Michela Murgia alla fine si è arresa alla malattia. E da ieri i media sono inondati dal suo faccione tondo e dal suo sorriso tagliente. Giusto tributo a una protagonista del dibattito pubblico, un personaggio certo rumoroso e fin troppo polemico, ma comunque, dal suo punto di vista, coerente e trasparente. Tant’è che tutti, anche i suoi avversari e antipatizzanti (che certo non sono stati pochi) hanno speso per lei parole di apprezzamento e rispetto.
Ad allentare l’atmosfera elettrica intorno alla sua figura ha indubbiamente contribuito, negli ultimi mesi, la rivelazione pubblica della sua malattia. Tanti le si sono stretti intorno e tanti altri hanno rinunciato a replicare agli attacchi polemici che la Murgia ha lanciato fino alla fine. L’ultima sua polemica è di qualche giorno fa contro il sindaco di Ventimiglia, accusato da Michela di voler instaurare un “regime fascista” dopo la decisione (più che doverosa) di istituire un servizio di vigilanza intorno al cimitero per impedire che i migranti vi facessero (fuori e dentro il muro di cinta) i loro bisogni.
Ecco, diciamo che una delle grandi ossessioni di Michela Murgia, oltre al patriarcato, era proprio il fascismo, una sorta di Moloch che la scrittrice richiamava frequentemente in tanti suoi discorsi. Era tale l’ossessione antifascista della Murgia da spingerla a ispirarsi all’Ur-fascismo (il “fascismo eterno”) di Umberto Eco con il “fascistometro”, termine contenuto in un pamphlet pubblicato qualche anno fa da Michela: “Istruzioni per diventare fascisti”. Una lettura decisamente deludente. Se per Eco il fascismo era un archetipo, per la Murgia era «un herpes che può resistere per interi decenni nel midollo della democrazia». Furono in molti, anche tra i “fascisti” (o presunti tali), a rimpiangere il pur faziosissimo Umberto.
A suscitare una simpatia trasversale intorno alla Murgia è stata comunque, nelle ultime settimane, la notizia del suo matrimonio “in articulo mortis” con Lorenzo Terenzi. Era impossibile non sentire il cuore stringersi nel vedere Michela, rimasta calva per la chemioterapia, firmare i documenti davanti all’ufficiale di stato civile ed avere ancora la forza di sorridere.
Detto questo, quello che stona un po’ nelle celebrazioni odierne della Murgia è questa conformistica ripetizione dello stesso refrain: Michela era una scrittrice “libera”. I criteri di questa immediata “santificazione” laica li ha stabiliti il “Corriere della Sera” definendo la Murgia nel titolo di prima pagina “una voce libera”. E tutti nei commenti a ribadire: “una voce libera”.
Che vuol dire? Perché riassumere la scrittrice scomparsa nel termine della “libertà”? Forse che in Italia vige una dittatura ed è quindi libero solo l’intellettuale che ostenta orgogliosamente (e spesso a sproposito) il suo antifascismo? Forse che gli altri scrittori, segnatamente quelli di destra, non sono liberi? Di più: Michela Murgia era una donna libera perché viveva in una “famiglia” queer , che non si sa bene che cosa sia ma che comunque deve avere a che fare con l’indistinzione di ruoli, generi e componenti? Di conseguenza: non sono libere le persone che scelgono la famiglia tradizionale? E ancora: sono libere solo le femministe che hanno come ossessione la lotta al “patriarcato”? Tante sono le domande cui vorremmo che i grandi artefici della comunicazione pubblica ci rispondessero. Ma è una speranza vana. La lotta contro il conformismo è spesso una lotta inane. Oggi più che mai. E forse neanche la Murgia sarebbe d’accordo con questa sua prematura santificazione.



