Il caso di Marcello De Angelis, che tiene banco in questi giorni sui giornali, ci riporta al cortocircuito tra memoria, storia e politica dal quale l’Italia fatica a liberarsi e che rende a tratti paradossale un dibattito politico già di per sé avvelenato dalla faziosità e da un certo grado di isteria.
Anche in questo caso si è alzato un polverone dal niente. Perché in fondo De Angelis non ha detto nulla di eccezionale. Ha solo affermato di sapere «per certo» che né Valerio Fioravanti né Francesca Mambro né Luigi Ciavardini c’entrano alcunché con la strage di Bologna. Ha espresso una convinzione personale, peraltro condivisa anche in vari settori dell’opinione pubblica di sinistra, perché le tre sentenze che hanno condannato in via definitiva i tre ex Nar per l’attentato del 2 agosto 1980 lasciano spazio a parecchi dubbi e suscitano numerose perplessità. È forse un atto eversivo dire che la verità giudiziaria sulla strage di 43 anni fa è una verità non molto convincente?
Tanto però è bastato per sollevare a sinistra un rumoroso caso politico di cui davvero non si sentiva la necessità. Voci furiose si sono levate contro il portavoce della Regione Lazio, a partire da quella di Elly Schlein che ha chiesto al presidente Francesco Rocca di sollevare De Angelis dal suo incarico. Il senso di rabbia ha peraltro giocato un brutto scherzo alla segreteria del Pd, che è scivolata in una vera castroneria istituzionale quando ha dichiarato che «se Rocca non riesce a farlo, sia la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a prendere misure adeguate». O bella, da quando in qua un presidente del Consiglio può costringere un presidente di Regione a licenziare il suo portavoce?
De Angelis ha poi provato a placare i suoi censori chiedendo scusa per il suo post, ma non c’è stato niente da fare: le opposizioni continuano a reclamare le sue dimissioni.
A guidare la carica dei soliti “indignados” è stata, come sempre, “la Repubblica”, che se n’è uscita con l’iperbolico titolo “Scontro sul revisionismo nero” , come se esprimere un’opinione su una sentenza equivalesse a “riscrivere la storia” per fini di parte e come se, per dirla con Renzo De Felice, la storia stessa, sentenze o non sentenze, non fosse «sempre revisionista» e quindi, come tale, sempre rivedibile, sempre reinterpretabile sulla base di nuovi elementi e nuove visioni. Il fatto è che, per la sinistra, la storia è una sorta di totem intangibile, un prezioso strumento di delegittimazione dell’avversario, l’arma suprema da impiegare nella polemica politica.
Detto questo, dobbiamo però onestamente riconoscere che anche la destra ha un suo problema con la storia, non certo come la sinistra, ma diciamo specularmente a questa, nel senso che vasti settori della destra stessa recano ancora il segno delle delegittimazioni subite in passato, circostanza che può oggi tradursi nel sogno di ribaltare il racconto della storia. E ciò in vista di quell’”egemonia” di segno contrario immaginata in taluni settori di FdI.
Va da sé che si tratta di una contro-mitologia rispetto a quella imposta un tempo dalla sinistra, o per meglio dire, di una “contro-religione” di segno “ereticale” di cui una parte della “destra profonda” si sente in qualche modo depositaria. Tant’è che, eresia per eresia, De Angelis s’è paragonato, tra il serio e il faceto, a Giordano Bruno, dicendosi disposto ad andare «al rogo» come conseguenza delle sue parole.
Di qui però anche un caso politico all’interno della destra stessa, un caso che può essere scaturito dalle tensioni provocate dalle dichiarazioni del presidente del Senato, Ignazio La Russa, nella ricorrenza della strage di Bologna («la matrice neofascista è stata accertata dalla verità giudiziaria»), dichiarazioni che avranno sicuramente provocato irritazione negli ambienti maggiormente legati alla memoria dell’«eresia» ancorché siano state in qualche modo bilanciate dalle parole della Meloni, che ha da parte sua condannato con durezza l’atto terroristico di 43 anni fa senza però mai pronunciare la parola “neofascismo”.
Ma, al di là della vicenda politica, c’è da chiedersi se e quando la destra italiana deciderà di affrontare e risolvere il suo problema con la storia, il problema di quel passato che non passa che si ripresenta in modo speciale nel tempo della destra al governo. E si tratta di una questione che va ben al di là del caso, pur tragico, dell’eccidio di Bologna, per investire l’intero racconto dell’Italia del secolo scorso, ivi comprese le pagine più buie dal dopoguerra in poi.
Sia chiaro che risolvere il suo problema con la storia non significa, per la destra, sposare il punto di vista di chi l’ha sempre combattuta, ma significa ripensare la propria collocazione nella vicenda italiana: non più una setta di “eretici” votati a imporre una “contro-religione”, ma una parte della comunità nazionale volta scrivere un racconto italiano che possa risultare convincente per tutti. Non sarà facile. Ma si tratta di un passo necessario.



