Ormai è evidente: ci sono due Barbie.
La prima è quella della tradizione, che fin dal finire degli anni Cinquanta, ha di fatto legittimato il modello conservatore della società, basato sulla chiarezza dei ruoli, dei valori famigliari e sulla differenza tra maschio e femmina. Una giovane molto bella, col compito di “abbellire” la casa, impreziosire la vita e dimensione privata, per compiacere l’uomo (Ken).
Poi, gradualmente, Barbie si è sempre più imborghesita, diventando il simbolo del consumismo domestico americano che vive e concepisce i matrimoni, i legami e gli amori come fossero un’eterna fiaba.
Messaggi “corroborati” da kit adeguati, fonte gigantesca di business. Tutto un “marketing-gallina dalle uova d’oro”, separazione e divorzio, come è accaduto grazie a ricche campagne ideate a tavolino, tra lei e Ken.
La seconda Barbie è quella del recentissimo film. Donna protagonista, autodeterminata, libera, ma nel mondo rosa dei sogni, non nel mondo “grigio” della realtà vera ancora preda e ostaggio del maschilismo e del patriarcato; un mondo dove Ken viene manipolato.
Una icona quindi, 2.0, amplificatrice di una nuova universale moda-mantra. Col risultato che il film sta sbancando al botteghino di tutti i cinema del mondo. E che come ogni fenomeno di massa inevitabilmente produce e produrrà un modo di pensare ben preciso.
Preoccupazione o entusiasmo a seconda delle opinioni e posizioni scese in campo, che ha spinto la rete a riflettere, enfatizzando o criticando il messaggio che il film intende veicolare.
1) MESSAGGIO: Barbie non è perfetta, ma soprattutto essere perfetti non significa essere felici. COMMENTO. E’ un luogo comune. L’imperfezione è un dato culturale acquisito, è una bellezza, un arricchimento, non una condanna. Il tema però, adesso va letto al contrario: i parametri si sono totalmente rovesciati. Dalla “normalità dell’imperfezione” siamo passati, nel nome del politicamente corretto, all’ “obbligo dell’imperfezione”, con pubblicità che magnificano corpi femminili obesi, che andrebbero curati per una mera questione di salute.
2) MESSAGGIO. Barbie rifiuta il “lavaggio del cervello” maschilista e capisce che “può essere quello che vuole”. COMMENTO. Sembra il nostro Sanremo “pensati libera”, modello-Ferragni. Ma chi dice che il lavaggio del cervello sia il maschilismo? Anche la religione arcobaleno, strombazzata come unica irreversibile mistica dei diritti civili, può essere, come è, un lavaggio del cervello che snatura i princìpi naturali.
3) MESSAGGIO. Non siamo la nostra cellulite, non siamo una pelliccia costosa o un completo firmato. Chi siamo è definito da ciò che abbiamo dentro e non fuori, non diamogli troppa importanza. COMMENTO. Messaggio giusto.
4) MESSAGGIO. Barbie non deve per forza amare Ken e Ken non deve per forza essere amato da Barbie, per essere sé stesso. COMMENTO. Messaggio giusto, basta con le dipendenze affettive. Si ama per scelta, non per modello, status o proiezione.
5) MESSAGGIO. Una società “patriarcale” o “matriarcale” non è la soluzione, le differenze di genere devono essere qualcosa che arricchisce e non ci limita o ci forza ad essere ciò che non siamo. COMMENTO. Qui si sfiora il relativismo, il soggettivismo assoluto, la fluidità. In altri termini, la società delle pulsioni dell’io, dove impera unicamente l’auto-percezione e non la realtà, e non la natura. E’ il gender.
E non a caso, l’attuale Barbie, pur avendo sfondato nei negozi a Mosca, smentendo nella sostanza la narrazione e le politiche di Putin, fortemente contrarie al “lavaggio del cervello della lobby Lgbtq”, è stata contestata politicamente. Dimostrazione del peso che la rete-sovrana ha rispetto alle identità tradizionali e agli Stati. E’ il mondialismo commerciale che forma o deforma le menti umane: pensiero unico, mercato unico, uomo unico.
La deputata della Duma Maria Butina, infatti, è insorta: “Le bambole Barbie devono essere messe al bando perché diffondono l’omosessualità e promuovono i valori Lgbt. Cosa inaccettabile secondo la legge dello Stato”. E ha chiesto di vietarne la vendita, considerando che il film non è stato proiettato.
Come noto, nel 2013, il presidente Vladimir Putin ha firmato una legge che vieta la propaganda gay, lesbica e transgender tra i bambini. I russi rischiano una multa fino a 5.000 rubli per questo, i funzionari fino a 50.000, mentre le persone giuridiche fino a un milione. E la punizione per tale propaganda, utilizzando i media o Internet, è ancora più dura.
Come finirà? Ai posteri laicisti l’ardua sentenza.



