Stupri di gruppo: quali sono le cause di questi avvenimenti sempre più tristemente di cronaca? Cosa spinge i colpevoli a confessare? C’è una possibilità di “redenzione”? Sono proprio i brucianti aggiornamenti delle ultime ore sulle ammissioni di un altro partecipante allo stupro di gruppo al Foro Italico di Palermo, ad averci spinto ad interrogare il Professor Alessandro Meluzzi: psichiatra, criminologo e saggista, sull’argomento.
Cosa potrebbe scattare nella testa e nel cuore di questi ragazzi per decidere di mettere in atto tali stupri di gruppo?
«Negli stupri di gruppo la dinamica caratteristica e ricorrente è sempre quella del branco.
Nel branco le responsabilità individuali che si manifesterebbero qualora l’evento riguardasse un rapporto a due “stupratore-stuprata”, si traducono in una sorta di “deresponsabilizzazione” collettiva. Essendo tutti colpevoli, in questo scenario nessuno ci si sente realmente. Ciò induce i soggetti a dei comportamenti violenti ai quali non si arriverebbe mai, qualora la dimensione della coscienza individuale prevalesse.
In una dinamica collettiva sono dunque: il trascinamento reciproco, l’imitazione e la “deresponsabilizzazione” individuale a produrre quegli effetti».
E cos’è invece che li spinge poi a confessare come avvenuto col minorenne di Palermo?
«Quando la dinamica collettiva cessa, allora ritornano in mente le dimensioni: di coscienza individuale, di autocritica e di riflessione introspettiva che la dinamica di gruppo aveva attenuato.
Riemerge quindi l’empatia con la vittima, oltre al pentimento sulla base delle convinzioni etiche e morali preesistenti che erano state accantonate.
Confessare rappresenta la possibilità di tornare indietro su quello che è avvenuto».
Quale pena si preannuncia per questi giovani?
«Lo stabiliranno i giudici, mi auguro siano pene severe perché al di là del pentimento occorre che tali comportamenti vengano sanzionati. Non solo per rispetto della vittima, ma anche per dare un esempio».
Come andrebbero rieducati questi individui?
«Andrebbero rieducati secondo la tecnica dell’incontro, se possibile, tra carnefici e vittime: guardandosi negli occhi.
Le vittime devono trasmettere quanto dolore hanno vissuto, senza che questa cosa provochi loro turbamento, e coloro che le hanno danneggiate devono pentirsi per quanto male gli hanno fatto.
È in questa relazione empatica interpersonale che si passa dalla dimensione dell’indistinto a quello del distinto, dal caotico all’individuale»…
Secondo lei questa rieducazione è possibile?
«È complesso, ma la dimensione della rieducazione vittima-carnefice è stata tentata anche in altri reati e, qualche volta, questa giustizia di tipo contrattuale può dare dei risultati pedagogici molto importanti.
Niente e nessuno più dell’elaborazione della vittima può rieducare il carnefice».



