Bene l’addio al Reddito, ma ora si pensi ai lavoratori poveri

venerdì, 4 Agosto 2023
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Se non si indigna neanche il popolo dei social vuol dire che davvero non c’è speranza per il Reddito di cittadinanza, i cui percettori se lo sono visti cancellare con un freddo SMS che Giuseppe Conte sperava avrebbe causato una rivolta. Macché; non solo non ci sono stati disordini nelle piazze vere; persino in quelle virtuali si è continuato a discutere di caldo, incendi e alluvioni ma si è ignorato bellamente il Reddito grillino.

A certificarlo è stato ieri una ricerca di SocialCom, che ha analizzato le conversazioni sulle principali piattaforme tra il 18 luglio e il 1° agosto: appena 36mila mentions (ovvero post su pagine pubbliche) e poco più di un milione di interazioni. Roba che un selfie della Ferragni al bar colleziona in mezza giornata. Il tema appassiona così poco gli italiani che per tasso di engagement sopra il Reddito sono finite persino le elezioni spagnole e la notizia del ritorno dei Coldplay a Roma.

Buone, anzi ottime, notizie per il governo quindi? Sì e no, perché se è vero che la cancellazione del Reddito, che d’altra parte era una promessa elettorale della Meloni, è finora proceduto senza troppi fastidi, il problema del disagio sociale di una massa sempre più ampia di cittadini è tutt’altro che risolto, e le risposte finora arrivate sul tema del salario minimo non sono state per niente incoraggianti. Va bene ignorare le proposte dell’opposizione, ma questo esecutivo non sembra avere la più pallida idea di come raddrizzare un mercato del lavoro nel quale gli stipendi sono ormai talmente bassi che la semplice sopravvivenza – non parliamo poi di progetti avventurosi come mettere su famiglia – è diventata un’impresa anche per chi un lavoro ce l’ha.

La verità è che finora la Meloni ha preferito fino ad ora favorire lo zoccolo duro del suo elettorato, quel popolo delle Partite Iva che in Italia è in buona parte espressione di un capitalismo “assistito”, che consuma molta più ricchezza di quanto non riesca a reimmettere nel sistema sotto forma di tasse (molto spesso evase quasi del tutto) e di stipendi per i lavoratori dipendenti, così bassi che persino il misero Reddito di cittadinanza era diventato una proposta concorrenziale.

Ma se vorrà guadagnarsi un’intera legislatura al potere che sia significativa e non un semplice esercizio di resistenza, come fu il disastroso esecutivo Berlusconi del quinquennio 2001-2005, la Meloni dovrà prima o poi decidersi ad affrontare il problema di chi pur lavorando non arriva a fine mese e di quei sei milioni di cittadini per i quali la povertà è ormai una condizione stabile.

Il guaio per Giorgia è che in questa impresa è sola, solissima. Non può contare su un Forza Italia in crisi d’identità (di idee non ne parliamo) e una Lega prontissima a fiondarsi ovunque la premier oserà fare una scelta impopolare ma necessaria per rosicchiare voti a FdI. L’inquilina di Palazzo Chigi non può contare neanche sul pungolo a volte utile dell’opposizione; Pd, M5S, Azione e Italia Viva non sono mai state così allo sbando, perse tra l’ennesima lite tra Renzi e Calenda, ormai più stucchevoli di Totti e Ilary, e le uscite fuori dal mondo del redivivo Fassino, che torna a far parlare di sé dopo anni per una goffissima difesa degli stipendi dei parlamentari, riuscendo una volta di più a far percepire il Pd come un partito di gente fuori dalla realtà.

Non c’è dubbio che la Meloni sta sentendo sulle spalle una serie di responsabilità enormi, e sa di poterle condividere solo con pochi compagni di partito. Da come ne uscirà capiremo se è solo l’ennesima premier o la benedetta statista che l’Italia aspetta da decenni.

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