Come ogni anno ha preso il via a Rimini il Meeting dell’amicizia fra i popoli destinato a catalizzare l’attenzione mediatica nel periodo di vacanza della politica, compreso fra la pausa di ferragosto e l’inizio delle feste di partito.
Un appuntamento che però, anno dopo anno, sembra avere sempre meno la connotazione di “evento cattolico”, finendo per assomigliare sempre di più ai tanti forum dove si affrontano i grandi problemi del pianeta, le questioni economiche e sociali, ma dove le soluzioni sembrano spesso molto lontane da quella visione, cristiana e cattolica, che dovrebbe fare la differenza.
Cosa è rimasto alla fine del messaggio di don Luigi Giussani che diede vita al movimento di Comuninione e Liberazione allo scopo di fermentare in senso cristiano gli ambienti e contrastare la cultura laicista che si andava paurosamente affermando dopo il ’68? E il Meeting non doveva servire proprio a veicolare il messaggio cristiano nella società, attraverso l’incontro fra esperienze e culture diverse ma con l’obiettivo di testimoniare il Vangelo e comunque indirizzare la politica, l’economia, la cultura verso una riscoperta autentica della fede e l’incontro con Cristo?
Si ha invece la sensazione che, come del resto già avvenuto con le recenti Giornate Mondiali della Gioventù di Lisbona, quello che si sta imponendo sempre di più sia un “cristianesimo senza Cristo” ovvero un tipo di spiritualità che sembra ispirata ai buoni propositi e ai fondamenti cristiani, ma che poi non è capace di testimoniare realmente il messaggio cristiano e convertire le persone e gli ambienti.
Ha senso un Meeting come quello di Rimini che sembra sempre più simile ad un qualsiasi Forum nazionale o internazionale modello Cernobbio o Davos, in cui sembra di ascoltare la stessa musica, lo stesso spartito, con il comune filo conduttore del pensiero unico destinato ad egemonizzare ogni tipo di discussione? Dove sarebbe l’originalità, la novità, la diversità rappresentata dalla peculiarità di essere il Meeting un evento di stampo cattolico? Già dalla messa inaugurale celebrata dal presidente della Cei Matteo Zuppi è risultata evidente la debolezza del messaggio che dovrebbe essere il motore dell’impegno dei cattolici in politica, ovvero la testimonianza diretta di Cristo e del Vangelo nella costruzione e realizzazione dei processi politici, economici e sociali. Niente di tutto questo si è visto e ascoltato, si è soltanto assistito per ora alla riproposizione di quel cristianesimo ambientalista, pacifista, migrazionista che nel nome e nel segno della fratellanza universale e del francescanesimo militante ed ideologico alla base dell’Enciclica “Laudato sì'”. ha finito con il fare da cassa di risonanza al pensiero unico.
Il Meeting di Rimini finisce quindi con il rappresentare meglio di qualunque altra fotografia la crisi del cattolicesimo politico, ovvero la rinuncia del cattolico a testimoniare la propria fede nell’ambito dell’attività politica, preferendo adeguarsi alle mode dei tempi e limitandosi ad esprimere il suo essere cattolico nel privato. Sembrano lontani un secolo gli anni in cui Giovanni Paolo II, ma anche Benedetto XVI invitavano i movimenti cattolici a non avere paura di testimoniare Cristo, ad opporsi alla dittatura del relativismo, a difendere la vita umana, la famiglia; con i politici, anche i più lontani dalla fede, che sentivano il bisogno di andare a Rimini per cercare l’incontro con i giovani cattolici e provare a costruire dei terreni comuni di confronto con il popolo di Cl, il popolo di don Giussani. La cui visione cattolica della politica e della società era chiara, indiscutibile e veniva ribadita in ogni circostanza, con il chiaro intento di riaffermare un compito di evangelizzazione della società da perseguire avanti a tutto. Oggi invece qualsiasi politico può andare al Meeting e sentirsi a casa senza bisogno di cercare punti di incontro e di contatto con un popolo che, seguendo del resto l’orientamento della Cei di epoca bergogliana, sembra più interessato a promuovere un cristianesimo sentimentale fondato sulla solidarietà, l’accoglienza, l’unità dei popoli, l’amore per il creato, per l’ambiente, piuttosto che un cristianesimo autentico fondato sulla testimonianza e sull’evangelizzazione.
Fa un certo effetto a pochi giorni dalla pubblicazione di un report in cui si evidenzia come diminuisca paurosamente il numero di cattolici praticanti e cresca sempre di più quello dei “cattolici fai da te” che non sentono il bisogno di seguire la Chiesa e praticare la propria religione, ascoltare vescovi che a Rimini parlano di emergenza climatica e di energie rinnovabili, vantandosi di aver reso le proprie diocesi green. E’ evidentemente la prova provata di come ormai sia finito il mondo di Don Giussani e sia evaporata la missione del fondatore di fermentare gli ambienti in senso cristiano, con l’obiettivo di ricondurre il mondo secolarizzato a Cristo, facendo riscoprire l’autenticità e l’attualità del suo insegnamento.
Alla fine ciò che fa notizia è il ministro Giorgetti che lancia messaggi alla propria maggioranza sulla prossima Legge Finanziaria alzando paletti, piuttosto che la forza di un mondo cattolico che dovrebbe alzare la testa e tornare protagonista.



