7 febbraio 2020: stava rientrando in Egitto per trascorrere con la famiglia un breve periodo di vacanze. L’accusa? “Diffusione di notizie false”. Che in un regime come quello africano, vuol dire sovversione, attentato contro lo Stato.

Di vero c’era che Zaki aveva pubblicato sul suo sito un articolo-diario sulla minoranza cristiana copto-egiziana di cui lui fa parte. Ecco alcune righe: “Non passa mese che non si verifichino incresciosi atti di violenza contro i copti egiziani, dai tentativi di trasferimento forzato nell’alto Egitto, fino ai sequestri di persona, alla chiusura delle Chiese o agli attentati dinamitardi”.
Parole ritenute inaccettabili, che evidentemente, gli hanno fatto conquistare lo status di terrorista e diffusore in Occidente di propaganda sbagliata.

Proprio questo è il pericolo di certe denunce non a costo zero. Che da un lato, rendono onore a chi si batte per la libertà, dall’altro, mettono a repentaglio la loro stessa vita. L’impegno per i diritti civili nel mondo rischia di immolare troppi paladini romantici che non tengono conto della realtà, delle strategie possibili per cambiare, fino ad arrivare alle rivoluzioni; impegni e militanze che non hanno a che fare cioè, con la razionalità, la lucidità, la mediazione, la prassi. L’idealismo o il dogmatismo, anche a fin di bene, fanno sbattere la testa. Sarebbe come combattere Putin con le biciclette.

Un po’ come accaduto a Giulio Regeni, in Egitto per svolgere una ricerca sindacale, scambiato per spia, informatore, sobillatore, provocatore. L’esportazione fiabesca della democrazia, comporta rischi. E serve unicamente a scaldare il dibattito politico.
Pure sull’epilogo del caso-Zaki abbiamo assistito al solito gioco della politica. “Libero”, ad esempio, ha titolato che il merito di questo provvedimento è stato del governo di centro-destra, visto che la sinistra non ha ottenuto nulla. “Domani” e altri sodali mediatici del pensiero unico, hanno scritto che la Meloni sta tentando di intestarsi il risultato.

Vero è che la felice conclusione della vicenda presenta due aspetti contrapposti e contraddittori. C’è il sospetto che il suo esito metta definitivamente la parola fine alla verità su Regeni. Una sorta di scambio merci.
E come contraltare, l’effetto virtuoso di un impegno certosino di Palazzo Chigi.

Andiamo per ordine. Ricostruiamo la cronaca. Il 7 novembre 2022, ad appena due mesi dal suo insediamento, la Meloni è sbarcata a Sharm el-Sheikh per il Cop27 dell’Onu. Nessun altro premier dopo la morte di Regeni l’aveva fatto. Indubbiamente quello è stato l’inizio del disgelo tra i due paesi. Un ruolo chiave l’ha svolto in seconda battuta, Antonio Tajani che prima di Natale ha ricevuto il suo omologo cariota Sameh Shoukyv, per poi volare due volte in Egitto (il 21 gennaio e il 14 marzo di quest’anno), in compagnia della Coldiretti e di imprenditori della sanità, visto che Al Sisi aveva chiesto una copertura sanitaria per i suoi 120 milioni di connazionali. Il 18 marzo è stato il ministro Piantedosi ad essere ricevuto dalla ministra Soha Gendi per discutere di immigrazione, mentre il 17 maggio è stato il ministro Crosetto ad incontrare Al Sisi, lodando l’Egitto per il ruolo di stabilità che assicura nel Mediterraneo. Una sorta di proiezione del “piano-Mattei”, tanto caro al governo di centro-destra.

Il 6 luglio, ultimo contatto Italia-Egitto: la Meloni e Al Sisi si sono sentiti dopo il vertice a Roma del Programma alimentare mondiale dell’Onu che ha concesso all’Egitto 431 milioni di dollari per fronteggiare la crisi di risorse del suo paese. E mercoledì, appunto la grazia a Zaki.
E’ la puntuale ricostruzione del Corriere della sera. In soldoni: abile mediazione? Buoni rapporti? Lavoro discreto dietro le quinte?
Per una volta la sinistra si tranquillizzi. L’intestazione della Meloni non è stata strumentale.

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